ELISA S. AMORE.
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IL CANTO DELLA MORTE. EXPIATION. Touched Saga.
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Parte 2.
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2016. Editrice Nord. MILANO.
ISBN 978-88-429-2620-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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19.
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ATTESA.
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9 luglio.
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Guardavo Gemma distesa sul letto, mentre suonavo il violino nella mia stanza.
Erano passati cinque mesi, dalla notte della nostra unione, ed era stato il periodo più bello di
tutta la mia vita.
«Non ti fermare. Suona ancora per me, Evan.»
«Ai tuoi ordini», sussurrai. Mi appoggiai di nuovo sulla mentoniera, i capelli sudati che mi
sfioravano la fronte. I miei occhi erano intrappolati nei suoi, come prigionieri, mentre la mia melodia
riempiva la stanza inseguendo il nostro amore eterno e io non riuscivo a smettere di guardare Gemma,
rilassata e con le guance arrossate dopo che avevamo fatto l’amore. Il sole era appena sorto, ma la luce
d’estate inondava già la stanza.
La canzone terminò e io mi avvicinai.
«Non c’è niente di più sexy di un bel ragazzo che suona il violino a petto nudo guardandoti
negli occhi.»
«Disse la ragazza che lo aveva ammaliato.» Le appoggiai l’archetto sul collo, sfiorandola
appena. «Va bene così o ne volete ancora, Milady?»
Lei mi sorrise, sollevando le braccia oltre la testa, mentre l’archetto si muoveva sulla sua pelle,
scendendo fino al seno. Poi risalì e le spostò la bretella del reggiseno sulla spalla.
«Potrei guardarti suonare per ore», mi confessò.
Era diventata la sua attività preferita, chiedermi una canzone dopo che avevamo fatto l’amore.
Lei se ne stava lì a fissarmi mentre io imprigionavo il mio amore per lei nelle corde, intonando nuove
note.
«Quest’ultima canzone mi ha ricordato un vecchio film che ho adorato. Canone inverso.»
«Non lo conosco, ma potremmo vederlo insieme.»
«È molto commovente, temo che piangerei più del solito. Meglio aspettare che il bambino sarà
nato. Puoi ascoltare la colonna sonora, se vuoi. È di Ennio Morricone.»
«A proposito del bambino... Tu non senti ancora niente di diverso? Insomma, dovrebbe essere
già nato, a questo punto.» Nelle ultime settimane, l’ansia era cresciuta giorno dopo giorno, nell’attesa
che il momento arrivasse e che Sophìa pretendesse di riscattare l’anima di Gemma. Nessun Sotterraneo
ci aveva più attaccati e Gemma era al sicuro... Ma il bambino era in ritardo e non sapere il perché mi
preoccupava.
Gemma mi sorrise. Lei, al contrario, era serena. «Te l’ho detto, Evan. È normale, nella mia
famiglia. Anche mia madre ha avuto una gravidanza molto lunga.»
«E tu sei speciale», mi lasciai sfuggire.
«Significa che secondo te lo sarà anche lui?» mi domandò. Quella sembrava l’unica cosa che
riusciva ancora a turbarla. Non sapevamo se il bambino sarebbe stato umano o se avrebbe avuto dei
poteri. Ginevra aveva provato a usare la magia per scoprire di più, ma il bambino era protetto da un
involucro impenetrabile.
«Lo scopriremo presto», la rassicurai, e lei annuì. Ero felice che Gemma avesse accettato di
seguire il mio piano e di non trasformarsi. Era stato difficile mantenere il segreto per tutti quei mesi. Le
Streghe continuavano a girare per la casa, ma Gemma era diventata brava a tenerle fuori dalla propria
mente. L’avevo aiutata a perfezionare la sua tecnica e insieme avevamo nascosto le nostre vere
intenzioni, lasciando credere loro che Gemma avrebbe mantenuto fede al patto con Sophìa. Nemmeno
Simon e Ginevra lo sapevano. Lo avevamo fatto per proteggerli: dalle Streghe, sempre in agguato, e
dalle conseguenze della nostra scelta.
Una volta nato il bambino, avrei portato Gemma in Paradiso e lei si sarebbe nutrita del Frutto,
scacciando per sempre il male dal suo cuore. Nei mesi precedenti, questa consapevolezza l’aveva
aiutata a essere forte, ogni volta che le tenebre avevano allungato i suoi tentacoli su di lei. Più il
momento della trasformazione si avvicinava, più il potere del male si agitava in lei, minacciando di
trascinarla via. Presto, però, sarebbe tutto finito.
«C’è una cosa che non mi hai mai detto.»
«Cosa?» chiese.
«Perché hai chiesto alle Streghe tre giorni, dopo il parto?»
«Buffo. Una volta, anche Simon me l’ha chiesto.»
«Davvero? E tu cosa gli hai risposto?»
«Che è così che fanno nei film della Disney.»
Risi. «Ed è questa la vera ragione?»
«Be’, non solo.»
«Dimmi il resto», la incoraggiai, scostandole i capelli dalla fronte. La guardai negli occhi, fin
quando anche lei non sollevò i suoi.
«Volevo conoscere il bambino. Comunque fossero andate le cose, volevo che fossimo una
famiglia, almeno per quel poco.»
La sua risposta mi lasciò senza parole. La strinsi a me e la baciai sulla testa. «Lo saremo. E non
solo per tre giorni, ma per sempre.»
Lei posò le labbra sulle mie, per suggellare quella promessa. «Prima, hai detto che avevi
ricevuto degli ordini...»
Le morsi il labbro. «Prendo ordini solo da te», le sussurrai.
Gemma rise. «Riposo, soldato. Non possiamo chiuderci qui a fare l’amore tutto il giorno.»
«Hai ragione.» La mia mano scivolò fino ai suoi fianchi. «Ci sono anche il bagno e il salone... e
la cucina. Che ne dici del garage?»
Mi colpì alla spalla, sottraendosi alla mia presa. «Lo abbiamo già fatto in garage. E anche in
palestra, in piscina e nella sala degli strumenti», mi ricordò. Poi si avvicinò di nuovo per stuzzicarmi,
come le piaceva tanto. «La parte che preferisco, però, è quando irrompi nei miei sogni», mi confessò.
«Perché?» domandai, curioso.
«Perché così possiamo stare insieme sempre, di giorno e di notte. Non voglio sprecare neanche
un minuto.»
Mi baciò dolcemente e io sospirai a fondo, preparandomi a separarmi da lei. «A proposito di
questo...»
«Devi andare», mi anticipò. «Hai una missione e non puoi restare, lo so. Gli ordini prima di
ogni cosa. Che c’è, Evan? Perché hai quella faccia? Io starò bene, rimarrò con Anya e Ginevra.»
«No, non questa volta.»
Lei mi guardò, dubbiosa.
Era difficile darle una brutta notizia. «Non credevo che lo avrei mai detto, ma devi stare vicina
al tuo amico Peter. Andrò a prendere suo padre.»
«No...» mormorò, sotto shock. «Mr Turner...»
«Mi dispiace. Devo eseguire gli ordini. È il suo tempo.»
Gemma batté le palpebre e una lacrima scivolò sulla sua guancia. «Posso almeno salutarlo?»
Annuii.
«Quanto tempo gli resta?»
«Sarò da lui tra un’ora.»
Lei saltò giù dal letto e si infilò i vestiti.
«Prendi tu la macchina. Io non ne avrò bisogno», le assicurai.
«Grazie», mormorò.
Sapevo che non si riferiva alla macchina, ma al fatto che le avevo permesso di dirgli addio. Mi
baciò sulle labbra e uscì dalla porta.
La sentii scendere di corsa le scale, aprire e chiudere il portone e mettere in moto l’auto. Non
doveva essere facile per lei. Era cresciuta insieme a Peter, conosceva Mr Turner da quando era
bambina; era giusto che stesse accanto al suo amico, anche se il pensiero di loro due insieme mi
innervosiva. Per non turbarla troppo, avevo aspettato fino all’ultimo, prima di rivelarle quella triste
notizia, ma adesso era giunto il momento.
Scesi in salotto.
«È tutto okay?» mi domandò Simon. «Ho visto Gemma uscire di corsa. Sta bene?»
«Sì, lei sta bene. È andata dal suo amico Peter. Più tardi ho un appuntamento in casa sua.»
«Capisco. La madre?»
«Il padre. Ho dato a Gemma la possibilità di dirgli addio. Inoltre, il ragazzo avrà bisogno di
lei.»
«È un bel gesto, da parte tua. So quanto ti costa.»
«Già.»
«Il vostro bambino? Nessuna novità?»
«Ancora niente. Mi chiedo se questo ritardo non abbia a che fare con la sua natura», gli rivelai,
preoccupato.
«Ne abbiamo già parlato. Non possiamo saperlo, finché non sarà nato. Tuttavia Gemma ha
ingerito del veleno e il bambino è sopravvissuto. Questo fa ben sperare. Vuol dire che è immune al
veleno, che non è un Sotterraneo. E Gemma lo ha concepito da mortale, forse sarà un bambino come
tutti gli altri.»
«Non possiamo ancora dirlo con certezza.» Ginevra apparve in quell’istante. «Il male era già
radicato dentro di lei. Forse i vostri geni si sono mescolati, generando qualcosa di unico. I suoi poteri
potrebbero rivelarsi immensi. Ha in sé il sangue di un Sotterraneo e quello di una Strega.»
«Sai cosa significa?» le chiese Simon, senza cercare davvero una risposta. «Potrebbe porre fine
alla faida che da secoli ha visto scorrere il sangue di entrambe le fazioni.»
«Oppure potrebbe scatenare una guerra», lo contraddisse Ginevra. «La più feroce e sanguinaria
che si sia mai vista.»
Serrai i pugni. Se c’era una cosa di cui ero certo, era che nessuno mi avrebbe portato via mio
figlio.
«Il giorno sta per arrivare, Evan», mi ricordò Simon. «Gemma partorirà da un momento
all’altro. Hai pensato a come affronterai le Streghe, se lei riuscirà davvero a superare la trasformazione
senza venire cancellata? Credi davvero che accetteranno di lasciarla andare senza combattere?»
Ginevra mi fissò. «Lei non si trasformerà, non è così?»
Corrugai la fronte, frustrato. Mi ero distratto, lasciando trapelare qualche preoccupazione, e
Ginevra era riuscita a coglierla.
«Che sta dicendo?» domandò Simon, sorpreso.
«Ne parliamo al mio ritorno. Adesso devo andare.»
«Evan!» mi richiamò Ginevra mentre svanivo. Ma era troppo tardi.
20
UN TRISTE ADDIO
Mi materializzai in casa Turner. Erano tutti nel salone. Peter, i suoi genitori e Gemma.
Al mio arrivo, lei trasalì, ma si rese subito conto dai miei occhi grigi che era l’unica a vedermi,
perciò cercò di nascondere al meglio le sue emozioni. Restammo a fissarci per qualche secondo, poi le
feci un cenno d’assenso con la testa. Lei serrò le labbra, gli occhi colmi di tristezza perché il momento
era arrivato. Ero lì per Mr Turner e presto avrei preso la sua anima.
«Portalo via», le comunicai con la mente.
Lei prese Peter per un braccio e lo fece alzare dal divano. «Perché non mi fai vedere il tuo
ultimo disegno?»
Gemma sapeva bene come prendere il ragazzo perché lui parve illuminarsi, a quell’idea. «Ti
piacerà. È nella mia stanza, seguimi di sopra.»
Si allontanarono, ma prima di uscire dal salone Gemma si fermò. «Mr Turner?»
«Sì, piccola?» rispose lui. Era un uomo alto e con le spalle larghe, i capelli grigi e un accenno di
pancia. Non somigliava molto al figlio, che invece aveva preso dalla madre.
«Sono contenta che lei abbia scelto di non partire per l’Europa.»
L’uomo si rallegrò. «Per fortuna, quel buon a nulla di mio cognato ha messo la testa a posto.»
«Mio zio ha preso le redini dell’azienda di mio nonno e la nostra partenza non è più stata
necessaria», le spiegò Peter.
«L’anno scorso siamo stati più volte sul punto di fare le valigie», s’inserì la madre. «Mio
fratello non voleva saperne di lavorare la terra e noi non potevamo lasciare che andasse tutto in malora.
Mio padre però non è più quello di una volta e aveva bisogno d’aiuto.»
«Capisco, Mrs Turner. Lei è italiana, dico bene?»
«Sì, vengo da un paesino della Toscana.»
«Peter me ne ha parlato. Dev’essere un posto magnifico.»
«Oh, non sai quanto!»
«Lasciali andare, cara. Racconterai loro la tua storia un’altra volta», disse il marito, come se
sentisse un’urgenza più importante.
«Comunque, grazie», concluse Gemma. «È bello che siate rimasti qui.»
«Sei una brava ragazza», replicò lui.
Gemma mi lanciò un’ultima occhiata, prima di lasciare la stanza con Peter.
Mi avvicinai all’uomo, che aveva preso a conversare con la moglie, credendo di essere solo.
Non sapeva che io ero lì per lui. Nessuno lo sapeva, a parte Gemma. Quel pensiero un po’ mi
disorientava. Era strano eseguire gli ordini sapendo che lei era lì con me.
«È davvero un peccato che Gemma si sia fatta mettere incinta da un altro.»
«Che stai dicendo, Matthew?»
«Conosco mio figlio, non rinuncerà a quella ragazza. E con un bambino di mezzo sarà più
complicato, per lui, conquistarla.»
Serrai i pugni, tentato di porre subito fine a quella conversazione.
«Gemma è una brava ragazza, ma sta con un altro e stanno per avere un bambino insieme. Sono
sicura che Peter lo ha già capito e troverà qualcuna più adatta a lui, un giorno.»
«Sei cieca, forse? Non hai visto come la guarda? Non si arrenderà, Angela. Oppure soffrirà in
silenzio per il resto della sua vita. Tra le due, preferisco la prima opzione, per mio figlio.»
«Cosa vuoi che faccia?»
«Non voglio che soffra. Spero che Gemma si ricreda e riconosca finalmente il legame che li
unisce.»
«Davvero vuoi che Peter cresca il figlio di un altro?»
«Perché no? Io l’ho fatto.»
Sgranai gli occhi, sorpreso. Dunque non era il vero padre di Peter?
«Sstt... Vuoi che ti senta?»
«Sei tu che non hai mai voluto dirglielo, io non ho problemi. È mio figlio, per quel che mi
riguarda.»
«Non è ancora pronto», mormorò la madre, con le lacrime agli occhi. «Lo saprà quando sarà il
momento. La verità potrebbe sconvolgerlo.»
«Oppure potrebbe dargli la forza per... Ah!» Mr Turner si portò una mano alla testa e la tazza di
caffè gli cadde dalle mani.
«Matthew! Matthew, che succede?!» La moglie si inginocchiò davanti a lui.
«La testa!» grugnì lui tra i denti. «È come se un’ascia l’avesse spaccata in due. Fa... male.»
La moglie si alzò, agitata, e prese il cellulare, componendo il 911. «Aiuto! Mio marito ha
bisogno d’aiuto, correte!» Diede loro l’indirizzo e tornò in suo soccorso, tremando.
L’uomo era in ginocchio, il gomito appoggiato al divano.
Serrai i pugni più forte per finire quello che avevo iniziato e lui urlò di dolore e cadde a terra.
«Matthew!» urlò Angela, e scoppiò in lacrime. «Peter! Peter, presto, corri qui!»
«Che succede?» urlò lui, precipitandosi nella stanza. Vide il padre a terra e per un istante rimase
paralizzato sulla porta. «Papà...» mormorò.
La madre guardò il marito, in lacrime. «Stanno arrivando», disse, accarezzandogli il viso.
«Vedrai che andrà tutto bene. Ti passerà.» Si era appoggiata la testa dell’uomo sulle ginocchia, le
lacrime che scorrevano copiose sulle sue guance.
Il ragazzo attraversò di corsa la stanza e si inginocchiò davanti al padre. «Papà!» gridò, agitato.
Sollevai la testa e incrociai gli occhi di Gemma. Non mi aveva mai visto durante una missione e
continuava a fissarmi. Che avesse paura di me? Cosa stava pensando? Vedeva in me solo un soldato
della morte venuto a strappare via l’anima al padre del suo amico? O si rendeva conto che ero sempre
io?
«Non devi guardare per forza». La mia voce le sfiorò la mente. Non volevo che vedesse
l’oscurità che si celava in me.
Lei scosse piano la testa. Sarebbe rimasta lì.
«Papà!» La voce di Peter spezzò il filo che ci univa. Guardammo entrambi il ragazzo, chino sul
padre in fin di vita. «Stanno arrivando, non preoccuparti.» Non piangeva, ma la sua voce era disperata.
Il padre, che aveva capito che era giunto alla sua fine, scosse la testa e gli fece cenno di
avvicinarsi. «Prenditi cura di tua madre. Sei tu l’uomo, adesso. Hai capito?»
Una lacrima scivolò sul viso di Peter. «Non dire così, papà! Guarirai.»
«C’è una cosa che devi sapere.»
«Matthew...» tentò di fermarlo la moglie, ma i singhiozzi glielo impedirono.
«Tua madre era già incinta quando l’ho conosciuta. Io...» Una fitta alla testa lo fece gridare.
«Non parlare, papà. Non parlare... Stanno arrivando.»
«No. Devi saperlo. Io non... Non sono tuo padre», gli rivelò, gli occhi che si riempivano di
lacrime.
«Sì. Sì, invece. Io l’ho sempre saputo, ma non mi importa. Sei tu mio padre.»
Gli occhi dell’uomo vacillarono di sorpresa e per un attimo il suo cuore batté più forte, prima di
spegnersi per sempre.
«Papà!» gridò Peter, ma il suo sguardo si era perso nel vuoto e la sua mano aveva lasciato
quella del ragazzo.
La madre si morse il pugno, gridando di dolore. Abbracciò il marito, scuotendolo tra le lacrime.
Guardai Gemma. Era immobile sulla porta, con una mano sulla bocca e gli occhi pieni di
lacrime.
«Mi dispiace», mormorai nella sua mente.
Perché avevo creduto che portarla lì fosse una buona idea? Conoscevo la risposta. Non me lo
avrebbe perdonato, se non glielo avessi detto.
Qualcosa dietro di me attirò la sua attenzione. La tristezza svanì dai suoi occhi, lasciando il
posto allo stupore.
Mi voltai e l’anima del padre di Peter era in piedi accanto a me, lo sguardo immobile sulla sua
famiglia. Guardai di nuovo Gemma, stordito. Lei lo vedeva. Un brivido si insinuò in me, mentre mi
perdevo nei suoi occhi, che stavano diventando neri.
«Gemma, resta con me», le sussurrai nella mente.
Che diavolo mi era saltato in mente per portarla lì?!
«Jamie, Peter sta soffrendo. Il tuo amico ha bisogno di te.» Le mie parole riuscirono a far
breccia nel suo cuore, spazzando via l’oscurità.
Gemma si inginocchiò accanto a Peter e gli tenne la mano, senza dire una parola.
«Sei venuto per me?» Mr Turner mi fissava, in attesa. «Grazie», mormorò. «Non sarei mai
riuscito a dirglielo in un altro modo.»
Annuii. Aveva sofferto così tanto di non essere il padre biologico di Peter che era riuscito a
rivelarglielo solo in punto di morte. Se avesse trovato il coraggio per farlo prima, si sarebbe reso conto
che per Peter non era poi così importante. Non c’erano più rimorso e paura nell’animo di Mr Turner.
Quella confessione lo aveva liberato. La sua anima era in pace.
«Lei riesce a vederci?»
La sua domanda mi riscosse.
Fissai Gemma, ancora sconvolto, e lei distolse subito lo sguardo.
«No. Nessuno di loro può», gli mentii.
Poi mi guardò più da vicino. «Io ti conosco, tu sei...»
«Ti stai sbagliando. Tu non mi hai mai visto prima.»
«Chi sei tu? Non ti ho mai visto prima», domandò, plagiato dal potere delle mie parole.
«Non importa. Il tuo tempo qui è finito. Prendi la mia mano e sarai finalmente libero.»
L’uomo lanciò un’ultima occhiata ai suoi familiari. «Li rivedrò?»
«Un giorno, forse.» Non mi andava di mentirgli ancora. Non sapevo se ci sarebbe stato un
Sotterraneo ad attenderli, quando fosse giunta la loro ora. Se avessero ceduto alla Tentazione, al mio
posto avrebbero trovato una Strega.
L’uomo allungò la mano e afferrò la mia, svanendo lentamente.
I miei occhi scattarono su quelli di Gemma, che aveva assistito a tutto. Non avevo idea di cosa
stesse pensando. Di come mi vedesse in quel momento. Io ero la morte. Se n’era davvero resa conto,
prima? Le sirene dell’ambulanza annunciarono il loro inutile arrivo. Gemma abbracciò Peter,
fissandomi oltre la sua spalla, e io serrai i pugni.
«Resta un po’ con lui», le suggerii con la mente. «Ma poi torna da me.»
Lei annuì appena, i grandi occhi scuri incatenati ai miei mentre scomparivo.
21
DISCUSSIONI
«Allora?» tuonò Ginevra non appena riapparii in salotto. «Cos’è questa storia? E perché ci hai
tenuti fuori?»
La superai e andai a versarmi un po’ di bourbon. Lo buttai giù in un unico sorso e poi ne riempii
un altro bicchiere. «L’ho fatto per proteggervi. Non è sicuro, con loro qui», ringhiai, accennando alla
porta che conduceva alle segrete. Le Streghe erano sempre tra i piedi. Per loro, sarebbe stato più facile
scoprire la verità, se l’avessimo saputa in tanti.
«Che intenzioni hai, Evan?» mi ammonì Simon, tenendomi per un braccio.
«Farò bere Gemma dal Frutto. Lei ha già accettato.»
Simon indietreggiò, stringendosi i capelli tra le mani. «Sei pazzo. Avevamo scartato quest’idea,
ricordi?»
«Avevamo detto che ne avremmo riparlato, ma non l’abbiamo più fatto.»
«Pensavo che fossi rinsavito! Dannazione, non pensi mai alle conseguenze.»
«Tu ci pensi troppo, invece.»
«Perché c’è in gioco tutto!» gridò lui.
«Non me ne starò a guardare, mentre lei si trasforma e mi spazza via dal suo cuore. Tu e
Ginevra eravate nemici, un tempo. Dovresti sapere cosa vuol dire.»
«È diverso. È tutto diverso! Gemma non ti cancellerà.»
«Non possiamo saperlo con certezza. E io non voglio perderla. Sono disposto a perdere me
stesso. Sono disposto a perdere anche voi, se non siete con me. Mi dispiace, ma non lei. Non posso
perdere lei.»
«Evan», s’intromise Ginevra. Leggere la disperazione nei miei pensieri l’aveva calmata. «Ci
sono buone possibilità che non succeda. Non te lo direi, se non lo pensassi. Gemma è forte e può
affrontare il male.»
«Ma non vuole farlo», ringhiai. «Lei ha paura. Ha paura di se stessa, io lo sento. Ogni notte, nei
suoi sogni, io sento il terrore che la divora. Non vuole più affrontare la trasformazione perché teme di
non farcela. Ho visto la forza con cui il male la possiede e l’avete visto anche voi.»
«Questo perché non si è ancora trasformata. A quel punto, sarà in grado di controllare tutto quel
potere, ma non può farlo finché è umana. Il male è come una bestia intrappolata dentro di lei.»
«E io non sono disposto a liberarla. Non se il rischio è che Gemma diventi mia nemica, mi
dispiace.»
«Ha stretto un patto con il diavolo in persona, Evan. Non può tirarsi indietro.»
«L’Ambrosia la libererà.»
«È una follia!» tuonò mio fratello.
«Ma perché non siete mai d’accordo con me?!» ringhiai, frustrato.
«Perché sei avventato», replicò Simon. «E perché il tuo amore per Gemma ti rende disperato.»
«Non sono pazzo e lo dimostrerò.»
«Evan, ragiona.» Simon si sforzò di restare calmo, sperando che gli dessi ascolto. «Se fosse
bastato far bere a Gemma l’Ambrosia per impedirle di diventare Strega, non pensi che i Màsala lo
avrebbero già fatto? Non solo con lei, ma con tutte le altre Sorelle!»
«I Màsala non possono andare contro ciò che ha imposto Dio stesso. Le Streghe sono un Suo
dono per Sophìa. Una ogni cinquecento anni. È una promessa.»
«Ma hanno lo stesso deciso di intromettersi, uccidendola prima che si trasformi. E noi
dobbiamo pagare le conseguenze per i loro sporchi trucchi!» urlai, agitato. «Un incidente casuale alla
Strega designata passerebbe inosservato, ma purificarla col Frutto divino li esporrebbe troppo, svelando
il loro inganno, così un’altra Strega sarebbe chiamata a sostituire Gemma e tornerebbero al punto di
partenza. Per i Màsala non cambierebbe niente. Per me cambia tutto.»
«Su Sophìa la purificazione non ha funzionato», mi ricordò Ginevra. «Nemmeno la gabbia di
Diamantea ha sradicato il male dal suo cuore.»
«Gemma non è il diavolo. Per lei c’è speranza.»
«E cosa succederà, dopo?» mi interrogò Simon. «Non lo sai.»
«Sei ancora in tempo per ripensarci», aggiunse Ginevra. «Forse Gemma può affrontare la
trasformazione senza perdersi. C’è ancora una speranza.»
«La speranza non mi basta, Gin. Io devo fare qualcosa.»
Simon scosse la testa. «Non te lo permetterò. È un rischio troppo grande per te.»
«Lei ha già accettato. Dovrai passare su di me per impedirmelo.» Fissai Simon, gli occhi colmi
di sfida.
«Bene, se servirà a farti ragionare.» Simon si sfilò la maglietta e io feci altrettanto, tornando in
posizione di guardia. Lui si materializzò dietro di me e mi afferrò per le spalle, ma io schivai il suo
attacco e provai a farlo cadere con uno sgambetto.
«Non cambierò idea», affermai con determinazione.
Lui mi tirò un pugno, ma io gli fermai il braccio e ne approfittai per gettarlo a terra. Con
un’abile mossa mi trascinò giù con sé e lo scontro riprese, tra vetri infranti e pietre in frantumi. Afferrai
Simon e lo sbattei contro una parete, che si crepò per il duro colpo.
«Adesso basta!» tuonò Ginevra.
Ma con un ringhio Simon mi colpì al petto e io volai indietro, stringendo i denti per il dolore.
Caddi in ginocchio, ansimando. Mi aveva bruciato con il fuoco bianco. «Che bastardo», mormorai.
«Siete come due bambini, non ci posso credere. Dobbiamo restare uniti! Avete accettato persino
un’alleanza con le Streghe e vi mettete a litigare tra voi?»
Simon mi tese una mano per aiutarmi ad alzarmi e io l’accettai, grugnendo per il dolore.
«Scusa, fratello.» Indicò con un cenno i segni lasciati dal fuoco sul mio petto.
«Giochi sporco», lo rimproverai.
«L’ho fatto per te. Non posso farti commettere una simile sciocchezza.» Mi posò una mano
sulla spalla e le bruciature lentamente si ritirarono.
«Non puoi farmi cambiare idea, mi dispiace. Non stavolta.» Quando mi ero innamorato di
Gemma, il mio unico timore era che lei avesse paura di me, ma adesso ne avevo uno più grande: che mi
vedesse come un nemico.
«Non spetta a noi decidere, purtroppo», commentò Ginevra. C’era una scintilla di tristezza, nei
suoi occhi. Una piccola parte di lei, in fondo, voleva che Gemma si trasformasse. «È davvero quello
che vuole lei?»
«Sì.»
«È stata brava a nasconderlo. Ha avuto un buon maestro.» Ginevra mi lanciò un’occhiata
tagliente.
«Nessuno è più bravo di me a tenerti fuori, ricordi? Ho riflettuto molto sulle possibili
conseguenze, dovete credermi. So che potrei pagare un prezzo molto alto, ma ho preso la mia
decisione. Una volta nato il bambino, Gemma berrà l’Ambrosia.»
«Compiere una scelta è sempre un atto di coraggio», mormorò Ginevra.
«A volte il coraggio sta nel tirarsi indietro», replicò Simon, ancora poco convinto. Poi tornò a
rivolgersi a me. «Chi ti dice che non si trasformerà lo stesso?»
«Io ho bisogno di questa speranza. Non portatemela via. È tutto ciò che ho. Ci sono dei rischi
per cui vale la pena combattere.»
«Quanta veemenza nei tuoi occhi.»
Trasalii, alla voce di Devina. Lanciai un’occhiata a Ginevra. Quanto aveva sentito della nostra
conversazione? Ginevra mi fece segno di no con la testa, scandagliando la mente della Sorella.
Devina mi girò intorno, accarezzandomi il petto nudo. «Oh, il mio Campione si è ferito in
battaglia?» Mi guardò con occhi dolci, mentre io la fulminavo. Le afferrai i polsi bruscamente,
togliendomi le sue mani di dosso.
Lei sorrise. «Sai sempre come farmi eccitare.»
«Non sono il tuo Campione.»
«Non ancora. La speranza è l’ultima a morire.» Mi strizzò un occhio e mi diede le spalle,
facendo scoccare la sua frusta.
Io ho bisogno di questa speranza. Le parole che avevo pronunciato un momento prima mi
ronzarono in testa. E se Devina fosse stata in grado di nascondere la verità a Ginevra? No. Non poteva
aver sentito la nostra conversazione. Mia sorella se ne sarebbe accorta.
«Non si bussa, prima di apparire?» le domandò Simon, acido.
Devina lo squadrò dalla testa ai piedi. «Anche tu non sei niente male», ammiccò, provocante.
«Si potrebbe fare una bella festa, qui. Solo noi quattro, che ne dite?» Fece l’occhiolino a Simon e
Ginevra le si parò davanti.
«Perché non la facciamo solo io e te?» la sfidò, bruciandola con lo sguardo.
«Okay, biondina, non ti scaldare.»
Anya entrò in quel momento dalla porta che conduceva di sotto. «Che succede qui? Non
gliel’hai ancora detto?»
«Ero sul punto di farlo», mentì Devina.
«Cosa doveva dirci?»
«Che presto avremo un problema. I Sotterranei stanno svanendo perché non si nutrono da
troppo tempo.»
«Così presto?» domandai, preoccupato. «Sono passati solo pochi mesi.»
«È il nostro veleno. Il sangue che gli diamo e la magia che usiamo per tenerli buoni prosciugano
le loro energie. Per questo pensiamo che presto svaniranno. Non so quanto ancora resisteranno. Il
bambino sarebbe già dovuto nascere. Non avevamo previsto un tempo così lungo. Presto inizieranno a
perdersi nell’Oblio.»
«Che spreco!» si lamentò Devina. «Almeno prendiamo la loro anima prima che svaniscano,
così finiranno all’Inferno, invece di perire. Alcuni di loro mi hanno anche supplicato: ’Non voglio
finire nell’Oblio, ti prego!’ Codardi. Tuttavia, è stato un supplizio non poterli accontentare.»
«Piantala, Dev», la rimproverò Anya. «Non è questo il problema. Se i prigionieri muoiono...»
«Ne arriveranno altri», mormorò Simon tra sé.
«E noi li combatteremo», continuai, risoluto.
Ero pronto a tutto. Nessuno sarebbe riuscito a fermarmi.
22
IL RISVEGLIO DELLA FORESTA
«Gemma è ancora con il suo amico Peter?» mi domandò Simon, entrando in palestra.
Fermai con l’avambraccio il sacco, che oscillava per i miei colpi. «Sì. È un momento difficile,
per lui. Aveva bisogno di lei.»
«Gemma come l’ha presa?»
«È una ragazza forte, saprà stargli vicino.»
«Non quello.» Simon mi lanciò un’occhiata eloquente.
Gemma mi aveva visto eseguire un ordine. I suoi occhi che si riempivano di tenebra mi avevano
scosso, ma non lo dissi a Simon. Afferrai il lungo bastone d’acciaio e iniziai ad allenarmi, facendolo
girare davanti a me. «Non era la prima volta che accadeva, in fondo. Aveva già visto Drake prendere
un ragazzo, prima dell’incidente con la mia Ferrari», dissi, cercando più che altro di convincere me
stesso. Roteai il bastone muovendolo da una mano all’altra.
«Ma non è la stessa cosa...» insistette Simon.
«Cosa vuoi che ti dica? Che sono spaventato? Sì, lo sono. Sei contento?» esclamai, esasperato.
«Ho preso la vita di quell’uomo davanti ai suoi occhi e non ho idea di come lei mi vedrà adesso.»
Simon si sfilò la maglietta e iniziò a colpire il sacco che pendeva dal soffitto, guardandomi da
sopra il pugno di guardia. «Perché non glielo chiedi?»
Mi fermai, il bastone che si bloccava di scatto nel mio pugno. «Hai ragione. Sono passate
diverse ore, ormai. È ora di pranzo, Gemma avrà bisogno di nutrirsi.»
«O mangerà qualcuno dei suoi amici», scherzò Simon, e io gli lanciai un’occhiataccia,
trattenendo un sorriso. Mi concentrai su di lei ma...
Corrugai la fronte.
«Che succede?» mi domandò, vedendo che la mia espressione era diventata improvvisamente
seria.
«Non la trovo», ammisi, preoccupato.
«Che significa che non la trovi?» Provò lui stesso a cercare l’anima di Gemma, ma subito i suoi
occhi scattarono sui miei. «Hai ragione, non sento la sua aura.»
Cercai l’anima di Peter e la trovai in fretta. Era con la madre, ma Gemma non c’era. «Che cazzo
sta succedendo? Dov’è andata?» Mi materializzai in salotto e Simon mi seguì. «Gwen, prova a cercare
Gemma. Io non la sento.»
«Che vuol dire che non la senti?»
«Che devi cercare i suoi pensieri, dannazione!» ringhiai, furioso.
Ginevra rimase in ascolto, scandagliò tutta la città, in cerca della mente di Gemma, poi il suo
sguardo si perse nel vuoto. Infine si girò verso di me, amareggiata. Nemmeno lei la trovava.
Mi afferrai i capelli tra le mani.
«Calmati, Evan. Non significa niente», provò a rassicurarmi Simon.
Un impeto di rabbia mi risalì il petto. Con un pugno colpii il tavolo di vetro, mandandolo in
mille pezzi. Ero infuriato con me stesso, per essere stato così incauto. «Non dovevo lasciarla andare!
Gemma non si trova, come pensi che potrei mai calmarmi?! Sai cosa vuol dire questo? Che potrebbe
anche essere morta!» urlai, disperato.
«Evan, sai bene che non è l’unica opzione», mi contraddisse Ginevra. «Probabilmente è il male
che la possiede. Succede sempre più spesso, ultimamente.»
Provai a calmarmi. Aveva ragione. Gemma non poteva essere morta, i Sotterranei erano tutti
sotto chiave. Non correva rischi. Ma allora dov’era? La sua esperienza con il padre di Peter doveva
aver richiamato le tenebre. Quando la sua mente era posseduta, nemmeno le Streghe riuscivano a
sentirla. Lei scompariva, come se non esistesse più. In casa di Peter, io avevo visto i suoi occhi
trasformarsi. Non dovevo lasciarla sola. Ero stato uno stupido!
«È nella foresta», esordì Devina, materializzandosi in quel momento.
Mi fiondai su di lei e la afferrai per il collo, sbattendola al muro. «Tu come fai a saperlo? Ce
l’hai portata tu?»
Il suo serpente le lacerò la carne e provò ad attaccarmi, gli occhi rossi che mi sfidavano.
«Adesso basta! State perdendo la ragione», tuonò Ginevra, mettendosi in mezzo. «Evan, devi
calmarti. Devina sa dove si trova Gemma, è una buona cosa.»
La Strega mi sorrise, gli occhi da gatto fissi nei miei.
«E, tu, cerca di essere più chiara e dicci dov’è Gemma», la redarguì la Sorella.
«Solo quando allo spartano sarà passata la voglia di uccidermi.»
«Allora non lo sapremo mai», ringhiai a denti stretti. «Richiama il tuo serpente», le intimai,
furioso.
Lei mi sorrise, lo sguardo provocante. «Tu invece tira fuori il tuo. Ti prego.»
«Dimmi dov’è Gemma!» Battei i palmi sul muro ai lati della sua testa, sgretolando la parete.
«È nella foresta», replicò Ginevra, che aveva letto la mente della Strega. «Vicino al Peninsula
Trail, nei pressi del vecchio Howard Johnsons.»
«So dove si trova.»
C’eravamo stati mille volte insieme, da soli o con i suoi amici. Ma perché Gemma era andata lì?
«Veniamo con te», si offrì subito Simon.
«No», replicai. «Vado da solo. Vi chiamerò, se ho bisogno di voi.»
Lui annuì: aveva capito che, dopo quello che era successo a casa di Peter, avevo bisogno di
parlare da solo con Gemma.
Svanii e mi materializzai nella foresta. Non potevo sapere con certezza dove si trovava Gemma,
non sentivo ancora la sua anima. Mi aggirai tra gli alberi, gridando il suo nome, ma di lei non c’era
traccia. Un barcone attraversò il fiume e si allontanò in fretta. Sembrava ci fossero dei feriti, a bordo,
ma non avevo il tempo di curarmene. Gemma non era con loro.
Poi la vidi.
«Gemma...» mormorai, con il cuore in subbuglio. Era rannicchiata a terra, con la testa china.
«Gemma!» urlai, mentre correvo verso di lei.
Lei mi sentì e sollevò la testa. Un attimo dopo la stringevo tra le mie braccia.
Si aggrappò a me, come se temesse di sprofondare. «Evan», singhiozzò.
«Amore mio, che ti è successo? Ho creduto di impazzire.»
Lei si strinse più forte a me e pianse, frantumando il mio cuore in mille pezzi. «È stato
terribile», mormorò. «Non voglio essere così. Salvami, Evan. Ti prego.»
Le accarezzai i capelli e chiusi gli occhi. Come potevo anche solo pensare di lasciare che si
trasformasse?
«È finita, adesso sono qui», sussurrai. La strinsi forte, nella disperata necessità di tenerla con
me. Le sue unghie erano sporche di terra. Doveva aver affondato le mani nel terreno mentre si
abbandonava al pianto. «Raccontami cosa ti è successo. Ti farà bene.»
«Non so nemmeno da dove cominciare.»
«Che ci facevi qui?»
Lei scosse la testa, asciugandosi le lacrime. «Non lo so. Mi sono ritrovata qui. L’altra notte ho
sognato il Peninsula Trail, potrebbe essere per questo. Ho avvertito una fitta alle tempie e d’un tratto la
mia mente si è riempita di pensieri di gente che non conoscevo. Preghiere, desideri. Mi scoppiava la
testa. E poi ho sentito la tua voce. Eri tu, che mi guidavi nell’oscurità.»
«Non ero io.»
«Lo so, ma in quel momento credevo di sì. Devo averla immaginata.»
«O forse no.»
Gemma mi guardò e corrugò la fronte, vedendo il fuoco nei miei occhi.
«Hai visto Devina mentre venivi qui, per caso?»
«No, ma... Hai ragione. Adesso ricordo con chiarezza. Credevo che fossi tu, ma non era davvero
la tua voce. Era la sua. Mi invitava a seguire il mio istinto.»
«La uccido, quella strega!» ringhiai, serrando i denti.
Gemma mi prese le mani e io cercai di restare calmo. «Non puoi prendertela con lei. Loro mi
vogliono con sé, non ne hanno mai fatto un segreto. È colpa mia. È quello che sono», mormorò,
affranta.
«No. Non lo sei e non lo sarai mai», affermai, determinato. Non avrei permesso che il male la
trascinasse via. Non sopportavo di vederla così, senza difese. Mi sarei anche offerto al suo posto pur di
salvarla dalle tenebre.
Gemma si guardò le mani, che ancora tremavano. «Il male è dentro di me. Lo sento crescere
ogni giorno.»
Serrai la mascella. In quel momento più che mai desideravo farle bere il Frutto divino per
purificarla. Non mi importava di ciò che pensava Simon. Non mi importava delle conseguenze.
«Forse per me non c’è più speranza. L’oscurità mi sta divorando», mormorò, con le lacrime agli
occhi.
«Non dire così, ti prego.»
Gemma mi guardò. La tristezza nei suoi occhi era un coltello piantato nel mio cuore.
«Tu non capisci», sibilò appena. «Io l’ho ucciso.»
Sgranai gli occhi. «Che stai dicendo, Gemma? Chi hai ucciso?»
Ma Gemma non mi ascoltava, sembrava essersi persa nel ricordo. «Io volevo la sua anima.»
Un brivido s’impadronì di me, gelando il mio respiro.
Poi Gemma continuò: «È stato così facile. Ho visto un’imbarcazione su cui c’era un cane che
guaiva. Qualcuno l’aveva colpito. Una rabbia cieca mi ha invaso e ho sentito dentro di me che non
potevo permetterlo. Solo un attimo dopo, ero lì con loro, sulla barca. Non il mio corpo, ma la mia
anima. La mia oscura e pericolosa anima. Il padrone del cane si è avventato contro l’uomo e io gli ho
detto di non fermarsi: ’Colpiscilo! È solo un viscido verme!’ E lui lo ha colpito.
«Le mogli urlavano, cercando di fermarli, ma loro continuavano a lottare e il barcone si agitava
tra le rapide. Poi l’uomo è caduto e il padrone del cane lo ha afferrato, guardandolo con gli occhi
iniettati di sangue. Gli teneva la testa fuori dall’imbarcazione, accecato da una rabbia che io
alimentavo. ’Basta!’ gridavano le donne. Ma lui non si fermava, perché io non lo volevo. Volevo che
continuasse. Volevo che lo uccidesse.
«’Non sei più tanto coraggioso quando colpiscono te, stronzo!’ urlava, ripetendo ogni mia
parola. E gli sbatteva la testa contro il barcone. Il cane abbaiava. Le donne piangevano. Io ero
elettrizzata dalla sua energia.
«’Okay, hai vinto tu’, ha detto l’uomo in tono supplichevole. ’Ho sbagliato, a picchiare il tuo
cane, mi dispiace.’ I suoi denti erano sporchi di sangue e respirava a fatica. Il padrone ha allentato la
presa, così io mi sono avvicinata a lui. ’Uccidilo o potrebbe farlo ancora! Merita una punizione’, ho
sussurrato nel suo orecchio.
«Allora lui ha gridato: ’Vaffanculo. Brutto bastardo’.
«’Richard, no!’ lo ha implorato la moglie dell’amico.
«Ma era troppo tardi. Lui lo ha sbattuto con più forza e le donne hanno urlato, alla vista del
sangue. Allora una forza mi ha trascinato via e sono tornata qui». Gemma si fissava ancora le mani,
come se le vedesse sporche di quel sangue.
La abbracciai e lei scoppiò in lacrime.
«L’ho ucciso! Non aveva fatto niente e io l’ho ucciso. Non voglio essere così, Evan. Salvami, ti
prego.»
Le presi il viso tra le mani, le asciugai le lacrime e appoggiai la fronte sulla sua. «Guardami,
Gemma. Tu non l’hai ucciso. Hai capito?»
Lei corrugò la fronte.
Avevo tutta la sua attenzione. «Ho visto il barcone, prima di trovarti. C’erano dei feriti, ma
nessun morto», la tranquillizzai.
Lei sgranò gli occhi. «Sei stato tu. Tu mi hai riportato indietro.» Mi abbracciò forte. «Solo tu
riesci a trascinarmi via dalle tenebre. Sii la mia luce, Evan. Non lasciarmi nell’oscurità.»
«Non lo farò.» Le baciai la fronte. «Non lo farò mai. Perdonami, perché è stata tutta colpa mia.»
«Che vuoi dire?»
«Hai avuto un contatto con un’anima, ti ho mostrato il suo trapasso. Questo ha risvegliato la
Strega sepolta in te», confessai. «È solo colpa mia.»
Gemma scosse la testa, vedendo quanto mi sentivo in colpa. «Non dirlo. Tu hai fatto una cosa
bellissima, permettendomi di esserci per il mio amico. Sono io che rovino sempre tutto.»
«Vuoi dire che non hai cambiato idea su di me?»
«Cosa? Perché avrei dovuto?»
«Perché hai visto il Giustiziere. Mi hai visto mentre uccidevo un mortale e gli prendevo
l’anima. È per questo che ti ho detto di andartene. Non volevo che vedessi l’oscurità in me», le
confessai, affranto.
Gemma mi guardò, l’espressione di nuovo serena. «Tu hai visto la mia e non sei scappato.
Perché io avrei dovuto farlo?»
«Io sono la morte, Gemma.»
«Tu sei sempre tu, Evan. E per me sei tutto», affermò, guardandomi fermamente negli occhi.
«So che una parte di me ti ha sempre fatto paura e oggi io te l’ho mostrata. Noi fermeremo il
male dentro di te, ma nessuno potrà mai cambiare ciò che sono io. Sono un soldato e con me porto la
morte. Io ho portato via il padre del tuo amico, cui anche tu volevi bene. Come fai a non odiarmi?»
«Odiarti? Vederti in azione è stato magnifico», mi confessò.
«Magnifico? Ho ucciso quell’uomo davanti ai tuoi occhi, Gemma. Non hai avuto neanche un
po’ di paura per lui? Tu sapevi che io ero lì, che lui sarebbe morto.»
«Come fai a non capire? Tu l’hai salvato.»
«Io lo capisco. Mi stupisco solo che ci riesca anche tu.» Noi Sotterranei avevamo ben chiara la
nostra missione: liberare le anime dal corpo per condurle alla pace eterna; erano i mortali, di solito, che
non comprendevano la morte. «Che altro hai provato?» le domandai, avido di scoprire le sue
sensazioni.
«Ho visto come hai convinto Mr Turner di non avermi visto. Per poco non ci credevo anch’io. È
stato pazzesco e... eccitante.»
«Eccitante», ripetei, ridendo.
«Non prendermi in giro!» Gemma mi colpì alla spalla.
«Hai ragione. Non è un buon momento per scherzare. Il tuo amico Peter come sta?»
«È sconvolto, ma cerca di essere forte per la madre. Sono stata con lui tutta la mattina. Sono
arrivati anche Jeneane, Brandon, Jake e Fate.»
Annuii. Jake e Fate si erano finalmente messi insieme ed erano diventati inseparabili. Era
successo al ballo. Lui l’aveva baciata e, vedendo il trasporto con cui lei aveva ricambiato il bacio, non
aveva più accettato un «no» come risposta. «Adesso lui dov’è?»
«In giro per commissioni. Doveva aiutare la madre a occuparsi di tutto, così noi siamo andati
via. Lei è a pezzi e adesso ha bisogno di lui, poverina. Il funerale sarà domani.»
«Mi dispiace.»
«Anche a me.»
Mi alzai e le tesi la mano. «Che ne dici se ti prendo qualcosa da mangiare?»
Gemma sorrise. «E cosa vorresti prendermi, qui nella foresta? Sentiamo.»
«Pesci, uccelli... che ne dici di uno scoiattolo?»
Mi prese la mano e si alzò, picchiandomi sulla spalla. «Io non mangio gli scoiattoli!»
Risi. «Lo so. Ti prendevo solo in giro. Anche se scommetto che in questo momento mangeresti
pure un orso. Ho sentito il tuo stomaco brontolare un paio di volte...»
«Cafone!» Gemma mi superò, col broncio.
«Sto scherzando! Ma devi davvero mangiare qualcosa. Il nostro rifugio non è molto lontano da
qui. Posso chiedere a Ginevra di portarti da mangiare.»
«Va bene, ma non sono un pozzo senza fondo. Non capisco perché lo ripetiate tutti.»
«Come vuoi tu.» Alzai le spalle, nascondendo un sorriso.
«E va bene, lo ammetto. Sei contento? Mi piace il cibo, mangerei un... Ahhh!»
Trasalii, agghiacciato dal suo urlo. Era piegata in avanti, con le mani sulla pancia. «Gemma, che
succede?» domandai, agitato.
Lei urlò ancora, stavolta più forte. «È il bambino», riuscì a dire, digrignando i denti per il
dolore. «Sta per nascere.»
«Cosa? Qui? Adesso?»
«Ahhh!»
Mi guardai intorno. Cosa dovevo fare? Non sapevo quello che dovevo fare! Avevo visto molte
vite venire al mondo, ma non mi ero mai sentito così agitato. Il nostro bambino stava per nascere. Ero
emozionato e spaventato al tempo stesso.
«Evan!»
Il grido di Gemma mi riscosse. «Reggiti a me, ti porterò al rifugio. Non è molto lontano.» La
presi tra le braccia e lei urlò più forte.
«No. No! Mettimi giù!» urlò, ansimando. «Qui. Dobbiamo farlo qui.»
«Va bene.» La posai con delicatezza a terra e lei mi strinse forte il braccio.
«Non lasciarmi, Evan. Ho paura.»
«Sono qui.» Le presi la mano e gliela baciai, guardandola negli occhi. Gemma aveva bisogno di
me, non c’era spazio per i dubbi. Adesso dovevo darle forza. «Stai tranquilla e respira profondamente.
Io ti aiuterò. Sei al sicuro con me», sussurrai. «Hai capito?»
Lei annuì, digrignando i denti per la nuova ondata di dolore. Mi tolsi la maglietta e gliela misi
sotto la testa.
«Stai cercando di farmi eccitare? Perché questo non è un buon momento», scherzò.
«Peccato, speravo funzionasse come diversivo.» Le feci l’occhiolino e lei rise. «Adesso devi
concentrarti, Gemma. Non preoccuparti, andrà tutto bene.»
Lei annuì più volte e lasciò che le aprissi le gambe.
«Gin! Simon! Ho bisogno di voi. Adesso!» urlai nella mia mente.
Sfilai le mutandine di Gemma e scoprii che erano tutte bagnate del liquido amniotico. Il guscio
impenetrabile che aveva protetto nostro figlio per tutti quei mesi si era rotto. Rimasi immobile, un
brivido che mi correva lungo la schiena. Adesso, per la prima volta, riuscivo a sentire la sua anima.
L’emozione rischiò di trascinarmi via.
«È tutto okay? Cosa c’è?» domandò lei, preoccupata dalla mia espressione.
«È il nostro bambino. È giunto il momento di conoscerlo. Ci siamo, piccola. Adesso devi
aiutarlo a uscire, okay? Io ti darò una mano. Quando senti il dolore tu...»
«Ahhh...»
La terra tremò sotto di noi. Alzai lo sguardo.
Le nuvole si erano addensate di colpo e la foresta aveva preso vita; le foglie si agitavano mosse
da una forza oscura. Era come se fossimo nell’occhio di un ciclone; il lago ribolliva, schizzando acqua
ovunque. La natura che assisteva a uno spettacolo straordinario. Nessuna Strega aveva mai partorito
prima. «Che succede, Evan?»
«Non è niente. Concentrati solo sul bambino. Eccolo! Lo vedo!» esclamai, con le mani che mi
tremavano. «Sei bravissima. Ancora un’altra volta. Ci siamo quasi, forza!»
Era come se la foresta ululasse intorno a noi, prosciugandole le energie. Lasciai la mano di
Gemma, preparandomi a prendere il bambino e lei gridò tra i denti, spingendolo finalmente fuori. Presi
il bambino tra le mani e la foresta si riempì del suo pianto. Le foglie tremarono, il vento ululò più forte,
come un lupo che ha riconosciuto il suo sovrano. Era come se gli elementi si fossero d’un tratto
risvegliati alla forza del suo grido di vita. Uno stormo di uccelli si alzò in volo, riempiendo il cielo.
Avvicinai il bambino al petto. Lui mi guardò e il vento cessò di soffiare. Le nuvole si diradarono,
lasciando filtrare la luce, mentre la mia anima sfiorava quella di mio figlio e i miei occhi si riempivano
di lacrime. Dovetti stringere le palpebre per riuscire a metterlo a fuoco.
«Evan...» mormorò Gemma, ansimando. Era stremata. «Voglio vederlo, presto», mi supplicò, in
lacrime.
Mi assicurai che il bambino stesse bene, poi tagliai il cordone ombelicale e ne guarii l’estremità.
Infine lo misi tra le braccia di Gemma, ancora sporco di sangue. «È un maschio», le sussurrai.
«Proprio come avevi detto tu.»
Lei se lo strinse al petto e pianse.
Non riuscivo a smettere di guardarlo. Aveva grandi occhi chiari leggermente a mandorla, e
capelli scuri ricci e folti. E quelle manine... sentivo un selvaggio bisogno di proteggerlo...
Guarii le ferite di Gemma, poi mi sedetti dietro di lei e la abbracciai, mentre insieme
contemplavamo il nostro piccolo miracolo, con la foresta come nostro unico testimone.
«Grazie», mormorò lei. «Non ce l’avrei mai fatta senza di te.»
«Non me lo sarei perso per nulla al mondo.» Le diedi un bacio e il bambino vagì.
«Hai visto, Evan? Ci sta guardando.»
«Ti ha riconosciuta», le dissi, mentre madre e figlio si fissavano.
Lei sorrise. «Ciao, piccolo mio. Benvenuto al mondo», gli sussurrò.
«Hai già un nome per lui?»
Gemma annuì. «Lo ha sempre avuto. Si chiamerà Daniel Liam James.»
Sgranai gli occhi. «Daniel. Da Danielle, come mia madre.»
«E Liam da William, come il suo papà. Per noi sarà soltanto Liam.»
«Che ne dici di aggiungere anche Drake, come lo zio?»
«Scommetto che lui lo chiamerebbe ’doppia D’.» Gemma rise, tra le lacrime, poi tornò a
guardarlo. «Drake-Daniel Liam James. È un po’ lungo, ma mi piace.»
Baciai il piccolo sulla fronte. «Liam», ripetei.
Gemma lo accarezzò sul viso. «Stringimi forte, Evan.»
«Sono qui», sussurrai dietro di lei.
Una lacrima si fece strada sul suo viso. «Io... Non voglio lasciarlo. Non voglio che le Streghe
mi portino via da voi.»
«Non lo permetterò mai. Seguiremo il nostro piano e andrà tutto bene, te lo prometto. Nessuno
ci dividerà.»
Gemma tornò ad accarezzare il bambino. «Stai tranquillo», gli sussurrò. «Noi ti proteggeremo.»
«Ragazzi, dove diavolo siete?!» chiamai nella mente.
Simon e Ginevra apparvero alle spalle di Gemma un secondo dopo.
«Vi siete persi un gran bello spettacolo», esclamai.
«Oh, mio Dio!» Ginevra vide Gemma a terra e corse al suo fianco.
«C’è qualcuno che vorrebbe conoscervi», disse lei.
«Cazzo.» Simon si sfilò in fretta la maglietta e avvolse il bambino ancora tra le braccia di
Gemma.
«Ehi, aspetta qualche giorno prima di insegnargli le parolacce!» scherzò lei.
«Com’è successo? Perché non ci hai chiamati prima?» mi rimproverò Ginevra. «Non posso
credere di essermelo persa!»
«Tranquilla. Passerete molto tempo insieme», le assicurò Gemma.
«L’ho fatto. Ho provato a chiamarvi, ho pensato che foste in palestra.»
«No. Non volevamo rischiare di restare isolati.»
«Allora perché non abbiamo sentito le tue chiamate?» mi chiese Simon.
Gli occhi di Ginevra scattarono sui miei. Avevamo pensato la stessa cosa.
Doveva essere stata Gemma. Durante il parto, era come se l’energia di Gemma fosse esplosa
tutt’intorno a noi. Il suo potere doveva aver interferito con i miei pensieri, impedendo loro di arrivare
fino ai miei fratelli.
«Posso tenerlo?» domandò Ginevra. Gemma le sorrise e lei lo prese dalle sue braccia. «Di tutte
le magie, questa è la più straordinaria», sussurrò, cullando il bambino.
Simon le si avvicinò e baciò il piccolo sulla fronte. «È adorabile. Avete scelto un nome?»
«Più di uno, in realtà. Drake-Daniel Liam James. Ma per noi sarà solo Liam.»
«Liam», ripeté Ginevra. «Sei uno di noi adesso.»
«È perfetto», disse Simon.
«Simon, porta qui il bambino. Gin, tu occupati di Gemma.»
«Evan, non ti allontanare», mi pregò lei.
«Non vado da nessuna parte. Devo solo prendere un po’ d’acqua, va bene? Torno tra un
secondo.»
Lei annuì, lasciando che Ginevra la pulisse.
Mi avvicinai al lago e Simon si inginocchiò accanto a me con il bambino. Avvicinai il palmo
all’acqua, che si sollevò in un arco gorgogliante. Usai il calore del mio fuoco per sterilizzarla e infine lo
feci evaporare per renderla tiepida, in modo che Simon potesse utilizzarla per lavare Liam. Poi lo
avvolse nuovamente nella sua maglietta.
«Congratulazioni», mi disse, battendo una mano sulla mia spalla. «Sei un padre, adesso.»
«Già.» Sorrisi. Era strano sentirlo dire ad alta voce.
«Come ti fa sentire?»
«Non sono mai stato più felice», ammisi.
«Lo siamo tutti.»
«Forza, portiamoli in un posto più comodo. Gemma ha bisogno di riposare.»
Simon annuì, il bambino stretto tra le sue braccia.
Sollevai Gemma e ci incamminammo verso il rifugio, non molto distante da lì.
«Dobbiamo dirlo ai miei genitori», esclamò Gemma, una volta arrivati.
«Simon, pensaci tu.» Adagiai Gemma sul divano. Il sole era ancora alto e la luce entrava dalle
finestre, illuminando la stanza.
«Liam avrà fame», immaginò Ginevra. «Gli procuro del latte.»
«No», replicò Gemma. «Voglio essere io a nutrirlo.»
Simon le passò il bambino e poi si voltò, per lasciar loro un po’ di intimità, mentre lui
telefonava ai genitori di Gemma.
Lei si scoprì il seno e avvicinò Liam a sé. Lui aprì gli occhi e guardò la madre per un lungo
istante. Il piccolo strofinò il viso un po’ di volte sulla sua pelle e infine trovò il seno e iniziò a
succhiare. Gemma trattenne il respiro per l’emozione e una lacrima le scese sul viso. Non riuscivo a
immaginare come si sentisse, mentre lo nutriva.
Le nostre vite erano appese a un filo, tenute insieme da un giuramento inaccettabile. Il bambino
era nato. Mancavano tre giorni, prima che le Streghe venissero a reclamare Gemma. Ma io non lo avrei
permesso. Avrei preso la sua mano e insieme avremmo lasciato quel filo, lasciandoci cadere
nell’ignoto, ovunque fossimo finiti.
23
LUCE E TENEBRA
I genitori di Gemma avevano accolto la notizia del parto con grande entusiasmo. Si erano
precipitati al rifugio, chiudendo la caffetteria. C’era voluto un po’ più del previsto, per convincerli che
non era necessario portare Gemma e il bambino in ospedale. Per rassicurarli, avevamo fatto credere
loro che Simon – che tutti credevano essere un medico – aveva fatto partorire Gemma lì perché non
c’era tempo e loro non avevano più smesso di ringraziarlo. Non avevano idea che il bambino fosse nato
nel bel mezzo della foresta e che fossi stato io a farlo nascere. Avevamo promesso loro di passare a
trovarli il giorno seguente... prima di partire. Per i genitori di Gemma, io e lei saremmo partiti per un
viaggio, una volta nato il bambino. Era stata una bugia necessaria, dato che non sapevamo che cosa ci
avrebbe riservato il futuro. Seppur a malincuore, loro avevano accettato questa nostra decisione, anche
se insistevano affinché noi ci sposassimo al nostro «ritorno». Non sapevano che lo eravamo già.
Anche Anya era stata con noi tutto il pomeriggio, accompagnata da due pantere che si erano
aggirate nervose per la stanza. Il momento era sempre più vicino e il pensiero innervosiva anche me.
Era rischioso averle intorno. Ogni istante, avrebbero potuto scoprire le nostre intenzioni e mandare
tutto all’aria.
Quando finalmente era calato il sole, gli ospiti erano andati via, lasciandoci soli a contemplare
nostro figlio. Ero padre. Ero così fiero di esserlo che non riuscivo a smettere di pensarci. Per Liam,
sarei stato il padre che io non avevo avuto. Lo avrei amato. Lo avrei protetto. E forse, un giorno, anche
lui sarebbe stato fiero di me.
Guardai Gemma, che dormiva serenamente sul divano da diverse ore, il bambino stretto nel suo
abbraccio. Non poteva sopportare l’idea di separarsi da lui. E finalmente anche Simon e Ginevra se
n’erano resi conto. Era importante per noi averli come alleati, in una guerra contro le Streghe.
«Guarda, Evan. Si è svegliato», sussurrò Ginevra.
Lentamente, mi avvicinai a Liam e lo presi in braccio, cullandolo vicino al camino.
«Sembra così dolce e umano», rifletté Ginevra, accarezzandolo.
«Sembrerebbe di sì», replicò Simon, al suo fianco.
«A cosa sta pensando?» domandai a Ginevra.
«È troppo piccolo, non ha veri e propri pensieri, ma elabora ciò che ha intorno, le immagini, i
suoni... Posso interpretare le sue sensazioni.»
«E come si sente, adesso?»
«Si sente al sicuro.»
«Tu sei mio figlio», gli sussurrai, mentre lui mi guardava attentamente.
«Un figlio nato dall’unione tra bene e male, oscurità e luce», aggiunse Simon, in tono solenne.
«Qualunque sia la sua natura, lui è l’emblema dell’equilibrio.»
Ginevra si avvicinò per osservarlo. «E tutto il mondo si inginocchierà a lui.»
«Liam...» mormorò Gemma, risvegliandosi.
«È qui», la rassicurai, avvicinandomi.
«Pensi che abbia mangiato abbastanza?»
«Credo di sì, ma forse dovresti mangiare tu qualcosa. Devi rimetterti in forze.»
«Sono già, in forze», replicò lei, sicura di sé. «Anche se una pizza la mangerei volentieri.»
Lanciò un’occhiata speranzosa a Ginevra.
«L’appetito non ti manca, è un buon segno.» Lei le fece l’occhiolino e indicò il tavolo della
cucina, dove la aspettava la sua pizza.
Gemma si fiondò sul cibo, con indosso una vestaglietta bianca e i lunghi capelli neri sciolti sulle
spalle. Aveva un aspetto magnifico. Nessuno avrebbe detto che aveva appena partorito un pargoletto di
tre chili. Si erano tutti preoccupati per il poco aumento di peso e per la lunga durata, ma noi sapevamo
che dipendeva tutto dalla sua natura. Adesso che il bambino era nato, non c’era più traccia, su di lei,
della gravidanza. E il mio intervento dopo il parto aveva rimarginato tutte le sue ferite.
«Simon, ti spiace tenere il bambino?»
«Ma certo, siamo già grandi amici», replicò lui.
«Mmm... Questa pizza è deliziosa... Evan, ma hai portato il tuo violino!» esclamò Gemma,
entusiasta.
Le sorrisi. «Ho pensato che al bambino facesse piacere un po’ di musica.» Portai lo strumento
sulla spalla e intonai una nuova melodia, dolce e malinconica, come una soave ninnananna.
Il bambino mi guardò con attenzione, riempiendomi il petto di emozioni che non avevo mai
provato prima. Orgoglio, soprattutto. Poi, il movimento delle sue palpebre divenne più lento, finché
non cedette al sonno e si addormentò. Sorrisi e avanzai verso la sua mamma, muovendo l’archetto sulle
corde, gli occhi fissi in quelli di Gemma. Le note del pianoforte in mogano si unirono alle mie. Non
avevo bisogno di guardare, per sapere che era Simon ad accompagnarmi.
«È bellissima», mormorò Gemma, quando la musica cessò.
«È per voi.» Le presi la mano e le baciai il palmo, guardandola negli occhi. «L’amore che provo
è imprigionato in queste note.»
«Se ci fosse Drake, scommetto che in questo momento si lamenterebbe per tutte queste
smancerie», replicò Ginevra con sarcasmo.
«È vero, fratellino. Sei proprio andato», aggiunse Simon, sorridendo. Poi accarezzò Liam tra le
braccia di Ginevra. «Ma, con un miracolo così, lo sarei anch’io», mormorò.
«Lo cresceremo tutti insieme», disse Gemma. «Lui è anche un po’ vostro, in fondo. Se non
fosse per voi, non sarebbe nemmeno qui, adesso.»
Sorrisi a Gemma e le strinsi la mano. «Vieni. Facciamo una passeggiata, ti va?»
«Fuori?» Lanciò un’occhiata al bambino, l’espressione ansiosa.
«È in buone mani, non preoccuparti.»
«Lo so.» Si rilassò e si avvicinò a Liam, accarezzandogli la testa. Poi gli diede un lieve bacio
sulla fronte, prima di raggiungermi sulla porta. «È strano non averlo più dentro di me», mi confessò.
Era ancora buio, ma il sole si preparava già a sorgere, rischiarando un po’ l’atmosfera.
«Sento un vuoto dentro. È come se mi mancasse. Non riesco a smettere di guardarlo.»
«Già. So cosa intendi. Lo hai tenuto con te abbastanza, però. Era il mio turno di conoscerlo.» Le
strizzai un occhio e lei rise, mentre ci avvicinavamo alla riva a piedi scalzi.
«Hai ragione. È che non riesco a immaginare di separarmi da lui.»
«Nessuno ti separerà da lui... o da me. Siamo una famiglia, adesso. E presto nessuna forza
soprannaturale minaccerà più di dividerci.» Appoggiai la fronte alla sua e inspirai a fondo, l’acqua del
lago che ci sfiorava le caviglie. «A volte penso che sia tutta colpa mia», le confessai.
«Che stai dicendo, Evan?»
«Se solo tu non fossi venuta a prendermi all’Inferno, non saresti stata costretta a giurare fedeltà
alle Streghe e tu e il bambino avreste potuto vivere una vita normale.»
«Non c’è niente di normale nella mia vita, Evan. Io sono predestinata. Senza di te, mi sarei
persa nelle tenebre. Ho stretto il patto con le Streghe perché sapevo che il tuo amore mi avrebbe
trattenuta qui. C’è speranza solo se tu sei al mio fianco.»
«No. La speranza non mi basta. Faremo a modo mio.»
«Lo so. Abbiamo già deciso.»
Strinsi Gemma per la vita. «Che aspettiamo, allora? Facciamolo adesso. Non voglio più
sprecare un solo istante.»
«Abbiamo ancora due giorni prima che le Streghe arrivino per riscattare la promessa.
Aspettiamo almeno qualche ora.»
«Perché? Tu e il bambino state bene, non c’è motivo di aspettare oltre.»
«Io ho... paura, Evan. Non sappiamo quali conseguenze avrà la nostra scelta e io non sono
ancora pronta a separarmi da Liam. Solo qualche ora, okay? Fingiamo solo per qualche ora che sia tutto
normale.»
La strinsi a me e le accarezzai la testa, respirando tra i suoi capelli. «Andrà tutto bene, Jamie.»
«Lo so. Finché ci sarai tu con me, non ho paura.»
«Vuoi che entriamo?»
«No. Stiamo qui un altro po’.» Gemma mi prese le mani e si inoltrò nel lago, senza mai lasciare
il mio sguardo. Poi s’immerse, la luce del mattino che faceva brillare le gocce sul suo viso come
diamanti.
Le accarezzai la guancia e il mio pollice si soffermò sul suo labbro.
Lei mi guardò, provocante, e guidò la mia mano sul suo seno, i capezzoli turgidi che
sporgevano sulla camicetta trasparente. Sembrava una Ninfa del lago venuta ad ammaliarmi. La attirai
a me e respirai sul suo collo. «Perché mi fai questo?» sussurrai, premendo la mia eccitazione contro di
lei.
Gemma si morse il labbro, sorridendo. «Volevo assicurarmi che mi desiderassi ancora.»
«Ti desidero più di prima, ora che mi hai dato un figlio», sussurrai sulla sua bocca, prima di
baciarla appassionatamente.
«Dovrai starmi lontano per un po’, temo.»
«Sarà un vero inferno.» Tornai a baciarla e lei rise, appoggiando le mani sul mio petto. La
piastrina militare era diventata fredda, sotto la maglietta bagnata. O forse ero io che avevo il fuoco
nelle vene.
«Sarà meglio andare, adesso», mormorò Gemma. Quanto le piaceva provocarmi?
La trattenni e le sollevai le cosce, stringendola a me. «Dove vorresti andare?» Sollevai un
sopracciglio e la mia bocca delineò il profilo del suo mento.
«È quasi giorno, Evan. È meglio se rientriamo.»
«È notte, invece. Ci sono le stelle.»
Gemma guardò il cielo e rise. «Dove le vedi? Non ci sono stelle.»
Cercai la sua mano dentro l’acqua e la strinsi, fissando i suoi meravigliosi occhi. «Ti sbagli,
perché io le sto guardando.» La baciai teneramente sulla bocca e lei ricambiò, mordendomi il labbro.
«Vorrei fare l’amore con te», sussurrò, incendiando il fuoco che mi dominava.
Attirai il suo bacino al mio, sentendo il calore del suo desiderio. La baciai con più ardore, i
respiri che si confondevano.
«Ehi, sirenetta!» esclamò Ginevra. «Il bambino si è svegliato e ti reclama per la colazione. E tu
stai buono, Adone. Non puoi aspettare neanche un giorno? Per Lilith, ha appena partorito!» Rientrò
borbottando tra sé e io e Gemma scoppiammo a ridere.
«A quanto pare, il piccolo avrà quello che io non potrò avere», scherzai, afferrando con
desiderio uno dei suoi seni. «È già un passo avanti a me.»
Gemma rise. «Sono sicura che gli insegnerai un bel po’ di cose, Adone. Quanto a noi due,
riprenderemo il discorso da dove lo avevamo lasciato. Ma adesso riposo, soldato.»
Mi portai la sua mano alla bocca e le baciai il palmo, guardandola negli occhi. «Ai tuoi ordini.»
Mi incamminai verso la riva, Gemma dietro di me.
«Sarà meglio che mi metta qualcosa di asciutto, prima di allattare il bambino», rifletté a voce
alta.
«Nessun problema. Ci penserà Ginevra a procurarti un cambio.»
Uscii dal lago e scossi la testa.
«Evan!» si lamentò Gemma, che avevo schizzato con l’acqua.
Sorrisi. Era più forte di me. Non avevo idea del perché, ma mi piaceva stuzzicarla. A volte
finiva per arrabbiarsi, ma non mi teneva mai troppo a lungo il broncio.
«Aspetta!» mi richiamò Gemma. Mi voltai e vidi che si era abbassata e che con la mano cercava
qualcosa sul basso fondale. «Ma come... Mi è caduto il ciondolo. Eccolo, lo vedo!» esclamò, sollevata.
Il pianto di Liam ci raggiunse proprio in quell’istante. «Impaziente come la mamma, quando si
tratta di cibo», mormorai. «Vado avanti io», la rassicurai, mentre tentava di afferrare la sua catenina tra
la sabbia. Raggiunsi a grandi falcate la porta del rifugio e Ginevra mi sorrise, con in braccio mio figlio.
«L’ho preso!» esclamò Gemma, ancora in acqua. Mi voltai a guardarla mentre si alzava,
stringendo il ciondolo nel pugno, col sorriso sulle labbra.
Un sibilo squarciò l’aria.
Troppo veloce.
Troppo inaspettato.
«Gemmaaa!!!»
I suoi occhi si bloccarono sui miei. Poi li abbassò sulla grande freccia che le aveva squarciato il
petto.
Mi precipitai da lei, ma un vento freddo mi impedì di raggiungerla, gelandomi il cuore.
«Gemmaaa!!!» urlai, il petto che si sgretolava di dolore.
«Cazzo, no!» imprecò Simon. «Gin, non lasciare Liam!» le gridò, provando come me a superare
la barriera.
Gemma sollevò gli occhi su di me, affranta. Conoscevo quello sguardo, lo avevo visto un
milione di volte sui mortali sul punto di morte. No. Non Gemma, no!
Una lacrima scivolò sul suo viso. «Liam», mormorarono le sue labbra, mentre una macchia
rossa si allargava intorno alla freccia. Cadde in ginocchio, gli occhi fissi nei miei, e tutto intorno a me
svanì, mentre io annegavo nel caos della mia mente, riempita solo dal battito del suo cuore sempre più
lento.
«Gemmaaa!» urlai.
Un uomo apparve alle sue spalle con un arco in mano. «Muori, Strega.» Le afferrò la testa e le
spezzò il collo. Gli occhi di Gemma vacillarono e poi divennero vuoti.
«Noooo!» urlai con tutto il fiato che avevo in gola.
Anya apparve al mio fianco e impietrì. Poi si riscosse e si scagliò sull’uomo, ma la barriera la
respinse. L’uomo sollevò gli occhi su di me, con un ghigno sulle labbra, e poi svanì. Mi precipitai da
Gemma, entrando nel lago. Galleggiava a faccia in giù con una freccia che spuntava dalla sua schiena...
E il suo cuore non batteva più.
La girai, trascinandola fino alla riva, e Simon e Anya mi corsero incontro. «Simon, aiutami!
Dobbiamo guarirla!» Spezzai la freccia e la strappai fuori dal suo corpo. Le aveva lacerato il cuore.
«No, Gemma. No! Non lasciarmi proprio adesso.» Provai a rimarginare la ferita, ma lei non si
svegliava. «Avanti, Gemma! Combatti!» le urlai.
«No! Non doveva succedere!» disse Anya, chinandosi su Gemma.
Simon mi posò una mano sulla spalla. «Fermati, Evan.»
«Non dirmi di fermarmi!» ringhiai. «Continua a guarirla, Simon! Non ti fermare!»
«È morta, Evan.»
«Allora la riporteremo indietro. Lo abbiamo già fatto. Dov’è la sua anima? Perché non c’è la
sua anima?!»
Simon mi guardò, affranto, e io mi coprii il viso con le mani insanguinate.
«Gemma!» Ginevra ci corse incontro e si gettò in ginocchio al suo fianco. «Gemma, no! Com’è
potuto succedere?» urlò contro la Sorella, che aveva il compito di sorvegliare i Sotterranei prigionieri.
«Non lo so, i Sotterranei sono ancora tutti lì. Stanno svanendo, ma nessuno di loro è morto. Non
capisco.»
«Allora perché è arrivato un altro Giustiziere?»
«Non era un Giustiziere qualunque, l’ho riconosciuto», rispose Anya. «Era Gareth Kreihn. Noi
lo abbiamo soprannominato Absolon, nella nostra lingua vuol dire...»
«Il Cacciatore di Streghe», mormorò Ginevra, agghiacciata.
«Com’è possibile? È morto secoli fa», esclamai.
«A quanto pare no.» Ginevra afferrò la freccia e la annusò. «È avvelenata.»
Serrai i pugni. «Perché non l’ha presa? Perché non l’ha fatta trapassare?»
«È troppo tardi, per la sua anima. Le tenebre l’hanno reclamata. Morendo, adesso Gemma sarà
un’Anima Dannata persa nell’Inferno.»
«Non può finire così!» ringhiai. Avevo negato a Gemma il Paradiso, le avevo negato
l’immortalità con le sue Sorelle, e adesso non sarebbe stata che un’Anima Dannata? Era questo il
futuro che le avevo promesso? Ero stato un egoista! Il mio amore per lei l’aveva distrutta. Non potevo
accettarlo.
«Trasformala.» Fissai Anya con determinazione.
«Cos’hai detto?»
«Trasformala», ripetei, deciso. C’era ancora una possibilità. Dovevo agire in fretta.
«Evan, pensaci bene», mi richiamò Simon.
«Taci! Non può morire così! Non adesso!»
Anya e Ginevra si scambiarono un’occhiata.
«Simon, prendi il bambino», gli disse Ginevra. «Portalo via, torna a casa.»
«Non vi lascio qui.»
«Portalo via ho detto! Adesso. Devi tenerlo al sicuro.» Gli lanciò un’occhiata eloquente e lui
annuì. Poi si abbassò su Gemma e le strappò il vestito. Un nodo mi strinse la gola, nel vederla così
indifesa, con un buco sul petto. Mi morsi il pugno, per scacciare il dolore.
«Evan, allontanati», mi ordinò Ginevra. «Allontanati, ho detto!»
Feci un passo indietro, mentre loro tentavano di evocare il Dakor di Gemma, affinché la
mordesse.
Il suo cuore non batteva più, la sua anima era persa chissà dove nell’oscurità. Non avevo scelta.
Preferivo che si trasformasse, piuttosto che saperla morta. Forse la trasformazione non l’avrebbe
cancellata. Forse c’era ancora una possibilità che lei scegliesse me.
«Non funziona!» ringhiò Ginevra.
«Che vuol dire ’non funziona’? Riprovate, dannazione!»
«Dev’essere viva perché si trasformi», disse Anya, dispiaciuta.
«Non doveva andare così», mormorò Ginevra, china sul corpo di Gemma.
Crollai in ginocchio, mentre la mia anima moriva lentamente. No. Non poteva essere successo
davvero. Afferrai la terra nei pugni e un grido mi squarciò il petto: «LILITH! Non puoi lasciarla
morire! Ti supplico».
Un lampo squarciò il cielo e Devina si materializzò di fronte a noi. «Sophìa sta preparando una
guerra. I Màsala si pentiranno di quello che hanno fatto a Gemma.»
«No», mormorò Ginevra.
Serrai i pugni. «Portatemi con voi, voglio combattere.»
«Evan, che stai dicendo?» esclamò lei. «Non servirà a niente una guerra contro i Màsala, non
riporterà indietro Gemma!»
«Ha ragione», s’intromise Anya. «Sarà un massacro. Il campo di battaglia sarà la Terra. Morirà
molta gente.»
«Non m’importa», replicai, gelido. Con Gemma, era morta anche la mia umanità, lasciando
posto solo al Giustiziere. Volevo vendetta. Per mesi, avevamo lottato per proteggere il mio amore.
Adesso era giunto il mio momento di cacciare.
«Evan, ascoltami!» urlò Ginevra. La sua voce era lontana, come se mi parlasse da un altro
luogo. Eppure lei era lì. Ero io che mi ero perso. «Sei accecato dalla rabbia! Pensa al bambino. Chi
proteggerà Liam? È tuo figlio, ha bisogno di te.»
Allentai i pugni: Ginevra era riuscita a far breccia nella coltre nera attorno al mio cuore.
«Aspettate. Devina non è qui solo per dirci questo, non è così?» aggiunse, cogliendo i pensieri
della Sorella.
«C’è ancora un modo per impedire la guerra.»
«Ha ragione», mormorò Anya, l’espressione concentrata mentre leggeva i pensieri della Sorella.
«Forse c’è ancora una possibilità di salvare Gemma.» Fissò Devina, che rise tra sé.
«L’Imperatrice mi ha dato questo. Se lo è strappato per lei davanti ai miei occhi. Sperate che
funzioni.» Devina ci mostrò un piccolo oggetto: era affilato e nero.
«Cos’è?» domandai.
«È l’artiglio del diavolo.»
«Funzionerà?» le chiese Ginevra, in ansia.
«Dobbiamo tentare», replicò Anya.
«Tentare cosa? Che sta succedendo?» domandai, agitato.
Anya mi guardò. «Io e Ginevra non siamo riuscite a risvegliare il Dakor di Gemma...»
«Solo il diavolo può riportare indietro i morti», aggiunse Devina.
«Che aspettate, allora? Fate qualcosa!» gridai.
Anya sollevò lentamente gli occhi su di me. Cosa voleva dire quello sguardo?
«Evan, il veleno di Sophìa cancellerà ogni traccia di Gemma», mi avvertì Ginevra, dando voce
ai pensieri della Sorella. «Non c’è possibilità che lei rimanga se stessa. Sei sicuro di volerlo?»
Strinsi i pugni e la guardai. «Procedete.»
Ginevra annuì e Devina mi fissò con un ghigno di soddisfazione.
«Mi dispiace», mormorò Anya, guardandomi con rammarico.
Devina si avvicinò a Gemma, con in mano l’artiglio di Sophìa. Le afferrò il polso e incise sulla
sua pelle il marchio delle Streghe, mentre mormorava un’antica litania di cui non riuscivo a cogliere il
significato: «Treh. Immuaarimet. Lohe. Keh. Kuta Sih».
«Treh. Immuaarimet. Lohe. Keh. Kuta Sih», le fecero eco Ginevra e Anya.
«Treh. Immuaarimet. Lohe. Keh. Kuta Sih.»
Il marchio sfrigolò come carne bruciata e il corpo disteso di Gemma si sollevò dal terreno,
levitando per aria. Le acque si agitarono, il vento soffiò più forte. Qualcosa si posò sulla mia spalla.
Una farfalla nera. No, non una. Erano ovunque, riempivano il cielo, come un vortice creato da una
forza oscura. I vetri del rifugio esplosero. Feci un passo indietro, mentre un lampo squarciava il cielo. Il
collo di Gemma scattò indietro, come se si fosse spezzato ancora, gli occhi totalmente neri spalancati
su di me mentre cambiavano forma. Poi le tenebre si ritirarono dalla sclera e le sue pupille si
allungarono come quelle di un serpente, per poi tornare normali. Una miriade di gocce d’acqua si
sollevò dal lago, in attesa, finché un altro lampo non squarciò il cielo e caddero giù, come
un’esplosione, mentre dalla bocca di Gemma usciva un grido acuto di dolore. Mi lanciai su di lei, ma
qualcuno mi bloccò il braccio. Era Devina.
Per una volta aveva ragione. Non potevo interferire.
Il vento era così forte che rischiava di trascinarmi via, mentre Gemma continuava a urlare e
qualcosa si muoveva nel suo ventre, strisciando sotto la pelle, che si lacerò. Il suo Dakor.
«È nero», mormorò Ginevra alle Sorelle, come se fosse qualcosa di insolito, per loro.
Il serpente strisciò sull’addome di Gemma, che smise di urlare. L’animale si muoveva
velocemente, eccitato dal potere. Voleva nutrirsene. Voleva far parte di Gemma. Aprì le fauci e le
affondò sul suo polso. Lei sembrò colpita da una forte scarica d’emozione e dolore insieme, mentre il
serpente svaniva di nuovo dentro di lei, penetrando nel suo braccio. Quando la carne si fu richiusa,
Gemma si raddrizzò, tornando in piedi. Tenne la testa bassa per un po’, respirando avidamente, mentre
tutti noi trattenevamo il fiato. Poi la sollevò lentamente e mi fissò, mentre i suoi occhi si allungavano
come quelli del suo serpente, brillando come Carbonado.
«Gemma», mormorai, e una parte di me si spense per sempre, quando capii che non era più lei.
I suoi occhi neri, screziati di viola, non lasciarono i miei neanche per un istante, mentre un
ghigno di sfida si dipingeva sul suo volto. Era ancora confusa, ma una sensazione era chiara dentro di
lei. Io ero il suo nemico. Il nuovo inizio di Gemma era la fine di noi.
Anya le cinse le spalle, fissando con rammarico la mia espressione smarrita. «Dobbiamo
andare», disse, rivolta a Devina. «Abbiamo una guerra da impedire.»
Fissai Gemma un’ultima volta. Poi si smaterializzò davanti ai miei occhi, lasciandomi
impietrito nel dolore. Avevano usato il veleno di Sophìa per risvegliare il Dakor di Gemma.
Se prima avevamo una speranza che Gemma potesse trasformarsi restando se stessa, adesso era
svanita.
Ginevra mi guardò, negli occhi la tristezza per quell’ineluttabile sentenza. «L’abbiamo persa.»
GEMMA
24
IL RISVEGLIO
Sentii il cuore battere all’impazzata, mentre un’energia potente m’inondava. Il mio primo istinto
fu quello di combatterla, ma poi mi arresi alla sua forza, lasciando che mi invadesse. Un brivido caldo
mi attraversò il corpo. Riaprii gli occhi e tutto intorno a me fu luce, mentre le tenebre si raccoglievano
dentro di me.
A testa china, cercai di controllare il respiro, e con esso l’energia che si agitava in me. Sorrisi,
estasiata dal potere che sentivo scorrere nelle mie vene, come lava che mi rigenerava. Oscuro e
magnifico. Sollevai lentamente gli occhi e fui subito attratta dall’anima che mi stava di fronte. Non era
come le altre tre, l’istinto mi imponeva di annientarla. Non avevo idea di dove mi trovassi o persino di
chi fossi. I miei occhi rimasero incollati a quelli grigi del ragazzo, mentre dentro di me impulsi violenti
si dibattevano.
Una giovane donna dagli occhi verdi mi mise le mani sulle spalle, impedendomi di scatenare la
mia furia su di lui. «Dobbiamo andare. Abbiamo una guerra da impedire.»
Prima che potessi fermarla, il ragazzo svanì davanti ai miei occhi. Il viaggio durò un istante.
Quando mi guardai intorno, non eravamo più nello stesso posto. «Chi siete?» domandai, guardinga.
«Dove siamo? Perché mi avete portata qui?»
La ragazza dagli occhi verdi mi fissò più da vicino e mi prese la mano. «Sono Anya, non
ricordi?»
Avrei dovuto? Mi guardava come se fosse così, o almeno come se ci sperasse, ma io non avevo
idea di cosa stesse succedendo.
La rossa che era con lei rise. «Ovvio che non ricorda nulla. Ha cancellato tutto. Proprio tutto.»
Ne sembrava soddisfatta. Dovevo esserlo anch’io?
«L’ha risvegliata il veleno di Sophìa, come potrebbe ricordare?»
«Lo so. Era solo una speranza.»
«Speranza per cosa?»
Le osservai, stranita. Avevo sentito le loro voci, ma nessuna di loro aveva aperto bocca. Che le
avessi immaginate?
La rossa mi prese per mano, allontanandomi dall’altra. «Vieni, cara. C’è qualcuno che ti sta
aspettando.»
Mi guardai indietro, dove era rimasta Anya. Aveva l’espressione contrariata, come se ce
l’avesse con la rossa. Qualcuno batté le mani e il suono riempì il grande salone circolare. C’erano
vetrate ovunque, arrivavano fino al soffitto, lasciando entrare una luce crepuscolare.
Poi la vidi. Una donna seduta su un maestoso trono nero. Indossava un lungo abito con una
generosa scollatura a V che arrivava fino all’ombelico. Emanava un forte potere che mi attraeva a sé. Il
cuore prese a battermi più forte. Volevo raggiungerla, volevo toccarla.
Come se avesse sentito quei pensieri, la donna dallo sguardo di ghiaccio mi sorrise e si alzò. I
suoi capelli, lunghi fino ai fianchi, erano neri alla radice, poi diventavano grigi e infine bianchi sulle
punte, come una splendida eclissi parziale di luna. Ai suoi piedi, due grosse pantere nere seguivano
ogni mio movimento.
Non avevo idea di chi fossero quelle donne o di dove mi trovassi, ma per qualche ragione non
m’importava. Sentivo di essere a casa. Le due ragazze al mio fianco si inchinarono a lei e io le imitai.
Lei però mi sollevò il mento. Aveva gli occhi di un blu così intenso da togliere il fiato. Le lunghe ciglia
risaltavano sulla pelle chiara e le sue labbra, tinte di nero, mi attiravano come un sortilegio. Avevano
un contorno così perfettamente delineato, da sembrare una magia. Mi sentivo un’ape e lei era la mia
regina. Non conoscevo altro. Avvicinò la bocca alla mia e mi baciò, scatenandomi una scossa dentro.
«Benvenuta», disse, con voce carismatica. «Sai chi sono io?»
La fissai negli occhi. «No.» Non lo sapevo e non mi importava. Chiunque lei fosse, io ero sua.
Lei sorrise. «Non preoccuparti. Presto conoscerai ogni cosa.» Sembrava così felice di vedermi.
«Sboccerai, mia piccola crisalide. Spiegherai le tue ali e diverrai una magnifica farfalla nera. Il tuo
arrivo cambia molte cose. Le tue Sorelle sono state molto brave a riportarti a casa.»
Le mie Sorelle. Ecco perché sentivo quell’energia che ci univa.
La donna si voltò e le pantere la seguirono, mentre lei andava loro incontro e si sedeva sul suo
trono. «Preparatela. Più tardi ci sarà una grande festa.»
«Sì, mia Imperatrice», risposero in coro le due ragazze.
Mi sorrise e poi si disgregò all’improvviso in un’esplosione di farfalle nere che si levò in alto.
Le fissai, affascinata, finché non sparirono oltre un buco sul soffitto. Poi tornai a guardare il trono
vuoto. Si era trasformata. Avrei dovuto provare paura, invece ero elettrizzata.
«Dove vanno?» domandai, ma un dolore mi colpì alla testa, costringendomi a piegarmi in due.
«Fa così tante domande...»
«Devo trovare un modo per...»
«Hai visto? È arrivata...»
Mi coprii le orecchie con le mani e mi guardai intorno, confusa. Da dove provenivano tutte
quelle voci? Erano nella mia testa, ecco perché faceva così male.
«Su di me...» Anya cercava di parlarmi. «... altre voci.»
Non capivo! Cosa stava dicendo?
«Gemma, ascoltami!» La sua voce si fece largo nella folla della mia mente. «Concentrati su di
me... Brava, così. Respira e guarda le mie labbra che si muovono.»
Obbedii e riuscii a isolare quel suono, scacciando le altre voci. «Che mi succede?» domandai,
allarmata.
Anya mi sorrise. «È tutto normale, presto ti abituerai. Vieni. Ti porto nelle tue stanze.»
«Io resto qui», disse l’altra Sorella. «Nel caso ci fosse qualche nuovo prigioniero con cui
giocare.»
«Come vuoi», replicò Anya. «Ci vediamo alla festa.»
«Gemma, sono felice che tu sia finalmente a casa.» La rossa mi sorrise e io annuii.
«Grazie», replicai, prima che Anya mi portasse via.
Attraversammo molte stanze e capii quasi subito che eravamo in un castello. C’erano
moltissime persone, per lo più donne in abiti da combattimento. Io indossavo una vestaglia bianca
lacerata e sporca di sangue. Cosa diavolo mi era successo?
«Non preoccuparti per quella», replicò Anya, come se avesse udito i miei pensieri. «Ti
porteremo degli abiti adeguati in tempo per la festa.»
«Quale festa?» domandai, incerta.
Il suo sorriso divenne raggiante. «Quella in tuo onore, la Cerimonia di Benvenuto. Tutte noi
l’abbiamo avuta.»
«Tutte? Quante siete?»
«Oh, le conoscerai presto. Sei molto confusa, lo so. Ma ti troverai bene, qui con noi, Gemma.
Te lo garantisco.»
Fissai Anya. Gemma. Continuavano a ripeterlo. Doveva essere il mio nome. Perché non me ne
ricordavo?
«Vieni, ti mostro una cosa divertente.» Mi trascinò in un piccolo corridoio, dove delle voci
riempirono la mia testa:
«Che magnifici capelli!»
«E guarda quella carnagione!»
«Senza dubbio è la più bella tra le Sorelle.»
«Cos’è questo posto?» domandai, confusa.
«È il Corridoio degli Elogi. Ognuna sente quello che vorrebbe sentire. Accresce l’autostima.
Non che nessuna di noi ne abbia bisogno, ma non fa mai male ricevere complimenti e la maggior parte
di noi non può farne a meno. Se ti piace questo, aspetta di vedere il Salone degli Specchi.»
Arrivammo alla fine del corridoio, fino a una grande porta di legno. Anya la aprì e mi mostrò la
stanza. Aveva un soffitto molto alto, dove di tanto in tanto svolazzavano delle farfalle nere. Le pareti
erano quasi interamente ricoperte di specchi. Su una di esse, un grande camino illuminava l’ambiente,
mentre su un’altra una finestra mostrava un limpido cielo al crepuscolo. Al centro della stanza c’era un
grande letto nero, con lenzuola di seta del colore del sangue. Tutte le pareti erano nere, in quel posto –
come il pavimento e il soffitto –, di un materiale che risplendeva come un diamante delle tenebre. Due
ragazze si inchinarono davanti a me e mi sorrisero.
«Vi stavamo aspettando, mia Signora», disse una di loro, invitandomi a entrare.
«Chi siete?»
«Loro sono Mizhye.»
«Anche loro sono mie Sorelle?» chiesi, anche se non sentivo con loro lo stesso legame che mi
univa ad Anya.
«No, ma puoi considerarle le tue ancelle. Sono molto leali e sono al tuo servizio.»
Le tre ragazze si inchinarono. Mi resi conto di percepire le loro emozioni: venerazione, mista a
paura.
Una di loro mi baciò la mano. «Io sono Emayn e sarò onorata di servirvi.»
Mi ritrassi, osservandola attentamente. Aveva la carnagione olivastra e uno sguardo sensuale.
Un artistico tatuaggio sulla mano destra le risaliva il braccio.
Un’altra si fece avanti e abbassò lo sguardo, timorosa. Lei invece aveva la pelle candida. «Il
mio nome è Meryall. Chiedetemi ciò che volete e lo farò.»
Le sollevai il mento, guardando nei suoi grandi occhi chiari.
L’ultima di loro era rimasta in un reverenziale silenzio. Mi avvicinai. Aveva un viso piccolo,
ma l’espressione era tagliente. I suoi occhi non mostravano paura, ma prudenza. «Tu come ti chiami,
invece?»
«Freia, mia Signora. Ai vostri ordini.»
Le squadrai dalla testa ai piedi. Tutte e tre indossavano stivaletti di pelliccia su una divisa
marrone, sexy e aderente, e avevano i capelli intrecciati, come le altre ragazze che avevo visto in giro
per il castello. Tutte loro avevano un bracciale tatuato sul braccio, ognuna dalla forma diversa, quasi
fosse un segno distintivo. I loro corpi erano tonici e muscolosi. Sembravano amazzoni addestrate per
combattere.
«Lo sono, infatti», replicò Anya.
Mi voltai verso di lei, sorpresa. Adesso non avevo più dubbi. «Tu leggi i miei pensieri?»
Lei mi sorrise. «Forte, eh? Presto lo farai anche tu. E questo non è niente!»
«Io ho dei poteri?» Quell’idea mi elettrizzava.
«Certo che ne hai. Hai un grande potere sepolto dentro di te. Noi ti insegneremo a controllarlo.»
«Chi sono io?» le domandai. Sentivo che la risposta era la chiave.
«Tu sei una di noi.» Anya mi abbracciò. «E finalmente sei a casa.»
25
LEGAME DI SANGUE
C’era un gran movimento, in giro per il castello. Sembravano tutti in subbuglio per via della
festa. Di tanto in tanto, alcune Mizhye venivano a sbirciare nella stanza.
Anya mi aveva fatto indossare un abito speciale, lo stesso che tutte loro avevano portato il
giorno della Cerimonia. Consisteva in pantaloncini di pelle nera cui era agganciata una vaporosa coda
lunga fino ai piedi, che sembrava intessuta con ali di farfalle, stivali neri fino al ginocchio e lacci di
cuoio intrecciati sulle cosce.
Le ancelle mi avevano fatto un lungo bagno caldo e un massaggio, poi mi avevano truccata
attentamente gli occhi con dell’ombretto nero, mettendoli molto in evidenza. Adesso, Anya stava dando
l’ultimo tocco ai miei capelli, raccogliendo alcune ciocche e fissandole con delle trecce.
«Perché non ricordo nulla del mio passato?»
«Perché sei stata generata dalla terra per unirti a noi.»
«Vuoi dire che non avevo una vita, prima di questa?»
Anya temporeggiò, come se stesse scegliendo con cura le parole. «L’avevi, ma hai giurato
fedeltà a noi.»
«Sapevo che così facendo avrei perso la memoria?»
«Sì.»
La mia vita doveva essere orribile per voler scappare via. In quel posto, invece, mi sentivo forte.
«La tua vita inizia adesso.» Anya mi guardò negli occhi. «Con noi. Tu sei speciale, Gemma.
Solo una mortale ogni cinquecento anni riceve questo dono.»
«Quale dono?»
«Il potere. L’immortalità. La Sorellanza. Noi siamo Streghe, Gemma.»
Streghe. Un brivido di piacere mi corse sotto pelle. «Chi era quel ragazzo dagli occhi grigi,
nella foresta?»
«Il tuo più grande nemico. Un Sotterraneo.» La rossa riapparve proprio in quel momento. Ecco
perché avevo provato quella forte ostilità per lui.
«Devina, ti sei già stancata di aspettare i nuovi prigionieri? Perché non vai a cercartene
qualcuno?»
«No, resta qui», le dissi. «Ti prego.» Sentivo una forte affinità, con lei. Avevo l’impressione
che potesse insegnarmi molto. Emanava potere e io volevo assorbirne ogni goccia.
Devina mi sorrise. «Ma certo, con immenso piacere.»
Le due Sorelle si guardarono con aria di sfida. Ero sicura che stessero comunicando tra loro,
tenendomi all’oscuro.
Un costante mormorio mi riempiva la mente, ma non riuscivo a distinguere le voci. «Avrò
sempre tutti questi suoni nella testa?»
«Ci farai l’abitudine. Concentrati sui tuoi pensieri e tutto il resto passerà in secondo piano.»
«Quando inizierò a capire anche i vostri pensieri?» domandai, frustrata dalla loro conversazione
silenziosa.
«Dopo il Battesimo del tuo Dakor, non appena suggellerai con noi il Legame. Quando Sophìa ti
unirà ufficialmente a noi la trasformazione sarà completa.»
«Sophìa è la donna che stava sul trono, non è così?»
«Lei è la nostra Grande Sorella», replicò Devina. «Una Strega, proprio come te e me.»
«Ma è anche la nostra Imperatrice, sebbene Devina a volte se ne dimentichi.»
«Anche noi possiamo fare quello che ha fatto lei, quando si è disintegrata?» Per qualche
ragione, ero rimasta stregata dalle sue farfalle.
«No. Solo quando moriamo, ma è una possibilità remota.»
«Ogni volta, per lei è una piccola morte», aggiunse Devina. «Solo che lei non può morire.»
«È la regina delle tenebre. La morte le appartiene.»
«Ma è l’unica cosa che non può avere per sé. Per questo le piace così tanto.»
«Sei pronta», disse Anya.
Mi guardai a un grande specchio e sorrisi alla mia immagine. Non sapevo chi fossi prima, ma
quello che vedevo adesso mi piaceva. Ero bella. E presto sarei diventata molto pericolosa.
Anya si rivolse alla Sorella. «Che te ne pare?»
«Direi che manca qualcosa.» Devina sorrise e poi mi diede le spalle. «Seguimi.»
Obbedii, lasciandomi guidare attraverso un lungo corridoio che si apriva in un grandissimo
cortile, dove regnava un tetro crepuscolo. C’era un gran viavai di amazzoni che entravano e uscivano di
corsa.
«Ci sono solo donne qui?» domandai.
Sul volto di Devina affiorò un mezzo sorriso. «No, ma facciamo in modo che gli uomini non
stiano tra i piedi. Non abbiamo bisogno di loro... al massimo sono loro ad avere bisogno di noi.
Dipendere da un uomo è segno di debolezza, ma far sì che lui dipenda da te è indice di potere. Ogni
uomo che troverai al castello è sottomesso a noi per sua volontà... oppure è nostro prigioniero.»
Sorrisi. Era un discorso interessante.
La seguii lungo grandi scale che conducevano a una porta sotterranea. Quando Devina la aprì,
un fuoco corse su tutte le pareti di pietra, illuminandola. «Ecco, siamo arrivate.»
«Che posto è questo?»
«Qui è dove teniamo alcuni dei nostri giocattoli.»
Mi guardai intorno, restando a bocca aperta.
«È la stanza delle armi. Non puoi andare alla Cerimonia senza prima aver scelto un’arma.»
«Ho mai combattuto prima?»
«Ce l’hai nel sangue. Sarà per te come respirare.»
Tutte le pareti erano interamente ricoperte di armi. Ce n’erano così tante! «Come faccio a
scegliere?»
«Ovviamente puoi usare tutte le armi che vuoi, ogni volta che vorrai, ma ognuna di noi ne ha
una speciale che porta sempre con sé.»
«Qual è la tua?»
Devina si portò una mano alla coscia e un secondo dopo una frustata squarcio l’aria. Il rumore
fu così acuto da riempire la stanza con la sua eco. «Dopo che anche tu avrai il tuo giocattolo, potrai
personalizzarlo con i simboli delle tue battaglie. Io ho perfezionato la mia Magnifica con pelle di
Molock.»
«Cos’è un Molock?»
«È una creatura dell’Inferno. Una delle più feroci. È stato divertente vedere la paura nei suoi
occhi quando l’ho scorticato. Ti divertirai anche tu, ne sono certa.»
«Hai scelto un nome perfetto, è davvero magnifica», ammisi, osservando la frusta nelle sue
mani. «Come farò a trovare la mia?»
«Sarà lei a trovare te. Quando la toccherai, la sua energia si accenderà, e tu sentirai il potere che
vi unisce.»
«Che aspettiamo, allora? Iniziamo subito!» Le sorrisi e cominciai a guardarmi intorno. C’erano
armi di ogni tipo, epoca e dimensione. Afferrai una spada e la soppesai. Era incredibile con quanta
sicurezza riuscissi a maneggiarla. La feci roteare con una mano, mentre Devina mi osservava con
sguardo fiero. La rimisi al suo posto e presi un lungo bastone ferrato. Seguii il mio istinto e il bastone si
mosse tra le mie mani come se fossimo un tutt’uno. Feci una finta a Devina e lei la schivò abilmente,
bloccandomi al muro.
Sorrise, compiaciuta. «Sei brava per natura, ma hai ancora molto da imparare.»
«Quando?» domandai, impaziente. Mi sentivo forte. Volevo diventare invincibile.
«Presto. Molto presto», mi promise. «Hai trovato quello che cercavi?»
No, fui sul punto di dire, ma poi i miei occhi si spostarono su un piedistallo in fondo alla stanza
e la trovarono. Una balestra. Una bellissima balestra nera che mi supplicava di avvicinarmi. «Eccola»,
mormorai tra me, piegandomi al suo richiamo.
«Ottima scelta», affermò Devina, negli occhi una punta di ammirazione.
Allungai la mano, esitando prima di toccare la balestra. Poi la presi, quasi con deferenza, e
osservai come si adattava perfettamente alla mia presa. Sentivo il suo potere letale trasferirsi in me.
Sembrava che fosse stata scolpita in un diamante nero, la stessa pietra con cui era costruito il castello.
Guardando la balestra, notai che sulla mia mano c’era un tatuaggio. Erano strani simboli in una lingua
antica, ma in qualche modo io la conoscevo. Stare insieme. Doveva avere a che fare con le mie Sorelle.
«È un oggetto raro», disse Devina, riscuotendomi dai miei pensieri. «Sophìa l’ha forgiata secoli
e secoli fa. Nessuno l’ha più impugnata, da allora, ma io ero presente alla sua creazione. Ho visto il
potere che possiede.» Prese una piccola freccia tutta nera e me la mostrò. «Le sue frecce sono
inarrestabili e letali. Dovrai stare attenta a come la usi perché è un’arma che non fa prigionieri.»
Sorrisi, gli occhi incatenati alla mia nuova arma. «Khalida», mormorai. Inarrestabile. Non
sapevo che lingua fosse, quella che mi aveva riempito la mente, ma d’un tratto la conoscevo.
Devina annuì, soddisfatta. «La trovo perfetta.»
«Voglio provarla», esclamai, eccitata.
«Lo faremo presto. Adesso dobbiamo andare alla Cerimonia. Sei l’ospite d’onore, non puoi
ritardare.» Mi strizzò un occhio e mi fece cenno di seguirla.
Agganciai le cinghie e mi misi la balestra sulla schiena. Feci per seguire Devina, ma qualcosa
mi trattenne. «Aspetta!» Afferrai due pugnali dalla lama ricurva e li feci roteare, nascondendoli nelle
fasce di cuoio intrecciate sulle cosce. «Prendo anche questi.»
Devina mi sorrise. Mi piaceva, quella stanza. Ci sarei tornata molto presto.
Lanciai un’occhiata al cortile, dove non c’era più nessuno. «Dove sono finiti tutti quanti?»
«Sono nel Pantheon. La Cerimonia sta per iniziare.» Devina mi condusse all’interno del castello
fino a un’enorme porta di pietra nera intagliata. «Sei pronta?»
Annuii e la porta si aprì lentamente sotto il suo comando: eravamo di nuovo nella sala del trono.
Solo che stavolta erano tutti lì, avvolti in lunghi mantelli dorati con ampi cappucci, e con gli occhi
puntati su di me. Sollevai il mento e iniziai ad avanzare a testa alta, con lo sguardo fermo
sull’Imperatrice. Era come se fossi legata a lei da una connessione mistica. Al mio passaggio, tutti
intorno a me si inchinavano: donne, uomini e maestose pantere nere. Mi fermai solo quando ebbi
raggiunto il trono.
Il silenzio regnava sovrano. Una lingua di fuoco correva lungo le pareti, disegnando ombre e
luci sui bellissimi volti delle mie Sorelle. Uno stormo di farfalle nere volò in circolo e si posò sul trono,
richiamato dal potere, ma i miei occhi non si mossero.
Sophìa sorrise, l’espressione raggiante. Si alzò, mentre tutti trattenevano il respiro. Un serpente
nero si snodò sul suo collo. Dakor, pensai d’istinto. I suoi incredibili occhi lapislazzuli mi fissarono da
vicino, ipnotici. Erano identici a quelli di Sophìa. Lei lanciò un’occhiata alla mia balestra e fece un
cenno d’assenso, come se fosse soddisfatta della mia scelta. Poi la sua voce mi riempì la testa:
«Nàyade. Ti ho aspettato così a lungo, mia piccola guerriera».
«Sono tua, mia Imperatrice», affermai risoluta, chinando la testa.
Lei aprì lentamente le braccia e parlò a gran voce: «Che la Cerimonia abbia inizio!»
Un coro di tamburi e urla riempì la stanza.
«Vieni», disse, tendendomi la mano. «Prendi il tuo posto. È ora che ti unisca alle tue Sorelle.»
Mi accompagnò fino al trono accanto al suo. Era più piccolo, ma altrettanto maestoso. Ai lati, due
pantere si inchinarono a me. Una di loro aveva qualcosa di familiare... Doveva essere il colore degli
occhi. Verde giada. Pochi istanti dopo, la sua forma mutò e capii perché avevo provato quella
sensazione. Era Anya. La fissai, meravigliata. Anche l’altra pantera assunse sembianze umane, ma lei
non l’avevo mai vista prima.
Mi sedetti sul trono e Sophìa prese posto al mio fianco. «Oggi è un grande giorno», tuonò,
mentre la folla la ascoltava, estasiata. Ancora una volta, indossava un abito che sembrava fatto di
farfalle nere, ma la forma era diversa, come se si plasmasse addosso a lei. «Dopo cinquecento lunghi
anni, una nostra Sorella si è risvegliata dalla terra per unirsi a noi. Ci è stata donata e noi la
accoglieremo come sangue del nostro sangue. Da ora e per l’eternità.»
La folla esultò, battendo i piedi a terra.
«E adesso presentatevi, Consorelle! Mostriamo a Nàyade la sua nuova famiglia.»
Anya si inginocchiò davanti a me.
«Lei è Anya», disse Sophìa. «Ma so che la conosci già. È leale e saggia. Sarà per te una buona
Sorella.»
Anya si alzò. Aveva sciolto i capelli in morbide onde castane, su cui risaltava una obliqua
striscia bionda che li attraversava come un fascio di luce. Mi fissò per un momento, il serpente avvolto
sul suo braccio che mi guardava con gli stessi incredibili occhi verdi, poi mi diede un bacio sulle
labbra. «Benvenuta», sussurrò, e mi strizzò un occhio, prima di andare via. Si fermò sotto il trono dove,
sul pavimento, era impresso il marchio rosso che ci rappresentava. Nessuno me lo aveva detto prima,
ma in qualche modo io lo sapevo.
«Devina. La prima Sorella... Il mio Spettro», annunciò Sophìa. «Ha lo spirito di una guerriera e
saprà guidarti nella tua ascesa.»
Devina fece un breve inchino, senza mai staccare gli occhi dai miei, e poi mi baciò. Il suo bacio
non fu tenero come quello di Anya, ma elettrizzante e sensuale. Aveva le labbra tinte di rosso, dello
stesso colore dei capelli. Persino gli occhi sembravano di fuoco.
Fu il turno di Bathsheeva, che per le Sorelle era solo Sheeva. Aveva una lunghissima coda di
cavallo scura che le arrivava fino alle caviglie. La pelle color caramello e gli occhi d’oro fuso. Anche
lei si inginocchiò davanti a me e poi mi baciò sulle labbra, come benvenuto. Poi venne Zafirah, Safria
per le Sorelle. I suoi occhi blu tendenti al viola spiccavano sulla pelle nera, i capelli ricci un groviglio
intrecciato sulla testa. Kreeshna, anche lei dalla pelle scura, una lunga treccia che scendeva sulla sua
spalla. E ancora Zhora, con un taglio particolare molto corto, di un mogano acceso, e gli occhi verde
smeraldo che brillavano come quelli del Dakor avvolto sul suo polso. Poi c’erano Nerea, dai lunghi
capelli biondi con le punte maculate e dagli occhi incredibilmente gialli, e Camelia, sensuale come una
sirena, coi suoi grandi occhi grigi, con la pelle chiara e i capelli rosa pastello che diventavano lilla sulle
punte. E infine Nausyka. I suoi capelli erano così chiari da sembrare bianchi, gli occhi blu che
brillavano come stelle polari. Tutte loro portavano una ciocca di capelli intrecciata che attraversava
loro la fronte come un diadema. Ne contai nove. Più Sophìa e me. La maggior parte di loro non l’avevo
mai vista prima, eppure sentivo il forte legame che ci univa. Erano le mie Sorelle e io ero una di loro.
Una Strega. Ognuna aveva su di sé un serpente, chi avvolto sul braccio, chi lo teneva sul collo, altre
sulla coscia.
Rimasero tutte in attesa, fin quando l’Imperatrice non ripresa la parola. «È giunto il momento»,
annunciò in tono solenne.
L’intera platea s’inginocchiò, mentre l’Imperatrice si alzò e mi offrì la mano perché la seguissi.
Mi portò al centro del cerchio di Streghe, proprio sopra il marchio scavato nella pietra nera. Un’ancella
portò un calice nero coperto da un fazzoletto di seta rossa, che Sophìa tolse. La Mizhya lo prese, fece
un inchino e si ritirò, unendosi alla lunga fila di ancelle.
I serpenti delle Streghe sibilavano. Erano gli unici a muoversi, all’intero del salone, mentre tutti
gli altri trattenevano il respiro.
Sophìa si avvicinò a Devina e le offrì la coppa. Lei mi fissò, con i suoi occhi ardenti come il
fuoco. In quell’istante, il suo serpente aprì le fauci e la morse sul polso, scomparendo dentro di lei. Le
sue iridi si allungarono come tentacoli, riempiendo la sclera, e la pupilla si allungò. Il serpente era in
lei. Devina allungò il polso e lasciò cadere una goccia del suo sangue nel calice di Sophìa. Anche Anya
fece lo stesso e così via per tutte le Sorelle. Quando anche l’ultima ebbe versato il suo sangue, Sophìa
venne da me e mi porse la coppa. La presi e il suo serpente sibilò, senza mai staccare gli occhi dai miei.
Poi aprì le fauci e anche lui si insinuò dentro la sua padrona. Gli occhi blu dell’Imperatrice
risplendettero un istante, divenendo uguali a quelli del suo animale. Poi il suo sangue scivolò nel calice,
sfrigolando. «Questo è il sangue delle tue Sorelle», recitò in una lingua antica. «Bevilo e accoglile in
te.»
Avvicinai il calice alle labbra, passando in rassegna i volti di tutte le Streghe. Mi guardavano
con rispetto e attesa. Lasciai che il loro sangue fluisse sulla mia lingua e il suo sapore mi estasiò,
arrivando fino all’anima. La Mizhya tornò e si portò via la coppa. Mi girava la testa. Sophìa mi prese il
polso e fece scorrere le sue lunghe unghie nere sulla mia pelle, tagliandomi il palmo. «Sulla Terra e in
ogni luogo è costretto a strisciare, ma questo è il suo regno e può dominare.»
Il cuore mi batteva forte, mi sentivo come se avessi ingerito una potente droga.
«Vieni a me», sussurrò Sophìa.
Poi accadde.
Un serpente, come quello delle mie Sorelle, uscì lentamente dal mio palmo. Era nero,
completamente nero. Rimasi immobile a fissarlo, mentre si snodava sul mio polso. Lui sibilò,
guardandomi intensamente. Aveva gli occhi neri screziati di viola e subito sentii che era parte di me.
Un mormorio si diffuse tra la folla.
«Avete visto? È nero.»
«Non è possibile...»
«È uguale a quello dell’Imperatrice...»
Avevano ragione. Il mio serpente non era verde, come quello delle mie Sorelle.
Sophìa mi fissò e sorrise. «Tu non sei solo una di noi», disse, la voce solenne. «Sei la
tredicesima Strega e io ti stavo aspettando da molto, molto tempo.» Mi prese la mano e la avvicinò alle
labbra, baciandomi il palmo insanguinato. «Offri il tuo sangue alle Consorelle per chiudere il Legame.»
Mi avvicinai al cerchio di Streghe e, a una a una, si piegarono a bere dal mio palmo.
«È ora», annunciò Sophìa.
Poi le Streghe si presero per mano, compresa l’Imperatrice, chiudendo il cerchio intorno a me.
«Kaameh. Tika nun kàa. Saeth rith», mormorarono in coro.
Allora i serpenti uscirono dai loro corpi, mentre la preghiera si faceva più ritmata e intensa. Era
Kahatmunì, il segreto e antico codice delle Streghe. E io lo conoscevo.
Il Legame è consacrato, non può essere spezzato.
«Kaameh. Tika nun kàa. Saeth rith.»
«Kaameh. Tika nun kàa. Saeth rith.»
I Dakor vennero a me, strisciando sul pavimento, e mi accerchiarono. Il mio serpente era
eccitato, rispondeva al loro richiamo. La folla prese a battere i piedi a terra a un ritmo ipnotico, sempre
più serrato.
«Sboccia, mia piccola crisalide.»
Il mio Dakor aprì le fauci e affondò i denti sul mio polso, entrando in me, mentre nella stanza
tornava il silenzio e la coda del mio vestito esplodeva in una miriade di farfalle nere. Gettai la testa
all’indietro, vinta da un misto tra dolore e puro piacere. I miei occhi bruciavano, mentre lui si fondeva
con me, e le farfalle mi vorticavano intorno. Udii il suo cuore battere e allinearsi con il mio. Sentii il
suo sibilo sussurrare alla mia mente, percepii la sua anima legarsi alla mia. Eravamo un unico essere.
«Avrai la forza di una pantera. L’arguzia di un serpente. La grazia di una farfalla», declamò
Sophìa.
«È magnifica», stava pensando una delle Sorelle.
«Una degna guerriera.»
«Le insegnerò ogni cosa», aggiunse Devina.
«Devo proteggerla», rifletté Anya.
Erano nella mia mente. Tutte loro. Ero una Strega. La trasformazione era completa.
Quando il formicolio cessò, tornai a guardare Sophìa, che mi aspettava con un largo sorriso. Si
avvicinò e posò le sue labbra sulle mie, in un bacio lungo e sensuale. «Sei ufficialmente una di noi,
adesso. Nulla potrà spezzare il nostro Legame.»
«Sì, mia Imperatrice.»
Le Streghe esultarono e mi sollevarono dal pavimento, lanciando un urlo di guerra.
Sorrisi, lasciandomi trasportare dal loro entusiasmo. Non ricordavo nulla del mio passato, ma,
ne ero certa, non ero mai stata più felice.
26
UN NUOVO MONDO
«Dove stiamo andando?» domandai loro attraverso la mente. La Cerimonia si era conclusa e le
Streghe mi stavano conducendo fuori dal castello, lanciandomi di tanto in tanto in aria con urli di
guerra.
«Adesso inizia la vera festa!» replicò Devina.
Sentivo ogni loro più piccolo pensiero. Anche le voci degli altri presenti riempivano la mia
mente e, se mi concentravo, potevo valorizzarne una piuttosto che un’altra, ma con le Streghe era
diverso. Le loro voci erano più forti e chiare, come se tutte noi fossimo un’entità unica e inseparabile.
Mi condussero fino a quello che sembrava essere un anfiteatro. C’era già moltissima gente,
affacciata sui balconi dei palazzi circostanti, sulle tribune, al centro dell’Arena. Uomini senza maglietta
suonavano tamburi, mentre altri si esibivano in una danza acrobatica tribale, rude e incredibilmente
sexy. Le Streghe mi fecero scendere e Devina reclamò la mia attenzione: «Tieni, assaggia questo». Mi
offrì un boccale con un liquido trasparente e io lo mandai giù.
Sgranai gli occhi, sentendo la gola bruciare. «Cos’è?!» esclamai, ma subito il liquido mi scaldò
lo stomaco e si diffuse in tutto il corpo, provocandomi una scossa di piacere. Assaporai quella
sensazione e ne desiderai ancora.
Devina sorrise. «È veleno. Una delizia.»
Mi guardai intorno e vidi che tutti si stavano divertendo. «Uh, è piuttosto forte!» esclamai,
stordita.
«Il Sidro è letale, ma non per noi.»
Proprio accanto a me, un uomo a torso nudo buttò giù il contenuto di un bicchiere.
«Neanche per loro, vedo.»
«Quello che hanno loro non è come il nostro. Piccole quantità del nostro sangue epurato dal
veleno, tuttavia, sono una delizia, se sapute distillare.»
«Bevono il nostro sangue?»
«Solo qualche goccia. Ci sono dei Dannati – gli Speziali – molto ricercati perché abili nella
preparazione di una speciale miscela. Qui la chiamano l’Elisir. Il nostro sangue è la droga più potente
mai esistita.»
Fissai gli uomini che danzavano a petto nudo, incredibilmente attratta dalla loro bellezza e
virilità.
Mia Sorella mi guardò con uno scintillio negli occhi. «Aspetta di vederli nell’Arena. Non c’è
niente di più sexy di due guerrieri che combattono all’ultimo sangue per te.»
«Chi sono?» domandai, curiosa.
Devina rise e mi tolse la coppa dalle mani. «Non esagerare, la prima volta, o ti verrà il mal di
testa. Loro sono Sotterranei», mi spiegò, rievocando il ricordo lontano del ragazzo con gli occhi grigi.
«Credevo fossero nostri nemici.»
«Non qui al castello. I Figli di Eva sulla Terra ostacolano la nostra missione e vanno fermati.
Ogni Sotterraneo che vedi qui, invece, ha scelto di assoggettarsi a noi.» Devina si fermò accanto a un
uomo e lo baciò, lui la prese per i fianchi e le palpò le natiche, ma lei fece scorrere il dito sul suo collo
e affondò l’unghia lasciando una scia di sangue.
Il Sotterraneo cadde in ginocchio.
«Puoi avere tutti quelli che vuoi sotto il tuo comando. Ti porterò i migliori soldati tra cui
scegliere. È la tua festa, stanotte devi stare in compagnia», promise Devina.
Guardai il Sotterraneo e sorrisi, sentendo l’eccitazione crescere in me. Ma qualcos’altro aveva
attirato la mia attenzione nelle sue parole. «Qual è la nostra missione?»
«Le anime», replicò lei, con una luce negli occhi. «Ce ne sono molte, sulla Terra, in continua
espansione. Nell’ultimo secolo c’è stato un pericoloso abbassamento della percezione del male.
Pericoloso per loro, ovviamente. Il nostro compito è di portarle qui.»
«Come?»
«Con il nostro potere. È ancora presto, per te. Dovrai prima addestrarti. Ma, quando giungerà il
momento, ti nutrirai di quel potere, non potrai più farne a meno. Ti chiederai come hai fatto a vivere
senza.»
La ascoltai, affascinata. Volevo che quel giorno arrivasse al più presto.
«Arriverà», promise, leggendo i miei pensieri. «Nel frattempo, godiamoci la festa.» Devina
prese due boccali di veleno e me ne offrì uno.
Le sorrisi e mandai giù il liquido in un solo sorso, esultando con un grido.
«Eccoti», esclamò Sophìa venendoci incontro. Chiunque si inchinava al suo passaggio e così
feci anch’io, ma lei mi fermò, sollevandomi il mento. «Ti prego, Nàyade. È la tua festa. Sono io che mi
inchino a te. La tua presenza qui è fonte di immensa gioia, per me. Da secoli non ero più tanto esaltata
per qualcosa, come per il tuo arrivo.»
«Sono onorata, mia Imperatrice.»
All’improvviso, non sentii più i pensieri di Devina. Mi voltai, ma lei era ancora lì, che fissava
Sophìa con espressione contrariata. Poi Devina ci lasciò.
«Dove sta andando?» domandai, ma nessuno mi rispose.
«Vieni. Voglio farti un regalo.»
La seguii per il cortile, attraversando la festa. Riconobbi due delle mie Sorelle, Zhora e Sheeva,
che combattevano contro le Mizhye. Un piccolo cerchio si era riunito per vedere lo spettacolo. Provai il
forte impulso di unirmi a loro e Sophìa sorrise.
«Avrai molto tempo per combattere. Presto inizierà il tuo addestramento. Sono certa che ti
rivelerai un’incredibile guerriera. La forza del tuo animo è straordinaria. Non avevo mai visto un fuoco
come il tuo in una mortale.»
«Anche le ancelle sono mortali?» domandai. I miei occhi vedevano la loro forza, ma il mio
spirito riconosceva la loro debolezza. Nemmeno i Sotterranei erano forti come noi – o almeno quelli lì
al castello – tuttavia avevo percepito in loro la fiamma dell’immortalità.
«Le Mizhye non sono che Anime Dannate, reclutate per servirci.»
Proprio in quell’istante, Sheeva sfondò la gola a una di loro e la folla esultò. Del liquido nero si
riversò dalla ferita finché lei non cadde a terra e scoppiò in una nuvola di polvere. «Le addestriamo a
combattere per divertimento, ma nessuna resiste mai a lungo. Tuttavia sono felici di servirci. Stare con
noi è un buon modo per andarsene. In confronto, fuori dalle nostre mura per loro è un vero ’inferno’.»
Sophìa sorrise, gli occhi blu che brillavano nella penombra.
Quelle parole avevano solleticato il mio interesse. «Quando potrò uscire dal castello?»
«Tutte le volte che vorrai. È per questo che siamo qui.»
«Posso farti una domanda?»
«Non occorre. So già quello che vuoi chiedermi.»
Corrugai la fronte. Sentivo il bisogno di dirlo ad alta voce. «Hai detto che sono la tredicesima
Strega, alla Cerimonia, però eravamo undici Sorelle. Dove sono le altre due?»
Sophìa mi guardò, negli occhi un velo di profonda tristezza. Poi la sua voce mi riempì la mente:
«In passato, abbiamo perso due Consorelle e il dolore per la loro perdita è ancora acceso nel sangue
di tutte noi».
«Quali erano i loro nomi?»
«Tamaya e... Ginevra.»
L’eco dei loro nomi risuonò nella mia mente. Non le conoscevo, ma in qualche modo sentivo
che il dolore era anche nel mio cuore.
«Prego. Siamo arrivate», disse Sophìa, stavolta a voce alta. Eravamo giunte in cima a un’alta
torre che si ergeva sfidando il cielo.
Uscii nell’ampio terrazzo e l’aria fresca m’investì. Chiusi gli occhi e respirai a fondo. Mi
sentivo così libera e... felice.
Un nitrito catturò la mia attenzione. Mi guardai intorno per la prima volta e mi accorsi che sul
tetto, tutto attorno alla torre circolare, c’erano dei giacigli ricoperti.
Sì, adesso li sentivo: i loro respiri. C’erano delle creature e dovevano essere enormi.
«Dove siamo?» chiesi, sorpresa.
«Nelle stalle. Qui è dove riceverai in dono il tuo Sauro.»
Un coro di nitriti riempì la notte quando, tutto intorno a noi, dei magnifici destrieri spiegarono
le loro ali, inchinandosi all’Imperatrice. L’emozione mi riempì il petto. «Questi sono i Sauri delle tue
Sorelle, ma stanotte una nuova creatura sorgerà dall’oscurità per servirti... e proteggerti.»
Uno di loro nitrì e scalciò, risvegliando in me il desiderio di avvicinarmi. Lo accarezzai sul
muso e lui si calmò. Era maestoso, forte ed elegante. Un perfetto guerriero delle tenebre.
Argas.
Quel nome s’impose con prepotenza nei miei pensieri. Non sapevo da dove fosse giunto, ma
d’un tratto ero certa che appartenesse a lui.
«Argas», sussurrai, seguendo quell’istinto, e lui nitrì, strofinandosi contro di me. «Io voglio
lui», affermai, risoluta. Era un pensiero egoista. Quel destriero doveva essere di una delle mie Sorelle,
ma non mi importava. Avevo sentito una connessione profonda con lui non appena lo avevo toccato.
«E sia», mi concesse Sophìa.
«Sono disposta a battermi, per averlo.» Sentivo un fuoco ardere in me: il desiderio di
primeggiare, anche a scapito delle mie Sorelle.
Sophìa sorrise. «Non sarà necessario... per stavolta. Lui ha perso da secoli la sua Strega.»
Accarezzai il suo manto. Era morbido, sebbene sembrasse duro come una corazza. Argas
strofinò la testa contro di me, facendomi il solletico.
«A quanto pare, è lui che ha scelto te. Tieni.» Mi lanciò qualcosa e io lo afferrai al volo. Era un
piccolo flauto di Carbonado. Era un po’ vecchio, ma lo adoravo. A un’estremità era scheggiato. Lo
accarezzai, chiedendomi che storia nascondesse.
«Grazie», mormorai. «È il regalo più bello che potessi farmi. Oltre al resto, ovviamente.»
«Che aspetti, allora?» mi domandò, con un gran sorriso. «Il tuo nuovo mondo ti aspetta.»
Sorrisi, eccitata, e salii in groppa ad Argas. Lui nitrì e si impennò. Corse lungo tutto il terrazzo e
si gettò di sotto, in picchiata.
La voce di Sophìa mi riempì la testa: «Spiega le ali, mia farfalla, e vola».
27
LA REGINA DEI CIELI
«Uh-uh!» Il vento inghiottì il mio urlo, mentre risalivamo verso il cielo alla scoperta del mio
nuovo mondo. Mi sentivo forte e piena di vita. Quel posto era la mia casa, lo avvertivo in ogni fibra del
mio essere. Argas scalciò con le zampe posteriori e nitrì, strattonandomi per attirare la mia attenzione.
Anche lui era felice di essere lì con me. Risi, riempiendo l’aria di quel meraviglioso suono e mi
abbassai per accarezzarlo, mentre lui mi portava in alto. Aprii le braccia e chiusi gli occhi, l’aria che mi
sferzava il viso. Avevo il mondo in pugno. Il potere scorreva in me come una scarica elettrica. Respirai
a fondo il profumo del crepuscolo: profumo di casa.
Sentii gli occhi bruciare, mentre si trasformavano, e li aprii, un ghigno sulle mie labbra. Il mio
Dakor era dentro di me, lo sentivo. Il suo veleno era potente e inebriante.
«Aha!» spronai Argas, e lui reagì subito, scendendo in picchiata.
Lo spettacolo sotto di noi mozzava il fiato. Il fiume si snodava tra le valli, il vulcano eruttava,
festeggiando la mia presenza, il monte Nhubii, con le sue cascate, mi osservava con silenziosa
riverenza. E poi c’era lui. Il castello. Un maestoso e minaccioso ago puntato contro il cielo. Argas
percepì il mio bisogno di tornarci e sbatté le possenti ali nere, dirigendosi verso l’alta torre così
velocemente che temetti di andare a picchiare contro la pietra. Ma all’ultimo momento si impennò
verso l’alto, sfiorando la parete nera con gli artigli. Riuscivo a sentire e a vedere tutto, ogni più piccolo
dettaglio, ogni più piccola creatura che correva a nascondersi da me. Vidi i fuochi della festa e volai in
cerchio sul cortile. La folla mi vide ed esultò, alzando i calici in mio onore. Scesi per avvicinarmi e le
mie Sorelle lanciarono un grido di guerra. Passai loro accanto a tutta velocità e mi unii al coro. Poi dei
fischi riempirono l’aria e delle grandi ombre riempirono il cielo. Sollevai gli occhi in tempo per vedere
un magnifico stormo di Sauri che spiegava le ali e si lanciava verso di noi.
«Kryadon!» urlò Anya, saltando al volo in groppa al suo, e tutte le Sorelle le fecero eco, le loro
urla che mi riempivano la testa. Anche Sophìa si unì a loro. Il suo Sauro era l’unico ad avere delle
sfumature grigie. Tutti gli altri erano neri.
«Cos’è il Kryadon?» domandai, a nessuno in particolare.
I Sauri si alzarono tutti in volo insieme ad Argas.
«Preparati ai Giochi, principessa», replicò Devina.
Spronai il mio Sauro e mi portai accanto a lei. «Che Giochi? Io non so le regole.»
Un ghigno si dipinse sul suo volto prima di gettarsi in picchiata. «C’è una sola regola che
conta. Uccidere.»
Sorrisi e mi gettai in picchiata dietro di lei.
Un gruppo di Dannati correva a perdifiato sul terreno, cercando riparo, ma il Sauro di Devina
piombò su di loro e lei ne catturò uno. Il Dannato scalciò per liberarsi, ma la frusta era stretta attorno al
collo, e Devina risalì velocemente in cielo, staccandogli la testa.
«È un gioco disumano», mormorai tra me, sentendo nascere un sorriso. «Mi piace.»
«Gemma, è tuo», gridò Zhora. Si avventò su un’Anima in fuga e la afferrò, lanciandola a testa
in giù contro un albero.
Afferrai d’istinto la mia balestra e scoccai una freccia, centrandola nel collo. Il Dannato si
disintegrò all’istante e le mie Sorelle esultarono. Sorrisi, mentre una potente energia cresceva dentro di
me. La freccia si staccò dall’albero e tornò a me. La presi al volo e lanciai un urlo, sollevandola come
un trofeo.
«È questo il Kryadon?» chiesi.
«No. Ci stiamo solo riscaldando.» Nausyka sorrise. «Affila le armi. Adesso ci divertiamo!»
Mi abbassai sulla schiena di Argas, quando si inoltrò in volo in una caverna stretta. Pochi
secondi dopo, uscì sfrecciando in aria, uno stormo di farfalle nere che ci seguiva e una magnifica
cascata che si perdeva sotto di noi.
Argas ne seguì in picchiata la caduta e il corso del fiume.
«Gemma, vieni qui. Abbiamo trovato un villaggio.» Era la voce di Anya.
Spronai il mio Sauro e mi unii alle altre Sorelle, che volavano in cerchio su un villaggio scavato
nella roccia. Nella piazza, sembrava non esserci nessuno, poi Sheeva lanciò una freccia infuocata su
una delle grotte. Un’Anima uscì urlando, avvolta dalle fiamme, presto seguita da molte altre. Pochi
istanti e divenne cenere, scatenando il panico. Imitai le mie Sorelle, disseminando caos e morte. Potevo
percepire l’orgoglio di Sophìa attraverso i suoi pensieri perché imparavo in fretta. Era fiera di me. E io
avrei fatto di tutto pur di compiacerla. Scesi in picchiata su una casetta nascosta tra le rocce e richiamai
il potere dell’oscurità. Lo sentii crescere in me e respirai a fondo, pervasa da quell’incredibile energia.
Poi mi concentrai sul mio bersaglio e una folgore si abbatté su di esso, distruggendo tutto. Le ragazze
esultarono, colpite dalla mia audacia. Mi sentivo come se fossi appena nata. Il Sauro di Anya si
affiancò al mio. «È così che vi divertite qui?» le domandai, e lei mi sorrise.
«Ti piace?»
«Credo che non riuscirò più a farne a meno!» esclamai, il veleno che mi incendiava le vene.
«Ti avevo detto che ti saresti trovata bene, insieme a noi», disse con un sorriso, prima di sfidare
il vento.
«Prendetemi!» gridò un’altra Sorella.
Mi voltai a destra. Era Camelia. Si era sollevata in piedi sul suo Sauro e aveva le braccia aperte.
Non ebbi il tempo di chiedermi cosa stesse facendo che si lasciò cadere all’indietro, nel vuoto. Spronai
Argas e mi lanciai in picchiata, portandomi sotto di lei. Le risate di tutte loro mi riempirono la mente.
Camelia mi sorrise e con una capriola piombò sul mio Sauro.
«Qui siete tutte pazze!» esclamai, tra i pensieri.
«Allora benvenuta al manicomio.» Camelia mi strizzò un occhio e saltò di nuovo nel vuoto. Un
attimo dopo, era in sella al suo Sauro, che mi superava riprendendo quota. «Grazie del passaggio!»
urlò, sorridendo.
Scossi la testa.
«Qui non ce ne sono», disse Devina a tutto il gruppo.
«Cosa stiamo cercando?» chiesi.
«Reclute», rispose Anya.
«Reclute per cosa?»
«Per l’Opalion, ovviamente. È questo il Kryadon. Noi la chiamiamo la Caccia. È una
preparazione ai Giochi.»
«Lì, da quella parte!» gridò Nerea.
Qualcosa mi strinse improvvisamente la testa e le spalle, mentre sulla pelle mi sentii come
sfiorare da un pennello intinto d’inchiostro. Mi toccai, sorpresa. Su di me era apparsa un’armatura, ma
non ero la sola ad averla. Tutte le Sorelle indossavano uno strano elmetto corazzato con antenne simili
a quelle di una farfalla e sul viso erano apparsi dei tatuaggi. Se prima le mie Sorelle sembravano
amazzoni, adesso erano spietate guerriere.
«Tieniti forte!» mi suggerì Anya.
Un secondo dopo, il mio Sauro partì in picchiata, seguendo i compagni. Una volta che toccò
terra, partì al galoppo, inoltrandosi in una caverna. Sentivo le urla della gente che scappava, così come i
suoi pensieri, che erano un magma di paura. Era troppo buio per i Dannati, mentre la nostra vista era
perfetta. Riuscivo persino a distinguere il colore dei loro occhi, mentre sfrecciavamo loro accanto.
«Preso!» esclamò Nausyka, prima di lasciarsi andare a uno strano grido.
Uscimmo dalla galleria e vidi che dal suo Sauro pendeva un’Anima Dannata legata per i piedi.
«Ce ne sono altri due!» ci avvertì Sophìa guardando la folla di Anime, ma non capii a quali
Dannati si riferisse.
Sheeva si avventò su uno dei Dannati, ma Devina la disarcionò con il suo Sauro. Fece
schioccare la frusta e il Dannato cadde a terra urlando di dolore. Lei si alzò in volo e lo trascinò via,
disintegrandolo in aria.
Sentii un altro strano grido e un altro ancora. Mi avvicinai ad Anya, che aveva appena preso
un’altra Anima. «Chi sono?»
«Assennati di primo Rango», mi spiegò. «Sono molto ricercati per l’Opalion, perché sono
particolarmente aggressivi. Sono sopravvissuti ad anni di lotte e sofferenze, senza diventare Dissennati,
ovvero senza perdere il lume della ragione. Una combinazione perfetta per i combattenti: sono forti, ma
anche controllabili. Si nascondevano tra i Lucidi, quelli che abbiamo ucciso nella grotta. Per loro non
c’è speranza di servire il male, anche se ogni tanto ne gettiamo qualcuno nell’Arena, per divertire il
pubblico. Kreeshna invece ha preso un Sotterraneo. Lui ci sarà utile e vale il doppio.»
Guardai il prigioniero di Kreeshna. Quando lei lo aveva catturato, il suo urlo di vittoria era stato
differente rispetto a quello delle altre; doveva essere un segnale. Il prigioniero era un giovane di colore,
con uno strano tatuaggio che si diramava sul braccio sinistro e gli occhi incredibilmente grigi che
risplendevano nell’oscurità, come quelli di tutti gli altri uomini che avevo visto alla festa. Come quelli
del ragazzo nella foresta.
«I Sotterranei sono più bravi a nascondersi a noi perché non hanno paura», continuò Anya.
«Gli Assennati come li trovate, invece?»
«Attaccando i villaggi e uccidendo tutti quelli che incontriamo», replicò Nausyka, affiancandosi
a noi con un sorriso soddisfatto sulle labbra.
«Sì, ma come si distinguono dagli altri Dannati?»
«Devi sondare le loro menti. Serve un po’ di pratica, per questo. Devi imparare a conoscere le
Anime, per scoprire le loro paure. Diverrà più facile dopo il tuo primo Raccolto.»
«Guarda, ce n’è uno laggiù», mi indicò Anya. «Ogni Dannato vale un punto. Vince chi ne porta
al castello tre.» Si lanciò in picchiata.
«Non sapevo che fosse una competizione!»
«È sempre una competizione!» replicò lei a gran voce.
Due Sorelle si stavano già contendendo la preda, ma Anya piombò tra loro, sgomberandomi il
campo. Mi girai a guardarla e lei mi strizzò un occhio. «Vai! Non puntare alla gola!» urlò nella mia
mente.
Nerea e Safria si lanciarono con me sull’Anima Dannata, così mi aggrappai ad Argas e lo
spronai a volare più veloce. Quando fui vicina all’Assennato, afferrai i due pugnali ricurvi che avevo
sulle cosce e glieli lanciai, inchiodandogli le spalle a un albero.
Argas toccò terra, galoppò sul terreno e si impennò davanti a lui. Scesi con un salto e recuperai i
pugnali, attirandoli a me con la magia. Mi piaceva la loro forma minacciosa. Le lame affilate erano
tornate indietro, obbedienti come boomerang. Il Dannato cadde in ginocchio. Leccai una delle lame,
pulendola del sangue nero, e poi glielo sputai in faccia. Lui mi guardò con aria di sfida e una forte
rabbia crebbe dentro di me, per quell’affronto. Sollevai il piede e lo colpii in faccia, mandandolo a
terra. Il Dannato gorgogliò... ed esplose in una nuvola di polvere. Mi guardai intorno, confusa, e le mie
Sorelle arrivarono al galoppo in quell’istante.
«Peccato», disse Nerea. «Poteva essere mio, almeno.»
«L’ho solo colpito, non pensavo di ridurlo in cenere...» mi difesi.
Sophìa sorrise, gli occhi velati di soddisfazione. «Hai la Caccia nel sangue, non sono sorpresa.
Ma devi dosare la forza.»
«Non sono riuscita a controllarmi», mi giustificai. Non era colpa mia.
«Imparerai.»
«Dov’è Devina?» le domandai, accorgendomi che non era più con noi.
«È andata a caccia di belve feroci. Quelle valgono tre punti.» Sophìa sogghignò, vedendomi
bruciare di curiosità.
«Ne basta una soltanto... Cosa vince chi porta a termine la Caccia?»
«Diventa il premio nell’Opalion e dà il via ai Giochi.» Sophìa salì in groppa al suo maestoso
Sauro e prese il volo.
La osservai librarsi in cielo, affascinata. Le mie Sorelle la seguirono come api con la loro
sovrana.
«Rinfoderate le armi perché l’Opalion ha la sua regina», disse Devina nelle nostre menti.
L’aveva presa.
Pochi istanti dopo, spuntò da dietro una montagna con una grossa e strana creatura che pendeva
dal suo Sauro. Una sola preda e aveva vinto la competizione.
«Quando potrò partecipare al Raccolto?» domandai, ansiosa di vincere anch’io. Dovevo al più
presto imparare a riconoscere le paure delle Anime.
«Per quello devi essere pronta, ma non temere. Il tuo addestramento inizierà oggi stesso»,
promise Sophìa. Poi la sua risata mi solleticò la mente. Conosceva ogni mio più intimo pensiero e c’era
un’unica cosa cui stavo pensando.
Al prossimo Opalion, la regina sarei stata io.
EVAN
28
PROMESSE
«Da quella parte, Simon!» La moto slittò sotto di me, mentre la freccia infuocata destinata a
mio fratello si conficcava sull’asfalto. La aggirai e ripartii impennando, mentre Simon e Ginevra
schivavano gli attacchi di quel bastardo che ci dava la caccia da settimane. Ne avevo abbastanza di lui!
Preparai una palla di fuoco, il rombo dei motori che riempiva la notte. «Simon, tieniti pronto!» gli urlai
nella mente.
Lui si posizionò dietro di me, aspettando che il nostro bersaglio riapparisse, e Ginevra, che
conosceva in anticipo le mie mosse, creò una sfera priva d’aria intorno a sé. Quando il nostro
avversario si materializzò sulla strada di fronte a noi, lanciai la palla e Simon manipolò l’aria affinché il
fuoco si diramasse fino a circondarci, in un cerchio protettivo che si muoveva alla velocità delle moto.
Fissai il Cacciatore negli occhi scuri, mentre ci avvicinavamo. Lui non si spostava, solo la coda
di capelli castani si muoveva al soffio del vento. Con i vestiti di pelle marrone, sembrava un guerriero
fuggito da un altro tempo.
«Che cazzo...» mormorò Simon, ma il Giustiziere iniziò a correre verso di noi e attraversò la
barriera. In un attimo mi fu di fronte. Afferrò lo sterzo della mia moto e lo usò come una sbarra per
sollevarsi da terra e atterrare sul sedile dietro di me, bloccandomi la gola col suo arco.
Persi il controllo della moto, che si piegò e scivolò sull’asfalto, trascinandomi con sé tra le
scintille. Lottai contro il Sotterraneo, ma era molto forte, più forte di chiunque avessi mai incontrato.
Simon impennò e si fiondò verso di noi, ma Absolon era pronto: afferrò il suo possente arco e scagliò
una freccia, che si conficcò nel serbatoio della moto, facendola esplodere. Le frecce erano intrise di
veleno, come quella che aveva ucciso Gemma, e il fuoco divampò in un istante. Cercai Simon tra le
fiamme, mentre tenevo a bada il Cacciatore che cercava di colpirmi. Per fortuna si era già
smaterializzato, ricomparendo sulla moto di Ginevra.
«È mio!» gridò lei con una derapata. Le ruote stridettero sull’asfalto e la moto si bloccò a
qualche metro da noi. Ginevra si mosse velocemente, gli occhi verdi da Strega che tagliavano la notte.
«No!» urlò Simon, ma era troppo tardi. Il serpente di Ginevra era emerso dalla sua carne e si era
lanciato sul Sotterraneo.
Absolon si voltò, fulmineo, e con nostra sorpresa afferrò il serpente per la testa.
«Cazzo, no!» esclamai, scioccato.
Ginevra sgranò gli occhi, mentre la bestia si divincolava. Al Cacciatore sarebbe bastato un
secondo per schiacciarle il cranio... E Ginevra sarebbe morta.
Terrorizzato, Simon non esitò un istante. Con un urlo barbarico, impennò la moto e si precipitò
verso il Cacciatore. Ma, prima che potesse raggiungerlo, Absolon svanì, lasciando cadere il serpente.
Simon frenò di colpo, confuso. Io fissai il Dakor. Stavamo combattendo lo stesso nemico: sarebbe
bastato per sancire una tregua fra noi?
Il serpente sibilò, avanzando minacciosamente verso di me.
«A quanto pare no», mormorai, frustrato.
Ginevra però lo richiamò e il Dakor tornò da lei, scomparendo sotto la sua carne.
«Che diavolo è successo?» urlò Simon, prima di perdersi in mille imprecazioni. Tirò un calcio
alla moto, facendola strisciare per terra. Poi si voltò ad affrontare Ginevra. «Dannazione, era a tanto
così da farti fuori! Lo capisci?» le urlò in faccia.
«Volevi che me ne stessi a guardare mentre uccideva Evan? Le sue frecce sono avvelenate!»
«Ti avevo detto di starne fuori!»
«Gin, non mi avrebbe ucciso, lo sai. È te che vuole, è un Cacciatore di Streghe. Devi
permetterci di proteggerti», le ricordai, appoggiando Simon.
«Hai rischiato grosso», continuò lui.
«Come potevo immaginare che avrebbe afferrato il mio Dakor al volo?»
«Anche questo è vero», concordai. «Non ho mai sentito di nessuno capace di tanto. È molto
forte, avrebbe potuto ucciderlo in fretta, perché non l’ha fatto?» Sollevai la moto ormai a pezzi e un
impeto di rabbia mi assalì. La gettai a terra bruscamente.
«Le moto sono da buttare», commentò Simon.
«Le sistemo io», disse Ginevra. «Torneranno come nuove.»
«Non me ne frega un cazzo delle moto!» ruggii. Ero sempre più nervoso. Il Sotterraneo che
aveva ucciso Gemma non si era placato, ci dava la caccia da settimane. Ci braccava come topi. Mi presi
la testa tra le mani, stringendo i pugni sui miei capelli, e ringhiai alla notte, al limite dell’esasperazione.
Erano passati tre mesi, da quando le Streghe avevano preso Gemma, e di lei non c’era più
traccia. A me sembrava d’impazzire. Al di fuori di ogni logica, avevo persino sognato. Sognavo di
toccarla, di sfiorare le sue labbra con le mie... ma ogni notte quelle immagini si trasformavano in incubi
spaventosi.
Ginevra mi prese le mani. «Evan, calmati. Non puoi perdere la testa proprio adesso. Liam ha
bisogno di te.»
Mi costrinsi a guardarla e riempii i polmoni d’aria. Il pensiero di mio figlio era l’unica cosa che
riusciva a riportarmi alla ragione.
«Andiamo a casa», mormorò lei. «Prima che quel maledetto Cacciatore torni.»
Annuii. Ginevra aveva ragione. La sua vita era in pericolo. Non potevo lasciarmi sopraffare
dalla rabbia. Lei aveva bisogno di me. Dovevo proteggerla. Lo dovevo a Simon. Lui aveva protetto
Gemma quando io non c’ero e ora a entrambi serviva il mio aiuto... e la mia concentrazione. Dovevo
restare lucido e combattere. Anche se ciò che mi consumava più del fuoco di mille Cacciatori era la
terribile consapevolezza di aver perso Gemma.
«Così, la principessa salvò il suo principe dal castello in cui era imprigionato e...» Anya si
bloccò, quando percepì i nostri pensieri. Alzò gli occhi su di me e mi concesse un sorriso malinconico.
«Grazie, Anya», le disse Ginevra. «Sapevo di poter contare su di te.»
Lei adagiò Liam nella culla. «Si è appena addormentato, non fate rumore.»
Mi avvicinai per guardarlo e ogni ombra svanì dalla mia mente. I suoi grandi occhietti a
mandorla erano chiusi, le guance arrossate dal sonno e i capelli arricciati sulla fronte. Ogni volta che mi
perdevo, lui aveva il potere di riportarmi indietro.
«Perché quel Sotterraneo ce l’ha con noi?» tuonò Simon. «Non gli è bastata Gemma?»
«Non è un Sotterraneo come gli altri, è un Cacciatore di Streghe e Ginevra è l’unica rimasta
sulla Terra, adesso. È lei che vuole», replicò Anya, che lo conosceva bene.
«So quanto è rischioso per te venire qui», le dissi. «Ti sono grato per il tuo aiuto.»
La Strega annuì, lasciando tra noi solo un doloroso silenzio.
«Lei come sta?» le domandai, anche se sapevo che non le era permesso parlare di Gemma con
me, ma io dovevo saperlo o sarei impazzito.
«Sta bene», fu l’unica risposta che ottenni.
«È rimasta qualche traccia di noi, in lei?» Mi sarei accontentato anche di poco: un ricordo,
un’immagine che aveva resistito alla trasformazione.
«Nessuna, mi dispiace.»
Strinsi i pugni, lasciando cadere di fronte a lei le mie difese.
«L’artiglio del diavolo ha spazzato via ogni sentimento, in lei. C’è spazio solo per il Legame.»
«Non ci credo», ringhiai, frustrato. «Io... non lo accetto. Sono passati tre mesi! Perché non ha
più messo piede sulla Terra?»
«Sta completando il suo addestramento, è così che funziona.»
«No. Non è vero. Volete tenerla lontana da me.»
«Evan...» Ginevra provò a calmarmi, ma io non ci riuscivo.
«Come posso provare a riconquistarla, se non mi viene permesso nemmeno di vederla?»
«Non puoi, infatti. Lei ha scelto, Evan.»
«Lei non ha scelto niente», ringhiai.
Anya sgranò gli occhi, leggendo nella mia mente la verità: Gemma aveva deciso di bere
l’Ambrosia. Fissò gli occhi nei miei. «Sophìa non vi avrebbe mai lasciati andare. A ogni modo, ormai
le cose sono andate così: tu stesso mi hai chiesto di trasformarla. Tu stesso hai invocato Sophìa. Era
l’unico modo per salvarle la vita.»
«Dalle questo.»
Anya fissò il diario tra le mani di Ginevra, dove erano nascosti i più profondi pensieri di
Gemma.
«Forse la aiuterà a ricordare», mormorò Ginevra.
«Ne dubito», replicò lei, dispiaciuta. «Ma posso provarci.»
«Aspetta.» Mi avvicinai ad Anya e tirai fuori una lettera. L’avevo scritta per Gemma qualche
mese prima, nell’eventualità che lei si fosse trasformata.
Lei la osservò un istante e poi la infilò dentro il diario.
«Prenditi cura di lei, ti prego», la supplicò Ginevra.
«Ci provo, anche se Devina l’ha presa sotto la sua custodia.»
Ginevra sgranò gli occhi.
«Gemma si fida di lei e io non posso farci molto.»
«Quella stronza!» ringhiai.
«Non preoccuparti, continuerò a vegliare su di lei.»
La ringraziai con un cenno della testa e lei sparì. Anche Simon e Ginevra se ne andarono,
chiudendo piano la porta. Non ero sicuro che il diario di Gemma o la mia lettera sarebbero serviti a
molto, ma almeno erano qualcosa, anche se non quello che speravo: volevo vederla. Avevo bisogno di
lei e sapevo che, in fondo al cuore, anche Gemma aveva bisogno di me e del nostro bambino. Forse
avevo sbagliato tutto. Forse avrei dovuto lasciare che Gemma trapassasse, piuttosto che permettere la
sua trasformazione. Avevo combattuto contro i Sotterranei, che volevano portarmela via, avevo
combattuto contro i Màsala, che avevano sentenziato la sua morte, ma non ero stato che un egoista.
Avevo passato così tanto tempo a impedire che lei morisse per non perderla, e così facendo le avevo
negato la pace dell’Eden. Adesso la aspettava un’eternità all’Inferno. E non c’erano garanzie che
tornasse da me. I suoi occhi mi guardarono, ritratti su una fotografia in cui eravamo insieme. L’avevo
scattata in un giorno di neve, dopo che avevamo fatto l’amore nella mia auto. Accanto alla cornice, sul
mobile, c’erano l’anello di Gemma e il suo ciondolo. Li avevo raccolti da terra quando Gemma era
scomparsa. Afferrai la collana, leggendo la scritta sul retro.
Gevan. Per sempre.
Il piccolo diamante scintillò, mentre lo rigiravo tra le dita. Quando si era trasformata, il
diamante aveva assorbito la sua oscurità, divenendo Carbonado nero. Lo avevo osservato per qualche
istante, mentre il sole sorgeva sul lago prendendosi gioco di me. Come Gemma, anche il diamante
aveva perso la sua luce, affidandosi alle tenebre. Pochi istanti dopo, però, lui era tornato a brillare.
Strinsi il ciondolo finché non sentii bruciare il palmo. No, non era la fine. Non potevo
accettarlo. Non mi sarei mai arreso. Come il diamante, anche Gemma avrebbe ritrovato la sua luce.
Liam vagì e io mi avvicinai alla culla. Si era svegliato. Mi guardò, coi suoi curiosi e profondi
occhi chiari. Ero sicuro che la sua mamma mancasse anche a lui. «La riporterò da noi», gli promisi,
accarezzandogli la guancia, e lui mi sorrise.
Presi il violino e suonai la canzone che avevo composto per lui e Gemma, il giorno della sua
nascita. Una ninnananna. Liam la adorava. Il suono del violino lo calmava, così, tutte le sere, suonavo
per lui.
Eravamo rimasti soli, noi due. Un padre con il suo splendido bambino. Se solo avessi purificato
Gemma subito dopo il parto... Aspettare era stato uno sbaglio. Ma come potevo immaginare che l’avrei
persa? Tutto il mio mondo era cambiato in una sola notte... in un solo istante.
Ginevra si era appoggiata dietro la porta, ad ascoltarmi. Lo faceva spesso e io continuavo a
suonare.
Anche lei soffriva.
Inseguii l’ultima nota, sospirando mentre la stanza si acquietava. Ginevra attese qualche istante,
poi si allontanò. Guardai Liam, che si era addormentato. I suoi valori erano completamente normali.
Contro ogni nostra aspettativa, era umano. Era il bambino più dolce del mondo e guardarlo mi
stringeva il petto perché ogni cosa, di lui, mi ricordava Gemma. Avevo promesso di proteggerlo; ormai
quella era la mia missione, la più importante che avessi mai eseguito.
E c’era un solo modo per onorare fino in fondo la mia promessa: trovare Gemma e riportarla
indietro. A ogni costo.
GEMMA
29
PERICOLOSA TENTAZIONE
Schivai il bastone di Nausyka, mentre Sheeva mi attaccava alle spalle, sotto sembianze di
pantera, ma io la vidi in tempo e la oltrepassai con un balzo, atterrando dietro di lei. Alzai gli occhi
sulle mie Sorelle. «Temo che siate troppo vecchie per me», le provocai, soddisfatta.
«Non contarci troppo, novellina. Hai ancora molto da imparare.»
«Mi avete insegnato tutto. Quando potrò venire con voi per il Raccolto?» mi lamentai.
«Sarà Sophìa a stabilirlo. Non puoi competere contro i Sotterranei, se non sei sufficientemente
addestrata, ti faresti uccidere dal loro fuoco.»
«Non ho chiesto di andare in Ricognizione. Sono le anime mortali che mi interessano»,
insistetti.
«Sarebbe ancora più pericoloso, perché non ti imbatteresti in Sotterranei appena nati, ma in
soldati della morte disposti a lottare per l’anima di cui tu vuoi impossessarti.»
«Sono pronta. Posso affrontarli, se devo.»
«Lo vedremo», rispose Nausyka.
Sollevai il bastone con la forza della mente e lo feci roteare in aria, in segno di sfida. Mia
Sorella mi guardò dritto negli occhi e lo afferrò con un colpo secco. Poi mi girai e spiccai un grande
salto, scalando a mani nude la pietra nera del castello, fino ad arrivare al piano dove si trovavano le mie
stanze. Avrei fatto un bagno caldo, ero sporca e l’allenamento era stato più duro del solito. Tuttavia non
potevo lamentarmi: ero stata io a spingermi oltre il limite. Mi sentivo come un leone in gabbia. Volevo
combattere. Volevo affrontare i nostri nemici. Ma, più di ogni altra cosa, volevo partecipare al
Raccolto. Avevo sete di anime. Un desiderio che era cresciuto in me ogni giorno, fino a diventare
insopportabile.
Non appena arrivai davanti all’ingresso dei miei alloggi, mi bloccai: la porta era socchiusa.
C’era qualcuno.
Oscurai i miei pensieri e sbirciai dalla fessura. Erano Anya e Devina. La prima aveva in mano
un libro con degli intagli sulla copertina rossa. Lo teneva stretto, come se fosse qualcosa di importante.
«L’ha dimenticato! Fattene una ragione.» Devina le sottrasse il libro con la magia e gli diede
fuoco. Il volume arse tra le fiamme, per poi cadere a terra in un cumulo di cenere.
«No!» protestò Anya, chinandosi. «Cos’hai fatto...» Era furiosa: i suoi occhi verdi da pantera
brillavano, mentre il Dakor sibilava.
«Vuoi sfidarmi, per caso?» la fronteggiò Devina. «O vuoi che dica a Sophìa che invece di
occuparti del Raccolto fai la balia al figlio di un Sotterraneo?»
Cosa stava succedendo fra loro due? Di che stavano parlando? Perché si comportavano così?
«È anche suo figlio.»
«Non ha più importanza, ormai.»
«Lei potrebbe volerlo qui.»
Feci irruzione nella stanza, spalancando la porta. «Che sta succedendo qui?»
Loro si voltarono a guardarmi, stupite. Probabilmente non capivano perché non mi avessero
sentito arrivare. Ormai riuscivo sempre a schermare i miei pensieri e questo continuava a sorprenderle.
Non me l’avevano insegnato loro. Al contrario. Chiudere la mente alle altre Sorelle era proibito. Non
ufficialmente, era chiaro, più che altro era una sorta di legge non scritta. Eppure io non riuscivo a farne
a meno. Era un dono insito dentro di me, di cui non tutte erano capaci, come se avessi imparato a farlo
nella mia vita precedente.
Devina mi sorrise, come se nulla fosse successo. «Sei tornata, ti stavamo aspettando.» Mi venne
incontro e mi cinse la vita. «Com’è andato il tuo addestramento, oggi?»
«Come al solito. Ho battuto Zhora, Nausyka e anche Bathsheeva. Credo di essere pronta per il
Raccolto.»
«Sono d’accordo anch’io. Vieni, andiamo alle terme, così ti fai un bel bagno caldo, e poi
convinceremo Sophìa che sei pronta.» Si girò a guardare Anya. «Mi darà ascolto, se ci sarò io a tenerti
d’occhio.»
«È la cosa più bella che potresti fare per me!» esclamai, eccitata.
«Sono tua Sorella. Lo sai, ci aiutiamo a vicenda.»
«Anya, tu vieni con noi?» Mi voltai verso di lei e mi accorsi che ci stava osservando con uno
sguardo di fuoco.
«Vi raggiungo.»
Perché si comportava così? Era forse gelosa del mio legame con Devina? Come me, anche lei
schermava spesso i suoi pensieri, perciò non avevo modo di sapere cosa le passasse per la testa. Devina
invece era più trasparente. Non sempre i suoi pensieri erano lodevoli, però almeno non si nascondeva.
Lei era il mio punto di riferimento, da quando ero arrivata al castello. Volevo essere come Devina.
Il calore si percepiva già nei corridoi. Quando io e Devina facemmo il nostro ingresso nella Sala
delle Terme, tutti si voltarono a guardarci. Devina era rispettata, al castello. Quasi quanto Sophìa.
L’ammiravo, per questo, anche se, dovevo ammetterlo, provavo invidia per il suo potere. Volevo fosse
mio... e un giorno lo sarebbe stato. I Sotterranei si inchinarono a noi, lasciandoci passare. Li osservai,
attratta dai loro corpi allenati. Non erano semplici Figli di Eva, come tutti gli altri. Le terme erano un
privilegio esclusivo dei Campioni. Quasi tutte le Streghe ne avevano uno. E forse presto anch’io avrei
avuto il mio.
La mia Mizhya, Emayn, si chinò ai miei piedi e sciolse i lacci avvolti attorno ai miei stivali dal
tacco alto. Poi si alzò per togliermi anche il resto, ma Devina le bloccò la mano bruscamente.
«Sparisci», sibilò, poi mi sorrise. «A te ci penso io.»
L’ancella s’inchinò e scappò via a testa china, temendo che Devina la uccidesse. Succedeva
spesso, anche per molto meno. Io mi stavo affezionando alle mie ancelle, lei invece le considerava
come oggetti e, quando si stancava, le uccideva brutalmente. Sapevo che per lei l’unico legame che
contava era quello con le Sorelle. E forse aveva ragione, come per ogni altra cosa. Ricambiai il suo
sorriso e lasciai che mi slacciasse il corpetto marrone, finché non cadde a terra, liberandomi i seni. Poi
si spogliò anche Devina, mostrando il suo petto abbondante.
C’immergemmo nella vasca. Devina si avvicinò lentamente a me e i nostri seni si sfiorarono.
Prese una brocca e mi versò dell’acqua bollente sul collo, mentre io mi scioglievo a quel calore. La
guardai negli occhi d’ambra, nascondendo un sorriso. Sapevo cosa stava facendo. I Campioni delle
altre ci stavano guardando e lei voleva stuzzicarli. Mi piaceva sentirmi desiderata; mi eccitava. Stetti al
suo gioco e le passai lentamente la spugna sulle spalle, scendendo fino ai seni, mentre lei chiudeva gli
occhi, lasciandosi toccare.
«Vieni. Diamo loro un po’ di spettacolo», sussurrò nella mia mente.
Mi avvicinai a lei e la baciai sensualmente sulle labbra.
«Scegline uno.»
«Cosa?» domandai.
«Scegli un Campione. Quale vuoi che ti faccia compagnia?»
«Ma sono delle mie Sorelle. Non posso farlo, è contro le regole.»
«Penserò io a loro, non preoccuparti. È il mio regalo per la fine del tuo addestramento.» Devina
si avvicinò al mio orecchio e la sua voce divenne un sussurro: «Andiamo, non dirmi che non sei tentata.
Scegline uno. Quale ti stuzzica di più?»
Osservai i Sotterranei. I loro pensieri erano un groviglio di eccitazione.
«Posso cederti il mio... O forse preferisci quello di Anya?»
I miei occhi si soffermarono su un Sotterraneo dalla pelle scura. Aveva uno sguardo penetrante
e sexy fossette sotto gli occhi.
«Attenta, principessa. Quello è il Campione di Sophìa. Nessuna di noi può toccarlo. Ma, se vuoi
lui, posso organizzarti un incontro segreto.»
«Che succede qui?» tuonò Anya, irritata.
Mi allontanai da Devina. Quanto aveva sentito Anya? Non ero sicura di quanto potessi fidarmi
di lei. La lealtà verso Sophìa contava molto, per tutte le Sorelle... Un po’ meno per Devina.
«Ci stavamo solo rilassando un po’», replicò Devina. Si lasciò scivolare nell’acqua,
immergendo le spalle. «Dovresti farlo anche tu, ne hai bisogno», la provocò.
«Vuoi fare il bagno insieme a noi?» le domandai.
«Non c’è tempo. Sono venuta a dirti che ho parlato con Sophìa del tuo addestramento. Le ho
proposto di portarti con me per il Raccolto.»
«Davvero?» Saltai in piedi, entusiasta per quella notizia. «Quando posso cominciare?»
Le sue labbra si distesero. Il sorriso di Anya era sempre dolce e pieno di affetto. Diverso da
quello di Devina, che invece era tagliente e, il più delle volte, carico di disprezzo. «Sei pronta», disse.
«Oggi stesso, se vuoi. Ma prima l’Imperatrice vuole vederti.»
Uscii dalla vasca e le mie Mizhye accorsero ad asciugarmi. «Allora? Cosa stiamo aspettando?»
«Un momento», ci fermò Devina. «Avevo detto che avrei interceduto io per Gemma. Toccava a
me.»
«Gemma non è di tua proprietà. È mia Sorella quanto tua.»
«Che importanza ha chi mi porterà al Raccolto? Per me conta solo andarci. Non è il caso di
litigare per questo. Anzi, perché non venite entrambe?»
«Mi sembra un’ottima idea», esclamò Devina, gli occhi d’ambra puntati su Anya.
«Andiamo», disse lei, seccata. «L’Imperatrice ci sta aspettando.»
«E noi non facciamola attendere», replicò Devina, strizzandomi un occhio.
Rinfoderai i pugnali e la balestra e le seguii, lanciando un’ultima occhiata al Campione di
Sophìa. Avevo appena scoperto qualcosa di importante su me stessa: mi attraevano le cose proibite.
30
IL SUSSURRO DEL MALE
«Ferme!» Sophìa ci bloccò all’ingresso del Pantheon. «Solo Nàyade.»
Anya e Devina si guardarono, io invece non staccai gli occhi da lei. La sua bellezza era
ammaliante, nessuna di noi poteva competere.
«Vieni avanti, coraggio», mi spronò.
Avanzai verso di lei e le mie Sorelle rimasero in disparte. Sophìa si alzò dal suo trono e io mi
inchinai. Fu a quel punto che una pantera mi attaccò alle spalle. Balzai indietro appena in tempo,
mentre altre due si avvicinarono, in posizione di guardia.
Mi stava sfidando.
Sorrisi: sfida accettata.
Le tre pantere scattarono tutte e tre insieme, ma io riuscii a evitare i loro artigli e a
contrattaccare. In poche mosse, ne mandai al tappeto due, Nerea e Kreeshna. Restava solo Bathsheeva,
che mi fissava coi suoi occhi dorati.
Canalizzai il mio potere e lo riversai su di lei, creando un’onda d’urto che colpì le tre pantere,
scagliandole lontano. Persino i capelli di Sophìa erano volati all’indietro per la forza del mio attacco.
Avevo capito cosa stava succedendo. Sophìa voleva vedere con i suoi occhi a che punto fosse il
mio addestramento. Era un test. E io avevo tutta l’intenzione di superarlo. Mi materializzai dietro
Sophìa e le sferrai un attacco. Lei lo bloccò tempestivamente e mi sorrise, lo sguardo accattivante. Se
voleva la guerra, l’avrebbe avuta. Le Sorelle erano sconcertate.
«Ma che fa?»
«Ha sfidato l’Imperatrice?»
«È impazzita?»
«Vai, Gemma. Dimostra quanto vali.» Era la voce di Devina, che mi sosteneva.
Sorrisi e sfoderai i miei pugnali, cercando di colpire Sophìa. Era molto agile. E più forte di
chiunque avessi combattuto fino ad allora, ma non mi sarei arresa.
L’intera sala divenne il nostro campo di battaglia, i nostri attacchi serrati come un’oscura danza.
Poi Sophìa sorrise, lanciandomi un’occhiata di avvertimento e, con un solo colpo, mi scagliò con la
schiena contro il muro. Così forte che il dolore fu come una martellata.
Caddi in ginocchio sul pavimento. Mi sembrava che tutte le ossa si fossero spezzate. Non aveva
nemmeno usato i suoi poteri, solo la forza fisica.
Vidi i piedi di Sophìa che si avvicinavano, fino a fermarsi davanti a me. «Sei pronta.»
Alzai la testa, sorpresa, e lei mi sorrise, porgendomi la mano.
La afferrai, guardandola negli occhi blu. «Vuoi dire che posso prendere parte al Raccolto?»
«Noi ci alleniamo per due cose: attaccare i Sotterranei quando andiamo in Ricognizione e
difenderci dai Sotterranei durante il Raccolto. Questa è la parte più difficile e pericolosa. Non sempre i
Figli di Eva intralciano il nostro operato, ma quando succede dobbiamo saperci difendere e tu hai
dimostrato di poterci almeno provare. Sei stata audace, a sfidarmi. Ti confesso che me lo aspettavo da
te. Hai la guerra nel sangue. Sarei pazza a trattenerla ancora dentro di te.»
«Non aspettavo altro.»
«Anya e Devina verranno con te e ti proteggeranno.»
Osservai le mie Sorelle, che si erano avvicinate. «Non ho bisogno di essere protetta.» I miei
occhi si inchiodarono nei suoi, per sottolineare quella certezza.
«Sei molto brava. Nemmeno Devina ha imparato così in fretta», disse Sophìa.
«Grazie, mia Imperatrice.» Mi inchinai a lei e sentii che i pensieri di Devina erano in subbuglio
per quella provocazione, tuttavia non riuscii a decifrarli. La competizione tra noi Sorelle era sempre al
massimo. Sophìa diceva che la sfida ci accendeva, per questo stuzzicava continuamente le nostre
gelosie. Nonostante tutto, il Legame tra noi era saldo. Non esisteva niente di più forte.
Le mie Sorelle mi avevano insegnato tutto. Ogni giorno, mi addestravo al campo e mi allenavo
a usare la magia. Sophìa mi aveva svelato i segreti del mondo e finalmente ero pronta a scoprirlo con i
miei stessi occhi.
Anya appoggiò una mano sul mio petto e la mia divisa marrone mutò, fasciandomi come la
pelle di un serpente. Un serpente nero, proprio come il mio Dakor.
Avevo già visto quella mise su di loro. Era l’abbigliamento del Raccolto. Era eccitante poterlo
finalmente indossare. I miei occhi si infuocarono, bruciando di veleno. Sentivo quasi il sapore in bocca
delle anime che avrei fatto mie.
«Buon Raccolto, mie perfide farfalle», ci augurò Sophìa. «Abbiate pietà solo di voi stesse e
della sete dei vostri Dakor.»
Ci inchinammo all’Imperatrice e lei fece un balzo verso l’alto, disgregandosi in centinaia di
farfalle nere, che scomparvero attraverso il buco sul soffitto.
Qualcuno mi prese la mano. Mi voltai: Anya mi fece un sorriso incoraggiante. Annuii,
comunicandole che mi sentivo pronta. Presi la mano di Devina e il buio ci inghiottì.
«Segui il tuo istinto», mi comunicò Devina nella mente.
Il caos durò pochi istanti. Quando tornò la luce, non eravamo più al castello. Mi guardai
intorno. Mi trovavo in un appartamento disordinato. Anya e Devina non erano più al mio fianco, ma
sapevo che erano lì con me, anche se non le vedevo. Sentivo la forza del nostro Legame. Tuttavia
qualcosa di egualmente forte mi stava richiamando a sé, annebbiando tutto il resto. Una sensazione
inebriante. No, forse era un profumo. Era niente e tutto insieme. L’essenza pura del male. La percepivo
scorrere dentro di me e il mio sangue ribolliva al suo richiamo. Mi concentrai su quel dolce canto e il
mio corpo levitò veloce fino a loro: una coppia di giovani sposi che stava litigando in cucina. Era la
mia prima Tentazione, eppure sapevo perfettamente quello che dovevo fare. Il mio istinto urlava perché
l’assecondassi.
Mi avvicinai a loro, osservandoli. In pochi istanti, seppi ogni cosa. Conobbi ogni loro più
infimo segreto.
Lei sembrava disperata, con gli occhi arrossati per il pianto e il volto pieno di lividi. L’aveva
aspettato tutta la notte, finché lui non era rientrato e l’aveva picchiata.
«Ti avevo detto che avevo una riunione di lavoro!»
«Sta mentendo», sussurrai alla donna. «Senti il profumo che ha addosso. È stato con un’altra
donna.»
«Una riunione con la tua puttana! Bugiardo!»
«Sei pazza. Domani ti riporto da tua madre!» urlò lui.
Io alimentai i sospetti della donna: «Così sarà libero di andare da lei».
«Così potrai andare da lei, non è così? Rispondimi!»
Fissai l’uomo negli occhi, quel gioco mi piaceva sempre di più. «È così che ti fai trattare da
una donna? Mettila al suo posto!»
«Sta’ zitta, puttana!» La colpì al viso così forte che lei cadde a terra. Strisciò sul pavimento, in
lacrime, e io tornai a infiammare il fuoco dentro di lei.
«Scommetto che è così che te la scopi, eh?! Con me ti piaceva farlo sul pavimento. Oppure te la
fai sulla scrivania?»
«Non nasconderti», sussurrai all’uomo. «Sei tu che comandi, qui, e lei deve accettarlo. Dille
come è stato. Dille quanto ti ha fatto godere.»
«Vuoi sapere come è stato? Lo abbiamo fatto a terra e sul divano e nel bagno, in ogni angolo
del mio ufficio. Mentre tu eri qui a casa, io mi facevo cavalcare da lei. Me la sono scopata tutti i giorni.
Sei contenta?»
Sentii il cuore di lei spezzarsi e raggiungere un punto di non ritorno.
«Se l’è scopata tutti i giorni. È solo un bastardo. Fagliela pagare!»
La donna si alzò di scatto, prese un coltello e si scagliò su di lui, con un urlo di rabbia, ma
l’uomo la bloccò in tempo e la disarmò, ferendola all’addome. Si guardarono per un lungo istante; gli
occhi di lei erano pieni di paura, adesso. Quelli dell’uomo erano iniettati di sangue. Aveva perso la
ragione.
Sorrisi e sussurrai la mia Tentazione: «Uccidila. Uccidila o per te sarà la fine».
«No! Aspetta!» lo pregò la donna, in lacrime.
«Colpiscila, è troppo tardi per tornare indietro. È solo un ostacolo. Ti lascerà e ti denuncerà.
Perderai tutto, la tua vita finirà.»
«Non posso perdere tutto», sibilò lui tra sé. Poi brandì il coltello e affondò un altro colpo e un
altro ancora, sfogando la sua rabbia su di lei.
Gli occhi della donna si aprirono di terrore, poi si spensero.
Scivolai via dalla mente dell’uomo e lui rimase immobile, come svuotato.
Fissò il coltello insanguinato nella sua mano, con lo sguardo perso nel vuoto, e lo gettò a terra.
«Cos’ho fatto», mormorò, inorridito. «Nadine, Nadine!» Provò a rianimare la donna, ma ormai non
c’era più speranza. Si alzò, asciugandosi una lacrima dagli occhi. Il sangue della donna gli sporcò la
guancia. «Perché non ha voluto credermi? Non ho fatto niente, con quella ragazza! Nadine... Non
dovevo provocarla in quel modo! Voleva essere rassicurata e io l’ho uccisa! Sono un mostro!»
Ora che non c’ero io a oscurare la sua coscienza, il senso di colpa lo stava divorando.
Guardò il coltello per un lungo istante. Si chinò a raccoglierlo e se lo piantò nel cuore. La sua
anima uscì dal corpo e mi guardò dritto negli occhi. «Chi sei, tu?»
«Sono il male che c’è in te», gli sussurrai.
L’uomo sgranò gli occhi e l’anima fu trascinata di nuovo nel corpo, che cadde in ginocchio in
una pozza di sangue.
Qualcosa si mosse nella sua bocca. Sorrisi tra me, soddisfatta, mentre una farfalla nera si faceva
spazio per uscire: la sua anima dannata. Mi abbassai e la raccolsi, osservandola muoversi tra le mie
dita.
Un’energia potente scorreva in me come lava, incendiandomi le vene. Un’esaltazione che mi
dava alla testa più del veleno puro. Come avevo potuto fare a meno di tale sensazione, prima?
Il mio Dakor si mosse dentro di me, strisciando sotto pelle, lacerò la carne sulla clavicola e
sibilò all’anima dannata. Sentii il suo cuore battere più forte. Percepii la sua sete. Guidato dall’istinto,
aprì le fauci e divorò la farfalla.
Il Raccolto era iniziato.
31
INSAZIABILE SETE
Chiusi gli occhi, mentre il mio Dakor divorava l’anima dannata di quell’uomo e un’energia
oscura si diffondeva in me, estasiandomi. Tutto quello che avevo fatto fino ad allora, tutte le incredibili
sensazioni provate da quando ero all’Inferno, d’un tratto non erano niente paragonate al potere che mi
stava attraversando. Né la Caccia, né l’Opalion, né tutto il divertimento con le mie Sorelle... Nulla
aveva saziato la mia sete. Era come se da sempre avessi aspettato quel momento. E capii che quella era
la mia vocazione. Le anime. Condurle alla perdizione era il piacere più puro.
Volevo conquistarle. Volevo farle mie, per dissetarmi.
Qualcosa mi strappò a quei pensieri.
C’era qualcuno, lì con me. Mi voltai e l’anima della donna mi fissò, immobile. Era spaventata,
riuscivo a sentirlo. Nessuna Strega aveva corrotto la sua anima nel corso della sua vita, benché avesse
ricevuto più volte la sua Tentazione.
Un Sotterraneo apparve per lei proprio in quel momento.
«Ehi», lo stuzzicai. Il mio Dakor sibilò, irrequieto.
«Chi siete, voi due? Cosa volete da me?» domandò la donna, mal celando il terrore.
«Vieni con me, non vedi cosa ti ha fatto?» Le mostrai il suo corpo a terra, immerso in una pozza
di sangue. «Ti porterò da lui, così potrai vendicarti.»
«Dov’è? Dove lo stai portando?»
«Seguimi e te lo mostrerò.»
«Non ascoltarla!» tuonò il Sotterraneo, gli occhi infuocati fissi nei miei.
La donna però era tentata.
«Vieni con me, tu puoi salvarti dalle tenebre. Io ti mostrerò la luce e troverai la pace», continuò
il Sotterraneo.
«Non c’è pace senza la vendetta», le sussurrai. «Cosa vuoi nel profondo?»
«Io... Voglio fargliela pagare», mormorò tra sé. Poi sollevò lo sguardo, risoluta. «Portami da
lui.»
In quello stesso istante, la sua anima fu risucchiata nel suo corpo, che la rigurgitò come una
splendida farfalla nera.
Brava, piccola mortale. C’è un po’ di Strega in ognuna di voi. Sorrisi al Sotterraneo. «Fatti da
parte, Traghettatore. La sua anima è mia.»
«La sua anima non ti spettava! Ero stato mandato per lei!»
«Ops, ti ho rovinato la missione?» lo provocai.
Lui mi fulminò con lo sguardo.
I miei occhi bruciarono di veleno. Non avevo paura di lui.
Devina e Anya apparvero proprio in quel momento e lui arretrò, spaventato. Poi scomparve,
ancora infuriato.
Il mio Dakor aprì le fauci e divorò l’anima della donna.
Le mie Sorelle si guardarono intorno, scavalcando i due cadaveri. «Non male, come prima
volta», si complimentò Devina. «È riuscita a corrompere anche lei, dopo che le era stato affidato un
Sotterraneo. Hai visto, Anya? Impara in fretta.»
«Più in fretta di te, sembrerebbe», la stuzzicò Anya, ripetendo le parole dell’Imperatrice.
«Perché non sei andata via dopo che hai preso l’anima dell’uomo?» mi rimproverò.
«Ho preso anche la donna. Non sei contenta?»
«Certo, ma c’era un Sotterraneo. Una contesa di anime è troppo pericolosa per te.»
«Se l’è cavata bene», mi difese Devina.
«Che problema c’è? Ho vinto io e ho preso la sua anima.»
«Poteva finire male.»
«Ma non è successo. La situazione era sotto controllo.»
«Solo perché siamo arrivate noi.»
«La prossima volta allora stai alla larga, così ti dimostro che ti sbagli. Non sei la mia badante.»
«Oh, così le spezzi il cuore», la schernì Devina. «Fare la balia sta diventando il suo passatempo
preferito. Vero, Anya?» Le lanciò un’occhiata che non riuscii a decifrare. Cosa si stavano dicendo nella
mente? E perché mi tenevano fuori?
«Non capisco perché non puoi essere fiera di me come lo è Devina», mi lamentai.
Anya si avvicinò. «Ti sbagli, sono molto orgogliosa di te, invece. Tengo a te più di quanto tu
riesca a capire. È per questo che mi preoccupo.»
Annuii. Sentivo che il suo affetto per me era sincero. Non dipendeva solo dal Legame.
«Come ti senti?» mi domandò poi.
«Inebriata», replicai.
«Vuoi che torniamo a casa, adesso? So quanto può essere spossante, la prima volta.»
Per quanto fosse stato forte il potere che mi aveva attraversato, non aveva spento la mia sete.
L’aveva accesa. «Affatto. Abbiamo appena cominciato.»
«Che sarà mai un bicchierino? Coraggio, bevi!»
«Marcos, smettila. Justin deve guidare!» Una ragazza dai capelli rossi gli prese il bicchiere dalle
mani. Era ubriaca. «Questa roba è troppo forte per lui. Meglio nella mia pancia che nella tua. Se no, chi
mi riporta a casa?»
Quell’affermazione ferì il ragazzo, che era cotto di lei. Odiava il fatto che lei lo trattasse come
un autista, come un bambino che potevano mettere in un angolo e sfruttare al bisogno. Si sentiva
escluso, ma non aveva la forza di reagire. E io gliel’avrei data.
Mi feci avanti, alimentando la rabbia che il giovane covava in silenzio: «Non ti crede
all’altezza. Prendi quel bicchiere. Dimostrale che anche tu hai coraggio. Dimostrale che non sei un
codardo».
«Al diavolo, Sara! Dammi quel bicchiere!» Justin ne buttò giù il contenuto in un solo sorso e la
ragazza urlò d’entusiasmo, trascinandolo nella folla.
«È ora di andare a casa, la festa è finita.» Un adulto piombò nella stanza e i ragazzi si
lamentarono. «Coraggio, tutti fuori. Chi di voi è il guidatore designato?»
«Sono qui», replicò Justin, biascicando le parole. Quel solo bicchiere era bastato a stordirlo.
Questo qui è ubriaco, forse dovrei riaccompagnarli a casa, pensò l’uomo.
«Ma tra un po’ inizia la partita», sussurrai nella sua mente.
Lui guardò l’orologio e alzò le spalle. Che sarà mai, peggio per loro.
Sorrisi. Quell’uomo aveva del potenziale. Sarei presto tornata a tentare anche lui.
«Justin, ma tu non eri astemio?» gli chiese un’altra ragazza, Melanie.
«Sstt. Sono a posto. Mai stato meglio.»
«Forse dovremmo chiamare un taxi.»
«Vi porto io. So la strada, andiamo... Vedi? Sto su una gamba sola.»
Salirono in macchina e io mi smaterializzai.
«Guidi come un ragazzino, amico», lo schernì Marcos.
Non sono un ragazzino, pensò lui.
«Dimostraglielo. Vai più forte. Solo così puoi far colpo su di lei.»
Justin obbedì, accecato dal desiderio di lei. Sara gridò, entusiasta, e alzò le mani in aria.
Lui alzò il volume dell’autoradio e premette ancora di più sull’acceleratore, soddisfatto.
«Ehi, amico, adesso stai esagerando», si lamentò Marcos.
«Dai, Justin, rallenta», aggiunse Melanie.
«Che avete, voi due? Vi spaventa un po’ di adrenalina?» li provocò Sara.
«Stai andando troppo veloce, cazzo!» esclamò Marcos.
Un alce attraversò veloce la strada buia e Justin frenò di colpo. Le ruote stridettero sull’asfalto.
Poi l’auto si fermò. Per un attimo ci fu solo silenzio. Qualcuno iniziò a ridere e tutti gli altri gli
andarono dietro.
«Credevo che saremmo morti tutti.»
«Tu sei pazzo, amico, lasciatelo dire.»
«Ragazzi...» disse Melanie. «Il treno...» mormorò con voce spenta.
«Cosa?»
«Arriva il treno!» gridò. «Siamo sulle rotaie! Dobbiamo spostarci!»
Il treno fischiò; le luci erano sempre più vicine.
«Spostati, Justin!» esclamò Marcos. «Metti in moto quella cazzo di macchina!»
«Non posso, non ci riesco!» urlò lui.
«Usciamo di qui, presto!»
Sorrisi e bloccai le sicure.
«Non funzionano!»
«Non voglio morire!» piagnucolò Sara.
Justin prese l’estintore da sotto il sedile e ruppe il vetro. Uscì svelto dall’auto e guardò i ragazzi
che cercavano di uscire. Alzò gli occhi sul treno. Era sempre più vicino.
«Justin, aiutami!» urlò Melanie.
Lui valutò la distanza.
«Non puoi farcela. Morirai anche tu. Lasciala lì.»
Justin rimase immobile, sopraffatto dalla mia Tentazione. Poi scosse la testa e si precipitò ad
aiutarla. La rabbia crebbe dentro di me. Lo avevo perso. Melanie uscì e insieme caddero a terra, mentre
Marcos rompeva l’altro vetro e si trascinava fuori.
«Marcos, aiutami, sono incastrata!» lo supplicò Sara.
«Mi dispiace», sibilò lui, in lacrime, la coscienza narcotizzata dal male.
«Marcos!» urlò, poi il treno spazzò via l’auto e la loro amica.
«Perché non l’hai aiutata?» lo rimproverò Justin. «Eri vicino a lei! Potevi tirarla fuori!»
«Non c’era tempo!» si giustificò il ragazzo, spaventato.
«Mio Dio... È morta...» Melanie aveva le mani sulla bocca.
«Sì che c’era, il tempo. Tu non l’hai aiutata!»
«Mi... Mi dispiace», mormorò Marcos. «Io ho avuto paura di morire.»
«Non scusarti», sussurrai. «Era lui che guidava.»
«Eri tu a guidare. È colpa tua! Potevamo morire tutti! Lo dirò alla polizia. Racconterò tutto.»
«Tu non lo farai», sibilò Justin.
«Ragazzi, smettetela! Che vi prende?! Sara è morta!»
Marcos puntò il dito contro Justin. «Nella merda ci siamo insieme. Resteremo uniti, avete
capito? Dobbiamo inventarci qualcosa.»
I ragazzi annuirono.
Anya e Devina si materializzarono al mio fianco. «Hai fatto un buon Raccolto?»
«L’ho perso.» Indicai Justin. «Ha resistito alla mia Tentazione.»
«Succede», replicò Anya.
Devina si avvicinò a Marcos. «In compenso, vedo che hai macchiato lui.»
«Sempre meglio di niente», affermai. Più erano puri, più era divertente. Il gusto del proibito...
Credevo che Justin fosse un debole, si era lasciato convincere a bere così facilmente. Tuttavia non si
era lasciato tentare dal male e aveva salvato la ragazza.
L’anima di Marcos, invece, si era macchiata. Avrebbe ancora potuto redimersi, ma noi
avremmo fatto in modo di tentarlo di nuovo e, quando fosse giunta la sua ora, una di noi l’avrebbe
reclamata. Un Sotterraneo arrivò a prendere la ragazza. Lo fissai a lungo, lottando contro il desiderio di
attaccarlo, ma c’era qualcosa che premeva in me con più urgenza.
«Andiamocene, qui abbiamo finito», spronai le mie Sorelle. Ero ansiosa di ricominciare.
Dovrei rimanere e costituirmi, pensò l’anima del ragazzo che avevo di fronte. Aveva appena
ucciso la sua fidanzata per così poco...
«Scappa», sussurrai nella sua mente.
Sorrisi, mentre lo osservavo correre via. Se fosse rimasto, forse ci sarebbe stata speranza di una
Redenzione, per lui, ma era scappato. Un giorno, sarebbe stato mio.
Avevamo raccolto le anime di decine di mortali, macchiato quelle di centinaia, ma io non ne
avevo mai abbastanza. La mia sete cresceva a ogni nuova conquista, il mio Dakor era sempre più forte
e io mi sentivo viva. Entrare nelle teste dei mortali era facile. Erano così arrendevoli! Solo alcuni, i più
forti di spirito, riuscivano a resistere alla nostra Tentazione. Tutti gli altri cedevano al nostro letale
sussurro. Ascoltavamo i loro pensieri, scoprendo in fretta ciò che più li tormentava. Segreti, bugie,
desideri nascosti. Il male aveva mille forme, per corromperli, e noi le incarnavamo tutte. Facevamo
leva sui loro sentimenti, sulle loro paure, sulle debolezze. C’era chi voleva più soldi, chi voleva il
potere, a qualunque costo. A quel punto entravamo in gioco noi. Ogni desiderio concesso era un patto
con il diavolo. Avevamo fatto incetta di Dannati di primo Rango, di Codardi come Marcos, di Egoisti,
di Corrotti e di Lussuriosi. Quelli erano i più divertenti.
«Può bastare», commentò Devina.
«No», mi opposi. «Non ho ancora finito.»
«È ora di tornare al castello. Sophìa starà aspettando con ansia il nostro Raccolto.»
«Ancora un’anima. Poi potremo tornare», mi imposi, risoluta. Non ero ancora pronta a tornare
indietro.
«Concesso», si convinse Devina.
Ci materializzammo in un appartamento di lusso. C’era una festa. La musica era assordante e le
luci colorate inondavano tutta la stanza, muovendosi al ritmo della canzone.
«Perché non ci divertiamo un po’?» propose Anya, e si materializzò in mezzo alla folla, così
che anche i mortali potessero vederla. Si voltò a farmi l’occhiolino, spronandoci a seguirla.
Le sorrisi e poi mi voltai verso Devina. «Finalmente un’idea che mi piace.»
Lei, invece, sembrava irritata. «Che stai facendo, Anya? Così ci esponiamo troppo.»
«Rilassati, Dev. Ne hai proprio bisogno», replicò lei, ballando tra due ragazzi.
Ma Devina era irremovibile. «Lui verrà.»
«Non possiamo nasconderla per sempre.»
Guardai le mie Sorelle. Di cosa stavano parlando? Nascondere cosa? E a chi? Credevano forse
che la musica avrebbe coperto i loro pensieri? O forse pensavano di averli occultati, come facevano
sempre più spesso?
«Avanti, Gemma!» mi spronò Anya. «Vieni a ballare, è divertente!»
Mi precipitai da lei, trascinando con me Devina. Lei sbuffò, ma poi vide un ragazzo che le
piaceva e iniziò a provocarlo. Ci scatenammo tra la folla, flirtando tra di noi, i nostri feromoni che
attiravano i maschi come nettare con le api. Nessuno riusciva a resistere al nostro fascino oscuro.
«Ehi, Gemma. Guarda quello laggiù.» Devina mi indicò un ragazzo che ballava con la
fidanzata, ma che non mi staccava gli occhi di dosso.
Sondai la sua mente. Non era la sua ragazza, era una ballerina. E lui era al proprio addio al
celibato. Il giorno dopo si sarebbe sposato, ma era me che desiderava, in quel momento. Un
Lussurioso. Come ultima preda non chiedevo di meglio che un traditore.
«A te l’onore», m’invitò Devina.
Spinsi i miei feromoni fino a lui, inducendolo ad avvicinarsi. Ballai con lui, facendolo
impazzire di desiderio con i miei movimenti provocanti. Era pazzo di me, pronto a tradire la sua
fidanzata. Avvicinò le labbra alle mie, ma io mi scostai e lo spinsi a inginocchiarsi davanti a me. Mi
guardò estasiato, mentre gli ballavo intorno. Si tolse la camicia e allungò la mano sul mio sedere, però
Devina schioccò la sua frusta e gli afferrò il polso. Lui gridò di dolore, ma subito tornò a eccitarsi,
quando Devina si unì alla mia danza sexy.
«Bel costume», disse a entrambe. Poi si avvicinò e cercò di attrarmi a sé.
All’improvviso, qualcuno si avventò su di lui e lo trascinò via da me. La folla intorno a noi
arretrò, mentre il ragazzo veniva scagliato contro il muro con una forza brutale. Percepii subito che era
stato un Figlio di Eva.
«Per Lilith, che diavolo...» provai a dire, ma poi il Sotterraneo si voltò e i suoi occhi grigi mi
inchiodarono, fissandomi intensamente.
«Ti ho trovata, finalmente.»
La sua voce mi riempì la testa.
«Ancora tu», mormorai tra me. Era il ragazzo della foresta.
«Andiamocene via!» ordinò Devina, ma lui annullò la distanza e la afferrò per la gola.
«Tu non vai da nessuna parte», la minacciò.
«Vuoi scommettere?» Devina sfuggì alla sua presa e si materializzò accanto a me e ad Anya.
«Anya, no!» urlò la voce di una sconosciuta nelle nostre menti.
Mi voltai di scatto e incrociai i suoi incredibili occhi verdi.
Per Lilith, era una Strega!
Un secondo dopo eravamo scomparse.
«Che storia è questa?» tuonai, una volta al castello.
«Non so di cosa tu stia parlando», replicò Devina, gelida, mentre Anya andava ad annunciare a
Sophìa il nostro rientro.
«Forse, se la smettessi di occultare la tua mente, saresti in grado di leggere la mia. Quella
ragazza era una Strega. Una di noi! Io ho sentito il Legame.» Adesso ricordavo. L’avevo vista nella
foresta, ma l’ostilità verso il Sotterraneo mi aveva distratta e non avevo più pensato a lei.
«Non c’è nessun Legame. E comunque non ho il permesso di parlarne.»
«Bene, vorrà dire che lo chiederò a Sophìa. Dimmi almeno perché siamo scappate. Abbiamo
affrontato diversi Sotterranei, non capisco.»
«Lui è diverso. Non è un Sotterraneo qualunque. È pericoloso.»
«Ancora meglio, allora. La prossima volta voglio combatterlo.»
«No! Devi stare alla larga da lui.»
«Perché? Non dicevi che Anya era troppo protettiva?»
«Lui è mio», mi rivelò. «Lo inseguo da secoli, ma non si è mai piegato. È solo questione di
tempo.»
«Vuole ucciderti, l’ho letto nella sua mente.»
«Lo so. È il più feroce Sotterraneo che io abbia mai incontrato. Sexy e spietato... per questo lo
voglio. Mi dà la caccia per uccidermi e cercherà di uccidere anche te. Ha il potere di invaderti la mente,
ma tu non devi lasciarlo entrare. Cercherà di farti credere che è pronto a lasciarsi rivendicare, che ti
venera e un sacco di altre menzogne, ma tu non devi dargli ascolto. È un trucco e, quando tu avrai
abbassato le difese, lui ti colpirà e ti ucciderà. Se mai dovessimo incontrarlo ancora, non dargli accesso
alla tua mente. È il suo potere più grande.» Devina mi prese le mani e mi guardò negli occhi. «Ti fidi di
me?»
Le sorrisi. «Ma certo. Più che di ogni altro al mondo.»
32
IL PRIMO RACCOLTO
«Bentornate», ci accolse Sophìa. «Avete fatto un buon Raccolto?»
«Giudica tu stessa», replicai, con un ghigno di piacere sulle labbra. Richiamai il mio Dakor, che
uscì dal mio polso e cadde a terra, strisciando fino al marchio delle Streghe scolpito in rosso sul
pavimento nero. I Dakor di Anya e Devina lo seguirono.
«Venite a me!» esclamò l’Imperatrice, alzando le braccia, nel suo elegante abito nero.
I serpenti spalancarono le fauci e tre sciami di farfalle nere uscirono unendosi in un solo vortice,
oscuro come un tornado nero.
La risata di Sophìa riempì la stanza, mentre le Anime Dannate le vorticavano intorno. «Volate,
mie piccole farfalle! Questo è il vostro nuovo regno.»
Le farfalle danzarono davanti a lei, poi l’Imperatrice batté le mani e le Anime la avvolsero,
prima di volare verso l’alto, scomparendo oltre il buco sul soffitto.
Infine guardò me. «Ottimo lavoro. Non potrei essere più fiera. Soprattutto di te, Nàyade.»
Mi inchinai a lei, grata, poi tornai a fissarla negli occhi.
«Ora dimmi, il Raccolto è stato all’altezza della tua attesa?»
«È stato più di questo», le rivelai. Il mio Dakor si era dissetato. Le Anime gli avevano dato
forza e io mi sentivo invincibile.
«Bene. Molto bene. Allora dimmi, cos’è che ti turba?»
Avevo chiuso la mia mente, ma l’Imperatrice era riuscita lo stesso a percepire le mie emozioni.
«Non ’cosa’, ma ’chi’. Dimmi di Ginevra.» Il suo nome era affiorato in me quando i suoi occhi
verdi avevano incrociato i miei: la mia anima aveva riconosciuto il Legame.
Sophìa lanciò un’occhiata interrogativa ad Anya e a Devina. O forse era di rimprovero perché
loro due si fecero da parte e uscirono, lasciandomi sola.
«Mi avevi detto che le mie Sorelle erano morte! Sono confusa, perché ne ho appena incontrata
una.»
Sophìa non rispose, guardandomi con aria colpevole. «Vieni», disse infine. «Troviamo un posto
più tranquillo in cui parlare.» Scese i gradini e si posizionò di fronte a me, proprio sopra il marchio. Il
pavimento tremò appena e poi si sollevò, come un ascensore. Guardai in alto, sorpresa, mentre il buco
sul soffitto si avvicinava. Quando arrivammo in cima, attraversammo un pozzo di Carbonado e la
pedana mobile si fermò. Mi guardai intorno, meravigliata. Era il posto più luminoso che avessi visto
nel castello. Forse nella mia intera vita.
«Dove siamo?» domandai, esterrefatta.
Sophìa mi sorrise. «Benvenuta nel mio giardino.»
Una parte del pozzo si sgretolò per lasciarci uscire. Feci qualche passo, poi mi voltai a
guardarlo.
«È il Pozzo delle Anime», mi rivelò Sophìa, mentre il Carbonado si riformava. «È qui che
convergono tutte le Anime Dannate del castello. Tutte le mie adorate farfalle.» Alzò le braccia e lasciò
che le volassero intorno.
Le farfalle erano ovunque: sulle pareti, sul grande soffitto vetrato e soprattutto...
«Vieni, te li mostro», disse lei, notando il mio interesse.
Di fronte a noi, si apriva un incredibile campo di Stramonio del diavolo. Non ne avevo mai visti
così tanti. La loro presenza quasi intimoriva, come se fossero vivi.
«Sei fortunata. In poche hanno visto la mia amata coltivazione di Stramonio.» Sophìa staccò un
fiore e me lo porse. Era nero e regale, proprio come lei.
«Il fiore delle Streghe», mormorai tra me. Ne annusai il profumo e i miei sensi si inebriarono. Il
mio Dakor ne sentì il richiamo e si materializzò dalla mia pelle, lo annusò a sua volta e poi se ne cibò.
Sophìa rise e raccolse una farfalla nera da un fiore, avvicinandola agli occhi. «E tu, sei stata
cattiva, mia piccola Lussuriosa?»
Lei mosse le ali e volò via, mentre l’Imperatrice la osservava.
«È qui che avviene lo Smistamento delle Anime», commentai. Non era una domanda. Lo
sapevo. Le mie Sorelle mi avevano parlato del giardino di Sophìa, sapevo che lei si rinchiudeva spesso
lì, affidando il castello al comando di Devina, il suo Spettro. Parlava alle sue Anime, coltivava lo
Stramonio e smistava i Dannati, prima di rigettarli all’Inferno, dove sarebbero tornati alla loro forma
umana.
«Esattamente», disse Sophìa, confermando i miei pensieri. «Ma a volte vengo qui anche per
rilassarmi. È un paradiso, non trovi?» Rise e io la assecondai.
Sophìa sapeva essere eccentrica, soprattutto quando c’erano di mezzo le sue farfalle. Ma io ero
lì per un altro motivo. Volevo una risposta. «Avevi detto che erano morte», ripetei di punto in bianco.
Lei si fermò, dandomi le spalle. «Per me lo sono, infatti», replicò, la voce di nuovo severa.
«Dimmi di più.»
«Ginevra ci ha lasciate.»
Corrugai la fronte. Non mi sarei mai aspettata una tale risposta. «Com’è possibile? È
un’assurdità.»
«È così, invece. Ha tradito la nostra fiducia e io l’ho bandita.»
Mi sembrava impossibile che una Sorella potesse rinnegare così il Legame. Sophìa era tutto per
noi.
«Non per lei. Quando se n’è andata, il mio cuore si è spezzato.»
Sbuffai. «Quale cuore? Il tuo cuore è di ghiaccio.»
«Ma voi siete per me il fuoco. L’unica cosa che riesce a scioglierlo. Voi Sorelle siete tutto.»
«E tu lo sei per noi.» Aveva ragione. Sapevo quanto lei tenesse a tutte noi, non avrei dovuto
infierire.
Sophìa annuì. «Nessun altro incontro interessante oltre a Ginevra, durante il tuo Raccolto?» mi
domandò all’improvviso, prendendo a studiarmi.
Cosa voleva dire? «No...» Ci pensai su. «Non mi sembra.»
«Nessun altro sentimento forte, oltre al Legame con lei?»
«Ma certo, come sempre. La Seduzione e la Tentazione e ancora il Raccolto. Tutte cose che mi
hanno dato alla testa.»
«Eccellente.»
«Che mi dici dell’altra Sorella?» Passai a un argomento che mi interessava di più. «Hai detto
che ne abbiamo perse due. Anche l’altra ci ha abbandonato?» Quell’idea mi sembrava ancora assurda.
«No. Tamaya è stata uccisa prima che si trasformasse. È stato suo marito a sacrificarla, dopo
che era diventato un Sotterraneo. Non ci si può fidare dei Figli di Eva, sono incontrollabili.»
«Che fine ha fatto lui?»
«Me ne sono occupata io stessa. Adesso che hai avuto le risposte che cercavi, voglio farti un
dono.»
«Poter stare nel tuo regno è già un dono immenso», replicai d’istinto. Sophìa si era rattristata,
dopo il nostro discorso, e io non lo sopportavo.
«Vuoi dire che rinunceresti al dono che voglio farti?»
«Non ho detto questo. Non rifiuterei mai un tuo dono.»
Lei sorrise. «Molto bene. Vieni.»
La seguii attraverso uno stretto corridoio. La luce era tornata normale, più cupa e bassa rispetto
a quella nel campo di Stramonio. Le farfalle ci seguivano, svolazzando ovunque. Lungo le pareti,
grandi bacheche di vetro si prolungavano per tutto il corridoio. Piene di farfalle impagliate. Solo allora
mi accorsi che, sotto ognuna di esse, c’era un cartellino di Carbonado in cui era scolpita una scritta. Mi
fermai per osservarli e Sophìa tornò da me, con un sorriso sulle labbra. «È la mia collezione privata...
Un piccolo capriccio. Ti piace?»
C’erano farfalle più grandi, altre più piccole. Tutte erano nere. Lessi alcuni nomi: Caligola.
Maximilien Robespierre. Joseph Stalin. Nerone. Heinrich Himmler... «Chi sono?»
«Il mio orgoglio. Sono le Anime Dannate peggiori che l’umanità abbia mai incontrato, i mortali
più feroci e spietati mai esistiti sulla Terra. I miei capolavori, se preferisci. Sono coloro con i quali ho
instaurato una proficua collaborazione. Alcuni sono stati anche ottimi amanti. Hanno seminato panico,
paura e morte. Hanno fatto perdere la fede. Sotto il loro dominio, il mio regno ha prosperato. Fin
quando non è arrivato anche il loro tempo e sono tornati a me. Aggiungere un nuovo pezzo alla mia
collezione è sempre un grande avvenimento. Quando succede, do un Opalion dove sono io la regina, in
onore di quella vittoria.»
«Wow», mormorai. Avevo partecipato ai Giochi nel Cerchio, ma mai nessuno era stato indetto
in onore di Sophìa.
Forse per questo non avevo mai visto in azione il suo Campione. Pensare a lui mi scosse
qualcosa dentro: il desiderio di vederlo combattere.
«Hai conosciuto Zakaharìa», constatò Sophìa, percependo il mio interesse.
Avevo perso il controllo sui miei pensieri. «Mi dispiace, mia Signora.»
«Non dispiacerti. Conosci le regole della Sorellanza. Un Sotterraneo rivendicato da una Sorella
può essere chiesto in prestito da un’altra che lo desidera.»
«Ma... Credevo che per i Campioni non contasse, soprattutto per il tuo. Devina mi ha detto
che...»
«È così, infatti. Ma per te potrei fare un’eccezione, se lo desideri.»
La fissai, sorpresa. L’Imperatrice che cedeva a me il suo Campione? Non riuscivo a immaginare
un onore più grande. «Grazie, mia Signora. Ma per adesso voglio concentrarmi sulle anime. Il Raccolto
è la mia vocazione. Non riesco a smettere di pensarci. Quando potrò ricominciare?»
Sophìa proruppe in una risata piena d’orgoglio. «Presto, mia nera farfalla.» Si fermò davanti a
un piccolo altare e prese qualcosa. «È tradizione per ogni Strega ricevere il cimelio sacro dopo il primo
Raccolto. E tu hai dimostrato di essere degna di portarlo.» Mi mostrò la mano.
Sgranai gli occhi. Sul palmo, c’era l’antico medaglione che avevo visto al collo delle mie
Sorelle. Il Dreide.
EVAN
33
L’ILLUSIONE DI AVERTI VICINO
«Tutto questo tempo ad aspettare un segno di Gemma e quando finalmente la trovo me la lascio
sfuggire così!»
«Calmati, Evan», disse Simon. «Avrai un’altra occasione.»
«Non dovevo lasciarmi sfuggire questa!» ringhiai.
«Non urlare o sveglierai Liam, ha pianto tutta la notte.»
«Hai ragione, scusami.»
Simon era rimasto insieme a lui, mentre io e Ginevra cercavamo Gemma. Rintracciarla era stato
difficile persino per lei, che poteva contare sul Legame. Il potere di Gemma era molto forte, l’oscurità
l’avvolgeva come un manto. Dovevamo avere pazienza, aspettare un varco. Senza Ginevra, non ci sarei
mai riuscito. La mia connessione con lei si era spezzata, perché la sua anima era corrotta, ma io avrei
fatto di tutto per riunirci.
«Sono pronte.» Ginevra apparve con un arsenale di armi. Le lasciò cadere sul tavolo e poi mi
fissò. «Vedremo, se riuscirà a prendere al volo anche una pallottola.»
Presi un proiettile e lo esaminai: dentro conteneva il veleno del Dakor. «È ingegnoso, brava.»
«È stato facile, una volta capito il meccanismo.»
Quando eravamo ancora insieme, Gemma mi aveva raccontato di come avevano usato le armi
di Ginevra per difendersi da Desdemona, l’Angelo della Morte mandato dai Màsala per ucciderla.
Erano pericolose, per noi, e proprio per questo efficaci contro i nemici.
Ginevra si allacciò la fondina alla coscia, mentre io e Simon avevamo già indossato le nostre
ascellari.
«Ci sono due pistole a testa, più questo.» Ginevra tirò fuori un Kalashnikov. «Se permettete,
questo lo tengo io. Ho un conto in sospeso, con quel Cacciatore.»
«Accomodati.»
«Attento, con quello», mi ammonì lei, alludendo al proiettile tra le mie dita.
«Potrebbe esplodermi in mano?» scherzai.
«Non si sa mai, ultimamente i tuoi nervi non sono affidabili, e tu ci servi vivo.» Ginevra
alludeva al mio incidente col ragazzo che Gemma aveva sottomesso alla festa. Era stato più forte di me.
Quando avevo visto le sue mani su di lei, avevo perso la testa. E l’avevo quasi ucciso. Ero agguerrito,
frustrato e pronto a uccidere, pur di riaverla.
Inserii la cartuccia in una delle pistole e la caricai. «Con queste, quel bastardo non avrà
scampo.»
«È qui», mormorò Ginevra.
«Dove?» Io e Simon ci voltammo a fissarla, impugnando le armi.
Lei era concentrata, in ascolto. «Non lui. È Gemma. È sulla Terra.»
Il mio petto si riempì di emozioni: gioia, paura... urgenza. Rinfoderai le armi, fissando Ginevra.
«Che stiamo aspettando, allora? Portami da lei», ordinai, determinato.
«Buona fortuna», mormorò Simon.
Ginevra mi prese per mano e mi smaterializzai con lei.
Gli occhi di Gemma furono la prima cosa che vidi, come una calamita che mi aveva richiamato
a sé non appena ero apparso. Lei invece mi fissava con odio, quasi infastidita dalla mia presenza. Era
come una pallottola avvelenata nel petto. Di fronte a lei c’era un Sotterraneo appena nato, il suo corpo
morto accanto a loro.
Vedere Gemma sedurre un altro uomo rischiò di farmi perdere ancora il controllo. Non riuscivo
a sopportarlo. Lottai contro l’istinto di sparargli. Afferrai bruscamente il ragazzo per la spalla e invece
lo feci trapassare, mostrandogli la via.
«Come osi?» sibilò Gemma. «Era già mio.»
«Non farmi pentire di non averlo ucciso», replicai, minaccioso.
Lei alzò un braccio per colpirmi, ma io le bloccai il polso. Ci fissammo per un lungo istante.
Non sapevo cosa fosse peggio: se il fatto che non si ricordasse di me o l’ostilità che leggevo nei suoi
occhi.
Devina mi attaccò alle spalle e io fui costretto a difendermi.
«Gin, non lasciarla andare!» le urlai, combattendo contro la rossa. La sbattei con forza al muro
e lei mi guardò con un ghigno sulle labbra, mentre il suo Dakor si materializzava per sfidarmi. Serrai la
stretta. Non avevo paura nemmeno di lui. «Io tengo a bada questa Strega.»
«Conosco dei bei giochi con cui potresti intrattenermi», sussurrò, sfiorandomi il collo con le
labbra.
«La tua ossessione per me non ha limiti.»
«Ti rivendicherò, prima o poi.»
«Oppure potrebbe farlo qualcun’altra», la provocai, e i suoi occhi s’infuocarono d’odio. Non
avevo mai ceduto a Devina, ma Gemma aveva un potere su di me che lei non avrebbe mai avuto.
«Non ti converrebbe tornare da noi all’Inferno», sibilò, riacquistando la sua sicurezza.
«Hai ragione. Meglio riportare lei qui da me.»
Devina sorrise e si liberò, tornando ad attaccarmi. «Non succederà mai!»
«Allora morirò provandoci», ringhiai, contrattaccando.
«Evan, lasciala a me!» gridò Ginevra, scagliandosi contro Devina. Fino a quel momento, aveva
tenuto a bada Gemma, che si era rifiutata di colpirla.
Scattai di fronte a Gemma. Dovevo impedirle di scappare via. Volevo un’occasione per parlare
con lei, una soltanto. Lei caricò un attacco e un altro ancora, ma io li bloccai tutti, senza colpirla. Quasi
non la riconoscevo. Era sempre stata una combattente, ma adesso era diventata un’impavida guerriera.
Le Streghe l’avevano addestrata bene; coi suoi pugnali avvelenati dalla lama ricurva, mi stava dando
del filo da torcere. Non avevo più tempo. Dovevo prendermi la mia occasione. La disarmai e la
imprigionai contro il muro, bloccandole i polsi.
Per un lungo istante ci fissammo, mentre lei riprendeva fiato.
«Ci sai fare, contro i Sotterranei.»
«Soprattutto contro quelli che vogliono uccidermi», sibilò, e io le serrai i polsi con più forza.
«Io non voglio ucciderti.»
«Stai mentendo, lo so. Cos’altro potresti mai volere da me?»
«Averti al mio fianco», affermai, determinato, fissandola negli occhi.
Lei sostenne il mio sguardo e un ghigno si dipinse sul suo volto. Avvicinò le labbra alle mie,
facendomi perdere la testa.
Volevo così tanto baciarla un’altra volta... Un solo bacio.
La sua mano si posò sulla mia coscia e la risalì lentamente, disintegrando ogni mia volontà.
«Sei eccitato per me», sussurrò, avvicinando il bacino al mio, mentre io mi perdevo.
Quel breve contatto mi disarmò, ma poi fissai i suoi occhi, mentre una scintilla viola li
attraversava, e ritornai in me. Con un gesto fulmineo, girai Gemma, premendole la faccia contro il
muro e appoggiai la mia erezione su di lei.
«Sono sempre eccitato per te», sussurrai dietro il suo orecchio. Per un attimo mi ero lasciato
circuire, ma ero di nuovo io ad avere il controllo.
«Non mi avrai mai», disse lei, con voce sicura.
«Evan, attento!» gridò Ginevra, e il sibilo di una freccia mi sfiorò l’orecchio. Afferrai Gemma
tra le braccia e rotolai con lei sulla parete, stringendola forte.
Absolon era tornato. Lei mi fissò, confusa dal mio gesto, e il Cacciatore attaccò ancora.
«Vai! Scappa!» le urlai.
«Dobbiamo andarcene!» Devina si materializzò accanto a lei e sparirono.
Tirai fuori le pistole e mi preparai ad affrontare il Cacciatore. Me l’avrebbe pagata cara per aver
interrotto il mio incontro con Gemma. Sparai un colpo e lui lo schivò, sorpreso.
Ginevra tirò fuori il suo Kalashnikov, ma il Cacciatore mi apparve alle spalle e lei non poté più
sparare. Non solo era forte, ma era anche agile ed estremamente furbo. Mi gettai su di lui e iniziammo a
lottare furiosamente; all’improvviso, mi strappò di mano una pistola, ma io riuscii a fargliela cadere
con un calcio, prima che potesse fare fuoco.
Cercai di allontanarlo da Ginevra. Non potevo tornare da Simon senza di lei. Avevo provato
sulla mia pelle cosa volesse dire perdere la persona che si ama. Gli sferrai un attacco e Absolon si
difese, gettandomi a terra. Scivolai con la schiena sul terreno e tirai fuori di nuovo la pistola. Sparai un
colpo, che lo centrò in pieno stomaco, passando da parte a parte. Lui sgranò gli occhi, sconcertato,
mentre io e Ginevra trattenevamo il respiro, in attesa che si disintegrasse. Invece Absolon alzò
lentamente la testa e mi fissò con un ghigno sulle labbra.
Io e Ginevra restammo immobili, sconvolti. La pallottola non lo aveva ucciso?
Il Cacciatore si preparò ad attaccare e Ginevra reagì, scaricandogli addosso tutte le munizioni
del suo Kalashnikov. Eppure lui continuò a correre verso di me, scomparendo e riapparendo alla
velocità di uno spettro. Si avventò su di me, afferrandomi la maglia, ma Ginevra lanciò un incantesimo
che lo scaraventò lontano, si materializzò al mio fianco e mi portò via.
«Che è successo?» chiese Simon, spaventato, quando apparimmo in cucina davanti a lui.
«Il Cacciatore», sbottai, nervoso. «Ci ha attaccati.»
«Le pallottole, Evan!» tuonò Ginevra, che ancora non riusciva a crederci. «Hai visto cos’ha
fatto? Non ho mai visto un Sotterraneo come lui. Come faremo adesso ad affrontarlo? Non abbiamo più
niente per fermarlo!»
«Volete spiegarmi che succede?» insistette Simon, esasperato. «Abbiamo affrontato molti
Sotterranei, finora, uno in più non riuscirà a spaventarci.»
«Lui non è come gli altri. È immune al mio veleno», gli spiegò.
Simon sgranò gli occhi. «Com’è possibile?»
«Non ne ho idea. Gli ho scaricato addosso un arsenale, ma non l’ho nemmeno ferito. Nessun
Sotterraneo è mai stato capace di tanto.»
«Ma lui non è un Sotterraneo qualunque», ricordai loro. «È un Cacciatore. Le sue priorità non
sono le anime da far trapassare. Ciò che conta per lui è uccidere le Streghe. Deve aver sviluppato una
sorta di immunità al loro veleno.»
«Non avevo mai visto una cosa del genere», mormorò Ginevra, incredula.
«Già. È diventato un grosso problema.»
Simon inchiodò Ginevra con lo sguardo. «Questo gioco sta diventando troppo pericoloso per
te.»
«Non posso chiudermi in casa solo perché è protetta», replicò Ginevra, che nel frattempo
doveva aver letto i suoi pensieri. «Preferisco rischiare la vita, piuttosto che starmene in prigione.»
«Io però non sono disposto a correre questo rischio», affermò lui, severo.
«Evan ha bisogno di me, Gemma potrebbe...»
«Io ho bisogno di te», tuonò Simon. «La discussione è chiusa. Finché non uccideremo questo
Cacciatore, tu non ti muoverai da qui.»
Il fuoco nei suoi occhi fece desistere Ginevra dal replicare, anche se sapevo che non sarebbe
stato così facile tenerla a bada. Non quando si trattava di Gemma. Lei ci teneva quasi quanto me a
riportarla casa.
«Gemma? L’avete trovata?»
Annuii, spossato. «È stato tutto inutile. Non ricorda niente.» Sospirai, confuso.
«Che farai adesso?»
«Continuerò a provarci. Non ho nessuna intenzione di arrendermi.» Da qualche parte, sotto la
Strega, c’era la mia Gemma. E io l’avrei ritrovata.
«Ho parlato con lei, mentre combattevamo», confessò Ginevra. «Nella mente.»
«Hai la mia attenzione», la spronai. Cosa le aveva detto? Forse lei poteva aver scovato il
barlume di un ricordo...
«No, mi dispiace. Ti vede solo come un Sotterraneo. Come un nemico.»
«Non c’è bisogno che tu sia così diretta», la rimproverò Simon.
«Va bene così», lo tranquillizzai, sedendomi sul divano. «So già quello che prova Gemma
quando le sto accanto.» Un forte astio, seguito dal profondo desiderio di rivendicarmi come schiavo. La
mia mente si perse nel ricordo del suo sguardo incendiato nel mio. «Cosa ti ha detto?» domandai a
Ginevra, scacciando quell’immagine dai miei pensieri.
«Era confusa. Non capisce perché sto con voi.» Ginevra rise tra sé. «Insisteva affinché
ritrovassi la ragione.»
«E tu cosa le hai detto?»
«Che è lei quella dalla parte sbagliata. Poi ho capito che solo tu avevi una possibilità di
suscitare in lei qualcosa e te l’ho data.»
«Non ha funzionato», mormorai, appoggiando la testa sulle ginocchia. «Non riesco a credere
che stia succedendo davvero. Io che combatto contro Gemma. È un incubo.»
«Cosa faresti se lei non tornasse più indietro, ci hai mai pensato?»
«Non è contemplato.» Inchiodai Ginevra con lo sguardo, quasi la sua fosse un’offesa.
«Dovresti pensarci, invece.»
«Mai.» Mi alzai di scatto, furioso. Ginevra era forse impazzita?
«Tu non capisci. Il Legame con le Sorelle si è impossessato di lei, io l’ho sentito. Gemma è
rinata dal veleno di Sophìa. Non sono sicura che ci siano possibilità che lei riesca a rinnegare il male.»
«Sta’ zitta», le ordinai.
«Non vuoi sentirlo? Be’, devi. Tutti noi stiamo rischiando molto.»
«Puoi tirarti indietro quando vuoi», ringhiai.
«Non è questo il problema! Tengo a Gemma quanto te. Anch’io voglio riportarla indietro, ma è
necessario che tu apra gli occhi e veda la realtà.»
«Preferisco essere cieco che perdere la speranza.»
«Non voglio che tu ti arrenda, Evan. Voglio solo che tu rimanga concentrato. Stavi quasi per
farti rivendicare, oggi. Erano in Ricognizione e tu sei un Sotterraneo.»
Sgranai gli occhi, al ricordo del potere che Gemma aveva avuto su di me.
«Se ti lasci convincere dai suoi trucchi, finirai per essere tu a cedere a lei e non viceversa, lo
capisci? Devi essere forte. Solo così potrai riportarla indietro. Devi vedere Gemma per quella che è
adesso: una Strega. Si può sapere che ti è preso?»
«Io ho... perso la testa», confessai. Averla così vicina dopo così tanto tempo mi aveva
disarmato. L’avevo toccata, ero stato sul punto di baciarla. Avevo desiderato così tanto stringerla
un’altra volta, che mi ero lasciato sopraffare. Le sue labbra erano così vicine alle mie, che avevo
creduto di averla ritrovata.
«Invece era lei che aveva in pugno te. Era a tanto così da farti suo.»
«Io sono già suo.»
«Sai bene cosa intendo. Più ti arrendevi a lei, più la tua energia fluiva in lei. Le sue labbra ti
avrebbero fatto prigioniero.»
«Forse dovrei lasciarla fare», mormorai, sconfitto.
«Non dirlo nemmeno», mi redarguì Simon. «Che ne sarebbe di Liam?»
Mi passai le mani sulla testa. Avevo detto una sciocchezza. Non avrei mai abbandonato mio
figlio. «Avete ragione. Starò più attento, la prossima volta.»
Se non volevo soccombere, dovevo accettare la realtà. Non dovevo più illudermi di averla
ritrovata solo perché lei sembrava cedere a me. Era un trucco. Gemma era una Strega e io un
Sotterraneo. Ancora una volta l’una contro l’altro, com’era iniziato. Solo che i nostri ruoli si erano
invertiti: adesso ero io la preda e lei la cacciatrice. Gemma aveva tentato di rivendicarmi. Avevo sentito
la mia anima anelare di correre da lei, di cedere a quelle labbra così invitanti, così desiderabili. Vinto
dalla frustrazione, tirai un pugno al divano. Il potere di Gemma era così forte da sopraffarmi anche
quando lei non c’era. Ginevra aveva ragione. Non dovevo permetterle di entrarmi nella testa o avrei
perso di vista il mio obiettivo. Dovevo restare concentrato. Per non soccombere, dovevo vedere
Gemma per quello che era diventata: una Strega. Su una cosa, però, mi sbagliavo: nella lotta contro di
lei, io non ero la preda. Eravamo due predatori e solo uno di noi avrebbe prevalso sull’altro. O io avrei
riportato indietro Gemma o lei avrebbe preso me.
La caccia era iniziata.
GEMMA
34
UN NUOVO DESIDERIO
Le porte delle cucine si aprirono di scatto e tutti i Dannati s’inchinarono al mio ingresso,
spaventati.
Avevo fame. Molta fame. Presto ci saremmo riunite per mangiare tutte insieme, ma io non
potevo più aspettare.
Indicai uno degli Ingordi. «Tu, portami quello che hai preparato. Subito.»
«Come ordinate, mia Signora», disse, cerimonioso e con la paura nella voce.
Mi sedetti sopra un tavolo e assaggiai la carne che mi aveva posto davanti. Mi sembrava di non
mangiare da secoli, ma non era una novità. Il cibo non era mai abbastanza per me. Quel giorno, però,
ero particolarmente nervosa, il che peggiorava le cose.
I Dannati mi guardavano con invidia mentre mi portavo il cibo alla bocca. Erano tutti magri
come manici di scopa, i loro occhi infossati e rossi mi disgustavano.
«Non fissarmi così, cane», ringhiai contro quello che mi aveva servito. Gli lanciai il pugnale,
che si conficcò nel suo collo scheletrico. Lui gorgogliò ed esplose in una nuvola di fumo, mentre tutti
gli altri gemevano di terrore. Presi il vassoio con la carne e lo scaraventai a terra. «Era troppo dura.» Il
pugnale tornò indietro come un boomerang, lo afferrai al volo e lo conficcai sul tavolo. Poi indicai un
altro dei Dannati «Tu. Cos’hai per me?»
«Tutto quello che ho è vostro, padrona.» S’inchinò, offrendomi il suo vassoio.
«Niente di quello che dirai può farti guadagnare la mia pietà, ruffiano.» Gli conficcai il tacco
nella spalla, facendolo cadere in ginocchio per il dolore. Poi presi una mela caramellata dal vassoio che
mi offriva e la contemplai. «Mah, questa forse sì.» La sua dolcezza mi esplose in bocca. «Divina»,
mormorai, chiudendo gli occhi. «L’ingordigia è decisamente il più delizioso dei peccati.» Saltai giù dal
tavolo e gli lanciai la mela a terra. «Tieni. Te la sei guadagnata.»
Lui si avventò sul cibo e lo afferrò, tenendoselo stretto. «Grazie, mia Signora, grazie.» Si piegò
a baciarmi i piedi e io lo spinsi via bruscamente. «Preparane delle altre per me e per le mie Sorelle!»
«Come volete, padrona. Ai vostri ordini.»
«Sparisci, prima che cambi idea.»
Lui strisciò via, senza osare alzarsi.
«E voi cosa fate fermi lì?! Tornate a cucinare!»
Al mio ordine, gli altri Ingordi si affrettarono ai loro posti. In realtà, noi Streghe potevamo far
apparire tutto il cibo che volevamo, ma non sarebbe stato altrettanto divertente. Così Sophìa aveva
costruito delle grandi cucine e poi le aveva riempite con i migliori Ingordi trovati durante la Caccia.
C’era più gusto a essere servite. In vita, gli Ingordi avevano commesso incredibili atrocità per la loro
fame insaziabile. Non soltanto di cibo, ma anche di denaro, di potere... Così le loro Anime erano
fameliche. Un bisogno costante che non poteva essere saziato. All’Inferno la loro vita era molto breve.
Non avevano forze, non avevano quel potere che avevano sempre bramato e, per gli altri Dannati,
erano facili prede. I pesci più piccoli. Ma a qualcuno di loro veniva concesso il privilegio di servirci e
in cambio concedevamo loro di vivere a lungo... o almeno finché fossero stati all’altezza del nostro
palato. Appeso alla parete delle cucine c’era Drugo, il primo cuoco che aveva messo piede al castello.
Si narrava che, per stupire Sophìa, le avesse preparato un piatto elaborato a base di farfalle. Lei, che
aveva un’ossessione per le sue farfalle, lo aveva preso come un affronto. Così lo aveva appeso lì, senza
ucciderlo, come un monito per tutti gli altri, e sopra la sua testa aveva appeso una targa, come faceva
con le sue amate Anime perdute, soprannominandolo «Il Profanatore». Da allora lo chiamavano tutti
così. La sua sofferenza sarebbe stata eterna.
Guardai fuori dalla finestra, dove il crepuscolo regnava sulla foresta. Aprii il palmo della mano
e invocai il mio Dakor, sentendo il veleno bruciare negli occhi mentre si trasformavano. Il serpente
sibilò, e mi risalì il braccio. Mi era di conforto sentirlo sulla mia pelle. Forse lui sarebbe riuscito a
scacciare il dubbio che mi innervosiva: perché quel Sotterraneo mi aveva salvato dalla freccia? Avevo
sentito l’odore del nostro veleno sulla sua punta. Non avrebbe avuto nessun effetto su di me, a meno
che l’arciere non avesse usato il fuoco puro... Eppure mi aveva fatto scudo col suo corpo, sebbene per
lui quel colpo fosse fatale. Perché? Non aveva senso. Doveva essere un trucco per farmi abbassare le
difese. Devina mi aveva messo in guardia, contro di lui. Tutto ciò che mi aveva detto era giusto. Lui era
pericoloso. Più pericoloso degli altri Sotterranei perché la sua mente funzionava in modo differente.
Ciò che Devina mi aveva tenuto nascosto, però, era che la sua anima aveva un sapore così delizioso e
appagante... Ora capivo perché volesse farlo suo. Lei ci aveva provato per secoli senza riuscirci. A me
era bastato poco per andarci davvero vicino... Lui mi voleva. Lo avevo sentito. Avevo sentito le
emozioni che si agitavano in lui, completamente diverse da quelle degli altri Sotterranei che avevamo
rivendicato. Tutti dimostravano totale ostilità o completa arrendevolezza, ma in lui c’era di più. Lui era
pieno di desiderio, ma con una volontà incredibilmente forte. Voleva avermi senza perdere il controllo.
Il suo era un pensiero assurdo... Eppure mi eccitava. Sorrisi, sentendo crescere dentro di me il più dolce
dei capricci. La più eccitante delle sfide. Io avrei abbattuto le sue difese. Io lo avrei rivendicato.
35
MILLICENT E PRISCA
Delle voci mi sfiorarono la mente. Erano Anya e Devina e stavano discutendo. Ancora. Iniziava
a diventare un’abitudine? E perché avevo l’impressione che mi nascondessero qualcosa? Dopo che
Devina aveva bruciato il libro di Anya, nelle mie stanze, avevo trovato un piccolo frammento di carta.
Le parole in sanscrito erano spezzate e non ero riuscita a decifrarle, ma l’elegante grafia non
apparteneva a nessuna di loro. Sfoderai i pugnali e li feci girare tra le mani. Quel gesto mi rilassava.
Chiusi la mia mente, affinché le Sorelle non notassero la mia presenza, e ascoltai i loro pensieri più
attentamente. Ero diventata brava a farlo.
«Non ti azzardare o lo dirò a Sophìa», minacciò Devina. Sembrava molto sicura di sé.
«Credevo che mi conoscessi meglio. Pensi davvero che Sophìa lo accetterebbe? È contro le sue regole.
Da quando sei incline a trasgredirle?» domandò, beffarda.
«Già, di solito è un’attitudine tutta tua», la schernì Anya.
«Non conta più ormai. In quella vita lei è morta. È venuta qui con noi ed è qui che resterà.»
«Lo so anch’io, cosa credi? Voglio solo che ritrovi se stessa.»
«Lo è già. Lei è una Strega.»
«Può essere entrambe le cose.»
«È un’assurdità.»
«Io ti sembro un’assurdità? Non cambierebbe niente per noi, se lei sapesse!»
«Cambierebbe per me.»
«O forse vorresti dire per lui? Sei solo un’illusa.»
«Tanto quanto te. Nessun racconto potrà contrastare il veleno dell’Imperatrice. Credi che
Sophìa sia stupida? Ha preso delle precauzioni.»
«Che vuoi dire? Cosa sai?»
«Bene!» esordì un’altra voce, interrompendo Anya. Era Camelia. «Siete qui, muoio di fame.
Quando arrivano le altre?»
«Gemma è già qui», disse Devina.
Trasalii. Come aveva percepito la mia presenza? Rinfoderai i pugnali sulle cosce e mi
raddrizzai, entrando nella Sala della Sorellanza. «Questi Ingordi sono solo dei piagnoni. Iniziano a
stancarmi», affermai, con voce sicura. «Faranno bene a portarmi qualcosa di buono da mangiare o farò
volare qualche testa.» Lanciai un’occhiata a Devina e poi ad Anya.
Devina era soddisfatta di me, si capiva da come mi guardava. Anya, invece, sembrava sempre
contrariata. Perché? Era gelosa del mio legame con Devina, ecco perché. Tuttavia nessuna delle loro
opinioni mi interessava. Io ero chi volevo essere. E presto sarei diventata anche di più.
«Benvenute, mie nere farfalle.» Sophìa apparve nella stanza in un elegante abito nero che le
lasciava le cosce scoperte. Le lunghe maniche le coprivano le mani, lasciando vedere solo le affilate
unghie nere. L’Imperatrice indossava sempre magnifici vestiti. A volte erano sontuosi e strani, altre
volte sobri e raffinati. Erano tutti creati dalle sue Anime nere, che si modellavano su di lei. Spesso
cambiavano forma da un momento all’altro, in base al suo umore. E tutti le davano un’aria
irresistibilmente sexy. Sophìa era il diavolo ma, per chiunque la vedesse, era una dea. La creatura più
incantevole e pericolosa dell’intero universo. Quando si sedette, lo strano cappello che aveva in testa
mutò forma. Come sempre, era composto di farfalle. «Prendete posto e narratemi delle vostre vittorie e
dei vostri fallimenti.»
«Un fallimento è una vittoria non ancora assaporata», replicammo tutte quante in coro.
«Eccellente.» Sophìa sorrise, guardandoci con soddisfazione.
La sala era tra le più luminose del castello. Non era una stanza molto grande, in compenso era
altissima e, sul soffitto, le farfalle nere svolazzavano producendo con le loro ali un suono che dilettava
la nostra Imperatrice. Il grande lampadario scendeva fino al tavolo dove eravamo sedute tutte noi: un
anello perfetto di Carbonado nero in cui ognuna di noi aveva la stessa importanza, compresa Sophìa.
Chiunque sedesse all’Anello della Sorellanza era uguale alle altre. «Ditemi, Sorelle, raccontatemi ogni
cosa», insistette l’Imperatrice.
Cenare insieme era il momento per scambiarci le nostre esperienze, per dire a Sophìa tutto ciò
che avevamo fatto. Quella sera, cominciarono Nerea e Safria, con alcuni aneddoti del Raccolto, alcuni
divertenti, altri raccapriccianti. Le nostre ancelle portarono in tavola i piatti che gli Ingordi avevano
cucinato, poi si posizionarono dietro di noi, una per ogni Strega, e l’Anello iniziò a girare, per
consentirci di gustare ogni cibo che le Mizhye continuavano a portare. Tra i loro compiti, c’era anche
quello di assicurarsi che le nostre coppe fossero sempre piene di Sidro, ma una di loro, Millicent, ne
versò un po’ sulla scarpa di Devina. Mia Sorella imprecò, furiosa, e Millicent si chinò a ripulirla,
mentre tutte le ancelle trattenevano il respiro.
«Mi dispiace! Mi dispiace! Perdonatemi, mia Signora», la implorò Millicent, spaventata.
Devina osservò la sua scarpa e sorrise alla sua Mizhya. «Non preoccuparti, può succedere», le
disse, e lei la guardò stranita, rilassandosi un poco. Devina si sbarazzava delle ancelle anche per meno.
Millicent avrebbe fatto bene a non illudersi. «Adesso riempimi la coppa», le disse, porgendole il calice
nero.
«Agli ordini, mia Signora. Lo faccio immediatamente.» L’ancella obbedì, mentre Devina non le
staccava gli occhi ambrati di dosso.
«Coraggio, prendila», le ordinò la Strega, con un sorriso affabile.
Millicent la fissò, confusa, ma poi obbedì.
«Ora, bevi», tuonò, severa, il sorriso che si trasformava in ghigno.
Millicent si pietrificò. «Ma... è veleno. Se lo faccio, morirò.»
«Ho detto, bevi!»
Millicent guardò noi Sorelle a una a una, sperando che qualcuna la graziasse, ma nessuna parlò
in suo favore. Poi lanciò un’occhiata disperata a Prisca, una delle ancelle di Anya, e avvicinò la coppa
alle labbra, le mani che le tremavano.
«No!» si oppose Prisca. Attraversò la stanza di corsa e le strappò la coppa dalle mani. «Pagherò
io per il suo errore.» Prima che Millicent potesse fermarla, la Mizhya mandò giù il veleno.
«No! Che hai fatto?» la rimproverò Millicent, in lacrime.
Ma Prisca gorgogliò, bruciando dall’interno, e cadde in ginocchio, tra le braccia di Millicent.
Pochi secondi, ed esplose in una nuvola di polvere.
«Ma che scena commovente», la derise Devina, e alcune di noi risero. Millicent e Prisca erano
amanti, lo sapevamo tutte. «Tuttavia i martiri non li ho mai capiti. Morire per qualcun altro», sbuffò.
«È una follia, convieni?»
«No!» osò contraddirla Millicent. «Lei era il mio grande amore», piagnucolò, ancora a terra.
«Nessuno merita amore più di noi stesse», affermò Devina. La sua frusta schioccò in aria e si
avvolse al collo della sua Mizhya. «Peccato che il suo sacrificio sia stato inutile. Io non sono una che si
accontenta, avrebbe dovuto saperlo.» Strattonò la frusta e Millicent cadde ai suoi piedi. Devina le
appoggiò bruscamente il tacco sul collo, preparandosi a finirla, ma Anya si alzò di scatto.
«Ferma!» le ordinò, e tutte noi ci voltammo a guardarla. «Millicent ha la mia grazia.»
«Non metterti sempre in mezzo, mi togli il divertimento», la redarguì Devina. Premette più
forte, mentre nella sala tutte le ancelle trattenevano il respiro.
«Hai ucciso Prisca. Era una buona Mizhya, per me. Me ne devi una.»
«Ma non l’ho uccisa io, ha fatto tutto da sola.»
Tutte risero, alla battuta di Devina.
Tranne l’Imperatrice. «Obbedisci a tua Sorella», affermò, severa. «Se vuole per sé quell’ancella
è suo diritto averla.»
Devina s’infuriò, ma allentò la presa e la liberò.
Millicent si alzò a fatica e, a testa bassa, si avvicinò ad Anya e le baciò le mani. Una lacrima le
scivolò silenziosa sulla guancia e Anya gliela asciugò. «Al tuo posto, adesso», le ordinò con dolcezza.
Lei annuì e si posizionò dietro di lei. Un’altra Mizhya entrò nella stanza e prese servizio dietro
Devina, lo sguardo spaventato perché sapeva a cosa andava incontro. Devina era la più capricciosa tra
le Sorelle e le sue Mizhye non facevano mai abbastanza per lei o non si allenavano mai abbastanza
duramente.
«Molto bene, mie impavide farfalle», affermò l’Imperatrice, richiamandoci all’attenzione. «Chi
ha qualche altra storia interessante per me?»
Lo sciame di Anime si staccò dal soffitto e prese a danzare sopra il tavolo, formando delle
incredibili composizioni. Arte in movimento. Sophìa l’adorava.
«Io ho una storia interessante», esordii, e l’Imperatrice mi sorrise. «Io e Devina siamo state in
Ricognizione, oggi.»
«E com’è andata?»
«Ottimamente, direi.» Guardai Devina, che mi sorrise, gli occhi d’ambra puntati nei miei.
«La crisalide è sbocciata», affermò Devina. «È sempre più brava.»
«Abbiamo rivendicato diversi Sotterranei e portato a casa undici prigionieri.»
«Un risultato encomiabile, sono molto fiera.»
«Tuttavia non sono ancora soddisfatta», le rivelai. Aprii la mente, per lasciare che Sophìa
leggesse i miei pensieri, ma lo dissi anche ad alta voce: «C’è un Sotterraneo che mi piacerebbe
sottomettere più di chiunque altro». Lanciai un’occhiata a Devina, che ora sembrava furiosa. Ma non
mi importava. Avevo deciso, lui doveva essere mio. «È testardo e irriverente. Non c’è il minimo
accenno di paura, in lui. Solo forza, determinazione e desiderio. Voglio che sia mio.»
«Bene, hai trovato il tuo Campione.»
«No!» si oppose Devina, alzandosi bruscamente. «Sarò io a rivendicarlo.»
«Sei libera di provarci», le disse Sophìa, per tranquillizzarla. «Ma anche Nàyade lo è.»
Sfidai Devina con lo sguardo. Solo una di noi sarebbe riuscita a sottometterlo. E sarei stata io.
«Ti ho spiegato da quanto tempo gli do la caccia. Come puoi fare questo a me?» mi accusò
Devina, acida.
«Seguire i propri istinti a dispetto di tutto è la prima cosa che mi hai insegnato», replicai, decisa.
Il tuo istinto è l’arma più potente, lo scudo più affidabile. Seguilo sempre e troverai la strada.
Assecondare i miei capricci era più importante che dare ascolto ai suoi. E, adesso, era lui il mio
capriccio.
Devina finse di calmarsi e si rivolse all’Imperatrice con maggiore riverenza. «Mia Signora, è
una follia. Con la tua approvazione, devo ricordarti che stai ignorando quanto sia pericoloso?»
«Non fingere che ti importi di lei», intervenne Anya. «Vuoi solo avere Evan per te.»
Evan. Era così che si chiamava il Sotterraneo. Dovevo ricordarmene.
«Devina, le tue preoccupazioni non hanno fondamento. Non c’è possibilità che questo
Sotterraneo possa mettere a rischio la nostra Nàyade o la Sorellanza più di quanto non facciano gli altri.
Lei è speciale. È una Strega forte e in lei scorre il mio stesso veleno. Resterà con me per sempre.
Nessuno può cambiare questo», affermò l’Imperatrice con sicurezza.
Devina e Sophìa si guardarono per un lungo istante. Perché Devina si preoccupava tanto di quel
Sotterraneo? Non era solo gelosia, c’era di più, lo sentivo. Era davvero così pericoloso come diceva
sempre? Lei stessa mi aveva addestrata molto bene. Potevo affrontarlo. Allora perché si preoccupava
tanto? Sophìa non sembrava avere dubbi, al contrario. Anya, che mi aveva difeso, adesso era tornata
malinconica. Delusa, forse.
«Allora è deciso», esclamò l’Imperatrice. «Il Sotterraneo sarà meno pericoloso, sotto il nostro
controllo. Se Gemma riuscirà a rivendicarlo, potrà diventare il suo Campione.»
Devina schioccò la frusta e lo sciame di farfalle si disgregò, spaventato, correndo da Sophìa.
Tutte noi la fissammo, mentre usciva come una furia dalla stanza. La nostra sfida era iniziata.
EVAN
36
ABSOLON
Guardai Simon aggirarsi tra i rottami del grande aereo precipitato. Entrambi non vedevamo
l’ora di finire quella missione per tornare da Ginevra e Liam. Dopo aver scoperto che il Cacciatore era
immune al suo veleno, Simon era andato fuori di testa perché sapeva che – quando si trattava di
Gemma – Ginevra diventata avventata. Stavolta però non le aveva dato scelta: finché non avessimo
trovato una soluzione, lei sarebbe rimasta a casa, al sicuro. Non avevamo idea di come avremmo fatto a
liberarci di Absolon. Forse avremmo potuto attirarlo negli scenari stregati, come avevamo fatto con i
Sotterranei che avevano dato la caccia a Gemma.
Simon scomparve, accompagnando un’anima nell’altro mondo.
Passai accanto ai corpi mutilati, in cerca di altre anime da far trapassare. Tra i rottami, notai un
ragazzo che mi dava le spalle, accovacciato accanto al proprio corpo. Mi avvicinai a lui e mi accorsi
che piangeva. Un’altra anima spaventata.
«Tu puoi salvarmi?» mi domandò all’improvviso, a testa china.
Gli appoggiai una mano sulla spalla... ma non successe niente.
Sollevò lo sguardo e vidi i suoi occhi neri.
Sospirai, amareggiato. «Non posso. Mi dispiace.» La sua anima era macchiata
irrimediabilmente. Non potevo più aiutarlo.
Sentii un’energia oscura avvolgermi un’istante prima che la Strega si materializzasse di fronte a
lui.
«Chi sei?» le domandò il ragazzo, terrorizzato dalla sua minacciosa presenza. O forse erano
stati gli occhi dorati da serpente a intimorirlo.
«Mi offendi. Non ti ricordi più di me? Eppure abbiamo trascorso molto tempo, insieme.»
Il ragazzo non conosceva il suo volto, ma doveva aver ceduto al suo nero sussurro, offrendo la
propria anima a lei. Provò a scappare, ma la Strega lo paralizzò con la sua magia e lo trascinò a terra,
mentre lui gridava. Lo attirò vicino al suo corpo, che lo richiamò a sé. Pochi istanti dopo, dalla sua
bocca uscì una grande farfalla nera, tra le più grandi che avessi mai visto. Il Dakor scattò verso di lei e
la divorò.
«Che delizia», mormorò la Strega.
Affilai lo sguardo, e lei mi sorrise, seducente.
«Bathsheeva.»
Si materializzò di fronte a me, l’espressione minacciosa.
«Torna al castello, principessa delle tenebre. Qui non c’è più niente, per te», le intimai.
«Non sai mai quello che puoi trovare tra i rottami», replicò, puntando gli occhi sull’anima di
una donna. Se non era del tutto compromessa, uno di noi avrebbe ancora potuto salvarla. Non avrei
permesso che la prendesse. Quando Bathsheeva intuì le mie intenzioni, la sua espressione si indurì.
«Fatti da parte, Figlio di Eva. O stavolta non ci sarà nessuna tregua a fermare i miei istinti.»
Il suo serpente sibilò vicino al mio viso, ma Simon si materializzò al mio fianco, pronto a
lanciare la palla di fuoco che aveva nella mano.
La Strega la guardò di sottecchi, poi tornò a guardare me. «Sono arrivati i tuoi rinforzi.»
«Tu hai i tuoi alleati e io ho i miei», le dissi.
Lei ritirò il suo serpente e sparì, con un ultimo sguardo di sfida.
«Evan, attento!» gridò Simon.
Una freccia si conficcò sulla fusoliera dell’aereo, accanto alla mia testa, dove un istante prima
c’era la Strega. Mi voltai lentamente e guardai l’arciere dritto negli occhi. «Absolon.»
Simon mantenne vivo il suo fuoco e rimase al mio fianco, in attesa. «Peccato», gli disse. «L’hai
mancata per un soffio.»
Il Cacciatore serrò lo sguardo su di noi, in una tacita sfida, e armò di nuovo il suo arco,
puntandolo nella nostra direzione.
«Perché sei ancora qui? Ti mancano i vecchi tempi da soldato?» gli domandai, beffardo.
Incoccò la freccia, ma io mi materializzai davanti a lui, afferrandola prima che lasciasse l’arco.
«Oppure volevi allenarti un po’ con noi?»
Lui mi guardò con astio e cercò di colpirmi. Simon saltò sui resti dell’aereo e lo scagliò lontano.
Ci scambiammo un’occhiata complice e ci dividemmo, per coglierlo impreparato.
Mi arrampicai sul tetto dell’aereo, in attesa, mentre Simon attirava la sua attenzione. Immune o
no, prima o poi avrei trovato il modo di fargliela pagare, ad Absolon, per quello che aveva fatto a
Gemma. Non appena si lanciò all’inseguimento di mio fratello, io lo bloccai a terra, cogliendolo di
sorpresa. Ma la mia vittoria durò un attimo: era troppo forte, e presto riuscì a sopraffarmi. Lottammo
tra le macerie e Simon accorse in mio aiuto: aprì il palmo infuocato e glielo appoggiò sulla spalla,
bruciandogli la casacca di pelle. Il Cacciatore digrignò i denti per il dolore e con un colpo scagliò
Simon lontano, tornando a concentrarsi su di me. «Avete la pelle dura.»
«Combattiamo per una buona causa.»
Sorrise. «Come me, allora.» Una lama affilata e nera uscì dal suo anello e stava per trafiggermi,
ma Anya apparve dietro di lui e lo trascinò via.
Il Cacciatore ci guardò e provò a liberarsi dalla presa di Anya, ma lei lo bloccò contro l’aereo. Il
suo Dakor aprì le fauci.
«Anya, no!» gridò Simon, allarmato. «È immune! Il tuo veleno non può ucciderlo!»
Lei sguainò un lungo pugnale e glielo conficcò nella mano. Absolon gridò di dolore e Anya gli
sfilò l’anello, puntandoglielo alla gola. «Ma questo forse sì.»
Absolon la guardò con occhi di fuoco e provò a smaterializzarsi, ma invano. La sua pelle si
rinsecchì, come se la Strega lo stesse prosciugando dall’interno.
«Vai da qualche parte?» lo sfidò Anya.
Mi avvicinai e rimasi scioccato nel vedere l’anello. «Che cazzo...» mormorai.
Io e Simon ci fissammo, entrambi sconvolti. Era l’artiglio del diavolo. Il Cacciatore non era
venuto lì per la Strega.
Era lì per uccidere noi.
37
VERITÀ NASCOSTE
«Dove lo hai preso?» sbraitò Simon, infuriato, puntando l’anello alla gola del Cacciatore.
L’artiglio brillò, nero e affilato come un rasoio; messaggero di morte, per quelli della mia stirpe. Il suo
veleno poteva condannare un Figlio di Eva all’Oblio.
Absolon replicò con un ghigno. Era seduto a terra, la schiena appoggiata alle macerie, il corpo
immobilizzato dal potere di Anya.
«Rispondimi! Come hai fatto a procurartelo?!» Simon lo gettò a terra con un calcio. Non lo
avevo mai visto così infuriato.
«Nello stesso modo in cui si procurava il veleno per le frecce», replicò Anya, riflettendo ad alta
voce. «È stato assoldato da Sophìa.»
«La sua freccia era per me, non per Gemma», mormorai tra me, ricordando il nostro ultimo
incontro, quando l’avevo protetta dall’attacco del Cacciatore. «Eravamo noi i suoi bersagli, Simon.»
«È assurdo. Non è solo un Sotterraneo come noi, è anche un Cacciatore di Streghe.»
«Solo il diavolo in persona avrebbe potuto dargli il suo artiglio. Non può essere altrimenti»,
insistette Anya.
«Perché avrebbe dovuto voler uccidere noi?» replicò lui, ancora incredulo.
«Per tenere me lontano da Gemma. Come ho fatto a non capirlo?» replicai. «Anya ha ragione.
C’è Sophìa dietro tutto questo. C’è sempre stata. Lei ha ordinato la morte di Gemma.» Ci eravamo
sbagliati. Non era stato un ultimo tentativo dei Màsala.
Anya sgranò gli occhi, agghiacciata.
«Dicci tutto quello che sai», ringhiai, rivolto ad Absolon.
«Perché non lo chiedi alla Strega? Sta già frugando nella mia mente.»
Guardai Anya, che scosse la testa.
Absolon rise: stava oscurando i propri pensieri. «Quando passi tanti secoli rinchiuso come un
cane, impari a stare da solo.»
Furioso, lo sollevai di scatto, sbattendo brutalmente la sua schiena contro la fiancata dell’aereo.
«Dicci quello che sai!»
Lui non poteva opporsi, paralizzato dal sortilegio di Anya. «Perché dovrei aiutarvi? Cosa ci
guadagno?»
Senza distogliere lo sguardo da lui, attirai l’anello nella mia mano e glielo puntai contro. «La
tua vita ti basta?»
Il Cacciatore tirò indietro la testa, allontanandosi dall’arma letale.
«È stata Sophìa a ordinare la morte di Gemma?»
Absolon mi fissò per un lungo istante, ma poi cedette. «Sì.»
Anya si lasciò sfuggire un gemito. «Mi dispiace, Evan. Non ne avevo idea.»
«Non è colpa tua, è mia. Dovevo essere più cauto. Devina deve avermi sentito mentre
raccontavo ai miei fratelli del piano per purificare Gemma e ha fatto la spia. È così?» domandai al
Cacciatore, spronandolo a confessare.
«È così», confermò. «Ma non è quella la ragione che l’ha spinta a farlo. Lilith mi aveva già
assoldato. Mi ha allenato lei stessa per diversi mesi. Diceva che il rischio di perdere la nuova Strega era
troppo alto. Il vostro piano ha solo aggiunto maggiore urgenza al suo.»
Sgranai gli occhi. «Sophìa aveva visto quanto era forte il nostro legame, per questo non ha
voluto rischiare. Quindi, se lei non fosse intervenuta, forse Gemma avrebbe resistito al male.»
Absolon annuì. «Temeva che la trasformazione da sola non sarebbe bastata a sottrarla a te. Io
stesso l’ho vista, mentre si strappava un’unghia e la affidava alla rossa... Quella sì che è un demonio.»
«Un momento. Tu eri con loro? Vuoi dire che Devina sapeva tutto? Sapeva che avresti ucciso
Gemma? Sapeva che tu eri ancora vivo? Com’è possibile che Sophìa ti abbia risparmiato, dopo quello
che hai fatto a Tamaya?» ringhiò Anya, con le lacrime agli occhi.
«È stata la rossa a intercedere per me. Dopo che ho ridotto in cenere Tamaya, lei mi ha salvato
dall’ira del diavolo. E poi mi veniva a trovare in cella, anche se maledicevo ogni sua visita: preferivo
marcire da solo, piuttosto che stare con lei. A volte mi faceva pentire di non essere morto.»
Anya sembrava scioccata. «Non le è mai importato di nessuno, nemmeno della Sorellanza.»
«O forse ha pensato che lui potesse tornarvi utile», intervenne Simon, per consolarla.
«E così è stato», replicò il Cacciatore, lo sguardo fiero per aver ucciso Gemma sotto i nostri
occhi.
Scattai contro di lui, ma Anya mi fermò: ci serviva vivo. «Qual era il suo piano? Cos’hai
sentito?» gli domandò, ancora turbata.
«Mi ha assoldato per uccidere la mezza Strega con l’intenzione di resuscitarla con il suo veleno.
Così lei sarebbe stata sua per sempre.»
«Non c’era nessuna guerra», mormorai tra me.
Absolon sorrise. «Tutta scena. Lilith sapeva che non l’avreste lasciata morire. Si è strappata
un’unghia dalla mano, gridando di dolore. È pazza. Siete tutti pazzi.»
«Allora sai cosa rischi, se non collabori», replicò Simon.
«Dimmi cos’ha detto», ringhiai, mentre la rabbia cresceva dentro di me.
«’Sarà lui stesso a implorarmi di trasformarla.’»
Tirai un pugno alla fusoliera e la sfondai, vinto dalla rabbia.
«Evan, calmati. Abbiamo giocato con il diavolo. Che ti aspettavi?» mi riprese Simon. «Era
ovvio che non volesse lasciarla andare.»
«Cos’è successo, dopo?»
«Usa l’immaginazione.» Il Cacciatore mi fissò con un ghigno.
Fu Simon a dedurre la risposta: «Dopo aver usato l’artiglio per far rinascere Gemma, Sophìa
deve avergli dato una nuova missione. Così gli ha consegnato l’artiglio, per sbarazzarsi di noi. Sapeva
che non ci saremmo arresi. Ho indovinato?»
Absolon guardò me. «Perché ti ostini così tanto a rincorrerla? È una di loro, ormai.»
«Lei è mia moglie», ringhiai, furioso.
Lui sbuffò. «Ti batti così fervidamente per lei e nel frattempo ’tua moglie’ non fa che tradirti
con altri uomini.»
«Stiamo ancora parlando di me oppure adesso parliamo di te?» lo provocai. Una volta diventato
Sotterraneo, Absolon aveva ucciso la moglie, Tamaya, prima che si trasformasse in una Strega,
umiliandola pubblicamente dopo che lei lo aveva tradito.
Mi guardò e mi sorrise. «Scommetto che lo sta già facendo.»
Lo afferrai per la gola, serrandogliela stretta.
«Evan, stiamo solo perdendo tempo», mi ricordò mio fratello.
Guardai Absolon per un lungo istante, mentre ritrovavo la calma. «Io la riporterò indietro.»
Lo lasciai andare e lui scivolò sulla schiena fino ad accasciarsi a terra, il corpo essiccato come
pietra. «Hai sentito quello che ti ho detto? Il male ha oscurato la sua anima. È un sortilegio
irreversibile. Non c’è più speranza, per lei. È figlia di Lilith», concluse, con una risata di tronfo.
Ma io non avevo più voglia di scherzare. Gli piantai un piede sulla spalla e lo spinsi, facendogli
sbattere la testa contro il muro. «Lei tornerà da me.» Serrai i pugni e mi rivolsi ad Anya. «Dobbiamo
dirle che è stata Sophìa a progettare la sua morte.»
«Non ti crederebbe mai», replicò, affranta. «E comunque non le importerebbe. Il potere di
Sophìa su Gemma è molto forte. È stata plasmata dal suo veleno. È rinata da lei. Il Cacciatore ha
ragione. L’anima di Gemma è un’estensione di quella dell’Imperatrice, non c’è modo di riportarla
indietro, mi dispiace.»
«L’anima di Gemma appartiene soltanto a me», sibilai.
Anya abbassò lo sguardo, incapace di replicare. Voleva credermi, ma non ci riusciva. «Che ne
facciamo di lui?» mi domandò infine.
«Portiamolo nelle segrete», replicò Simon. «Lì sarà al sicuro.»
«Adesso che lo abbiamo catturato, niente mi impedirà di rivedere Gemma.»
«Dimentichi Devina», replicò Anya. «La situazione sta degenerando. Gemma si fida troppo di
lei.»
«Che mi dici di te? Mi aiuterai a parlarle ancora?»
A volte nemmeno Ginevra riusciva a sentire Gemma. Avevamo bisogno di tutto l’aiuto
possibile.
«Lo sto già facendo. Io ho fatto in modo che si materializzasse alla festa. D’ora in poi, vi
avvertirò, quando lei tornerà sulla Terra. Non posso fare di più, mi dispiace.»
«È già molto.»
Presi l’anello e lo osservai. L’artiglio era affilato come quello di una pantera e nero come il
Carbonado. Lanciai un’ultima occhiata al Cacciatore. «Questo lo teniamo noi.» Schiacciai il piccolo
pulsante sul metallo e la lama si ritirò. «Penseremo più tardi a cosa fare di te.» Sollevai il piede e lo
colpii in faccia.
Lui cadde a terra, gli occhi sgranati mentre Anya estendeva il suo potere su di lui, fino a
pietrificargli anche il volto.
Il Cacciatore era caduto nella sua stessa trappola.
GEMMA
38
ANIMA E MENTE
Ero sdraiata su un materasso di cuscini rossi nella Sala della Perversione, mentre le mie Mizhye
mi massaggiavano il corpo con le pietre calde. La mia mente però era altrove, intrappolata negli occhi
di ghiaccio di quel Sotterraneo. Evan. Il loro colore era uguale a quello degli altri Figli di Eva, eppure
erano animati da una scintilla diversa.
Hai trovato il tuo Campione.
Le parole di Sophìa continuavano a ronzarmi nella testa. Avevo assistito a decine di Opalion,
qualcuno era anche stato indetto in mio onore, dopo che avevo vinto la Caccia, tuttavia non avevo
ancora trovato un degno Campione. Adesso però non mi sarei arresa finché non avessi sottomesso
Evan. Con o contro la sua volontà. Lo avrei fatto prigioniero e rinchiuso nelle segrete, se fosse stato
necessario. Prima o poi, lo avrei piegato. La sfida con Devina avrebbe reso tutto più eccitante.
Le mie ancelle si fermarono e io riaprii gli occhi, per vedere cos’era successo. Devina le aveva
cacciate via ed era in piedi accanto a me, insieme a due Sotterranei a petto nudo, con indosso i
pantaloni di pelle d’ordinanza dei Giustizieri rivendicati. La sua divisa nera mutò, trasformandosi in
una lunga gonna bianca e oro. Una sottile collana le scendeva sull’addome nudo, i seni coperti solo da
un esiguo tessuto dello stesso colore della gonna.
«Sei venuta per farmi cambiare idea e ripetermi quanto sia pericoloso Evan?»
«Al contrario. Ho pensato che la nostra sfida andasse suggellata con una piccola festa solo per
noi.» Fece un cenno ai due Sotterranei, che presero a massaggiarmi il corpo.
Chiusi gli occhi, gemendo di piacere. Le loro mani erano calde e forti, niente a che vedere con
quelle piccole e fredde delle ancelle.
«Che ne dici se ci divertiamo un po’? Sei stata brava oggi, in Ricognizione. Te lo sei meritato.»
Devina si sdraiò accanto a me e i due ragazzi la contemplarono. Uno di loro aveva i capelli biondi
legati in una coda, l’altro aveva corti capelli scuri e una cicatrice sullo zigomo. Devina allargò le
gambe per invitare il Giustiziere biondo ad avvicinarsi e lui prese a massaggiarle i fianchi. Li guardai
meglio, accorgendomi per la prima volta che quei due facevano parte del nostro fresco bottino. Uno lo
avevo rivendicato io stessa e avrebbe obbedito a ogni mio ordine: avrebbe fatto tutto, pur di soddisfare
il mio piacere... senza avere niente in cambio. Erano diventati nostri schiavi d’amore, come tutti i
Giustizieri rivendicati. Una volta arresi, noi entravamo nella loro mente, nella loro anima. Tutto quello
che volevano era compiacerci. Solo i Campioni avevano speciali privilegi. Scostai i capelli da un lato,
lasciando che mi accarezzasse la schiena. I suoi movimenti erano lenti, le sue mani ruvide ed eccitanti.
Devina si passò un’unghia affilata sul petto, facendo stillare un rivolo di sangue, e lui affondò la
testa tra i suoi seni per leccarlo, mentre lei chiudeva gli occhi, eccitata.
«Grazie per l’offerta di pace», dissi a Devina, sebbene quel Sotterraneo non fosse la mia prima
scelta. Avevamo catturato undici prigionieri, di certo avrei preferito uno di loro a un rivendicato.
Sarebbe stato più eccitante, piegarlo a me.
No, mi contraddisse una piccola voce, dentro di me.
Soltanto uno avrebbe potuto saziare la mia sete. Fino a quel momento, non avevo mai prestato
molta attenzione ai Sotterranei. Sebbene Devina mi avesse offerto in dono i più valorosi tra i suoi
guerrieri, finivo sempre per stancarmi e ucciderli prima che si avvicinassero troppo. Nessuno di loro
riusciva a eccitarmi. La verità era che i Figli di Eva mi annoiavano. Preferivo l’azione, scendere in
campo, combattere... rubare le anime ai mortali. Ecco cosa trovavo eccitante. Per Devina, il sesso era
come un’ossessione. Diceva sempre che la lussuria era il più dolce dei peccati. Io invece ero sempre
concentrata sul Legame, sul Raccolto, sulla Caccia. Su Sophìa. Uno dei miei desideri più grandi era
compiacerla. La più grande delle sfide era diventare il suo Spettro. Niente contava di più per me. E un
giorno avrei raggiunto il mio obiettivo.
Adesso che avevo scelto il mio Campione, tuttavia, iniziavo a comprendere il desiderio
lussurioso di Devina. Volevo vederlo in ginocchio di fronte a me, avere la sua bocca tra le mie gambe,
mentre i suoi occhi mi guardavano, pieni di desiderio. Il Giustiziere con la cicatrice mi baciò la spalla e
io chiusi gli occhi, eccitata dalle immagini che avevo nella testa. Mi aprì le gambe e le sue mani
risalirono le cosce per massaggiarle. Poi mi afferrò un piede e io l’osservai, mentre mi slacciava lo
stivale. Alzò gli occhi su di me e l’incantesimo si spezzò. Appoggiai il tacco sul suo petto e lo spinsi
via, con la rabbia che montava dentro. Quel Sotterraneo era attraente, ma non era lui.
«Che inutile spreco di tempo», mormorai, alzandomi di scatto.
«Dove vai?» esclamò Devina, contrariata.
«Prenditelo pure. Io vado a cercare qualcosa che mi diverta davvero.»
Anya apparve in quell’istante. «Sophìa vuole parlare da sola con te», annunciò a Devina.
«Ci andrò più tardi, non vedi che sono impegnata?» le disse, inebriata dalle attenzioni dei
Sotterranei, entrambi concentrati su di lei. «Anzi, perché non vieni a farmi compagnia? Questi due sono
nuovi, insegniamogli un po’ delle nostre usanze. Imparano piuttosto in fretta.»
«L’Imperatrice non ama aspettare. E ha detto che ti vuole ora», insistette Anya, severa. Le sue
occhiate erano persino più adirate del solito.
«Ti farebbe davvero bene rilassarti un po’, Sorella», la provocò Devina. «Sei gelosa perché non
li ho offerti a te per prima?»
«Vuoi solo che lei sia come te», la accusò.
Devina la inchiodò con lo sguardo. «Lei è già come me.» Un ghigno le si dipinse sulle labbra.
«Smettetela di parlare di me come se non ci fossi. Io non sono il trofeo di nessuno. Io non sono
come nessuno. Sono solo me stessa. Accettatelo entrambe.»
«È lei che dovrebbe accettarlo, visto che continua a portarti i suoi soldati.»
«Sono un dono, dovrebbe apprezzarlo.»
«Vuoi solo che perda la sua purezza e che lo tradisca. Non credere che non lo sappia.»
Devina rise. «Ma ti senti? È una Strega, Anya.»
«Questo non vuol dire che non possa anche essere se stessa.»
«Ciò di cui parli non esiste più. È un corpo morto in una foresta. È il passato. Noi siamo il suo
futuro. Tutto questo è nella sua natura.»
«E lui è nella sua anima», disse Anya.
I miei occhi scattarono sui suoi. Di cosa stava parlando?
«La sua anima appartiene soltanto a Sophìa, ormai. Lei è rinata dal suo veleno», replicò Devina
con un ghigno. «Niente può cambiare le cose.»
«Si può sapere perché importa tanto che sia stata Sophìa a trasformarmi? Tutto ciò che conta,
per me, è la vita qui con voi. Prima del morso, niente aveva importanza.»
Devina sorrise. «Perdonala, Gemma. Ad Anya piace crogiolarsi in problemi inutili. Dovrebbe
imparare a rilassarsi», disse, tornando alle attenzioni dei due Sotterranei.
«Fai come ti pare.» Anya le voltò le spalle.
La seguii fuori dalla stanza. «Anya, posso parlarti un momento?»
Lei mi fissò per un lungo istante e poi annuì. «Prima però andiamo in un posto più tranquillo.»
Mi prese per mano e la porta della Sala della Perversione scomparve.
Ci materializzammo in un’ala dismessa del castello. L’avevo visitata una sola volta, nei primi
giorni in cui ero arrivata lì.
La grande porta a due battenti si aprì con un cigolio e poi si richiuse alle nostre spalle,
inghiottendoci al suo interno. Tutte noi lo chiamavamo il Bunker Stregato, non perché avesse dei
poteri, ma perché lì conservavamo tutti gli oggetti magici costruiti nei secoli per soddisfare i capricci
dei mortali. Per le Streghe, stringere patti con loro era un passatempo irresistibile. Realizzavano i loro
desideri... in cambio delle loro anime. Nei secoli, avevano costruito le più disparate diavolerie magiche,
per divertirsi, molte delle quali erano state raccolte in quella stanza. Era una sorta di enorme grotta
circolare, illuminata da uno spiraglio posto sul soffitto e con al centro un grande tavolo ovale di pietra
nera. L’energia vibrava su tutte le pareti, cariche di nicchie scavate per ospitare i manufatti. C’erano
oggetti per rallentare il tempo o accelerarlo, altri per governare le forze del cielo e della terra: bastoni
per invocare la pioggia, pietre per invocare i benefici del sole e della luna o per dominare il vento. O
ancora amuleti per ingannare la luce, rendendo invisibile chi li indossava, armi stregate in grado di
annientare eserciti di soldati: spade, martelli, lance e scudi...
«Guarda, questo è uno dei preferiti di Devina: uno Specchio della Vergogna.»
La guardai, incuriosita.
«Non mostra solo l’immagine riflessa, ma scava nel cuore di chi si specchia e mette a nudo tutti
i suoi peccati. Alcuni mortali lo hanno usato in passato per puntare il dito contro gli avversari, altri per
salvarsi la vita... o per tirarsi fuori dai guai.»
«Il ricatto è una deliziosa forma di malvagità», replicai, cogliendo al volo ciò cui alludeva.
«Questo, invece, è il suo gemello: il mio preferito.»
«Cosa fa?»
«È lo Specchio del Coraggio: mostra alla gente la parte di sé che tiene nascosta. Quello che
vorrebbe essere davvero. Alcune anime si sono perse nel desiderio di essere ciò che vedevano riflesso.
Certi mortali sono capaci di smarrirsi per il desiderio di ciò che hanno visto. Quelli più deboli escono
anche di senno.»
«Preferisco il primo specchio. È più divertente», replicai, mentre ci inoltravamo nella stanza.
«Quello lassù cos’è?» domandai ad Anya. Ero stata attratta da un oggetto in alto che luccicava. Balzai
sulla parete e mi arrampicai quasi fino alla cima. Lo afferrai e saltai giù, piombando di fronte a mia
Sorella.
«Quella è una Sfera delle Anime.»
Osservai la palla. Era lucente e spigolosa, creata con una miriade di prismi di Carbonado. «A
cosa serve? Prevede il futuro?»
Anya rise. «Nessuno può prevedere il futuro. È il risultato di milioni di decisioni. Le scelte sono
il futuro.»
«Nemmeno Sophìa?» le domandai. Non riuscivo a credere che ci fosse un limite al potere
dell’Imperatrice.
«Non so darti una risposta, ma non mi stupirei se lei ne fosse in grado. È la regina degli Inferi,
dopotutto.»
«Allora, qual è il potere della sfera?» tornai a domandarle.
«È la chiave di accesso al Nirvana. Un mondo trascendente sospeso tra i mondi.»
«Esiste davvero?»
«Solo nella mente di chi lo trova. Ma non è solo questo.» Anya mi prese la sfera dalle mani e la
sollevò di fronte al viso, facendola girare lentamente. «Questa sfera è in grado di legare la mente di chi
la possiede a quella di chiunque lei desideri, creando un sentiero dove le due anime si uniscono.
Trascende i corpi così che gli spiriti siano liberi di seguire i loro desideri. Di trovare la pace. Anima e
mente in un mondo solo loro.»
«Il Nirvana non è uno stato senza passione o desideri?»
«Non ’senza’, ma al di sopra. È la realizzazione dei desideri. È uno stato altrimenti
irraggiungibile di pace interiore. È pura estasi.»
«Se una di noi ha imprigionato un tale potere in questa sfera per soddisfare i desideri di qualche
mortale, vuol dire che lo possediamo anche dentro di noi?»
«No. Questa sfera è stata creata da Sophìa. È uno dei pochi oggetti che lei stessa ha plasmato
per gli uomini. Noi Sorelle siamo forti, ma lei ha poteri fuori da ogni immaginazione. Nessuna di noi è
mai stata capace di legarsi così all’anima di qualcuno.»
«Pensi che potrei tenerla?»
«No, mi dispiace. Sophìa è molto gelosa dei suoi giocattoli. Puoi chiederle il permesso di
usarla, se vuoi. Probabilmente te lo concederà.»
«Non importa. Ero solo curiosa.»
«Volevi parlarmi di Ginevra?» mi domandò di punto in bianco.
«Cosa?» replicai, gli occhi ancora intrappolati dall’energia emanata dalla sfera.
«Hai detto che volevi parlarmi.»
Avevo così tante cose da chiederle. Anya era una Sorella fidata. Forse tra di noi la più saggia,
ma aveva anche uno spirito molto forte: era una delle poche che riusciva a tenere testa a Devina. Per di
più, Sophìa si fidava totalmente di lei e delle sue scelte. Non potevo scegliere confidente migliore.
«Io l’ho vista», le raccontai, con un nodo allo stomaco. «Ho incontrato Ginevra e ho provato
felicità e tristezza insieme.»
«Lo so», replicò Anya, l’espressione malinconica.
«Insomma, lei è nostra Sorella, come può rifiutarsi di stare insieme a noi? Cosa le è successo?
Perché Sophìa l’ha bandita?»
«Per l’Imperatrice è stata la più dura delle decisioni, ma o quello o la morte. All’inizio l’aveva
condannata.»
«Sei stata tu a convincerla, scommetto.»
Lei sorrise, tornando a quel ricordo.
«Non la capisco. Ho letto la sofferenza nella sua mente. Anche lei sentiva il Legame che ci
unisce. Allora perché si comporta così? È questo il suo regno! Il suo posto è qui, insieme a noi. Forse,
se io parlassi con Sophìa, riuscirei a convincerla a farla tornare...»
«Anche se tu convincessi Sophìa, Ginevra non verrebbe mai. Ha scelto di lasciarci per... vivere
con un Sotterraneo.»
«Cosa?! Stai dicendo che ha tradito noi per stare con un nemico? Ha perso il senno?»
«Sophìa è rimasta molto delusa dal suo comportamento. Il Legame è quanto ci sia di più
importante, per lei.»
«Lo capisco. È così anche per me.»
«Tuttavia, c’è un legame che è persino più forte, se si ha la fortuna di provarlo.»
«Di cosa stai parlando? È assurdo.»
«L’amore. Dio ha dato a Sophìa il Legame con le Sorelle ma, poiché lei non aveva ricambiato i
Suoi sentimenti, non poteva concederle di provare con altri un sentimento che superasse la forza del
vero amore.»
«Tu lo hai provato», mormorai, leggendo la storia che Anya nascondeva nella mente.
«Non ha più importanza, ormai.» Si voltò, sfuggendo al mio esame, ma la sorpresi mentre si
asciugava una lacrima.
«Hai ragione», tentai di rassicurarla. «Il passato non conta.»
«Non è sempre così», mi rivelò. «A volte, il passato può aiutarci a comprendere chi siamo
veramente.»
«È così per me. Io so chi sono. So cosa voglio e come ottenerlo. Non mi importa del passato. La
mia vita ha senso solo insieme a voi. Non capirò mai Ginevra per la sua scelta.»
Anya chinò il capo, malinconica.
«Tu e Devina litigate spesso, ultimamente. A volte ho l’impressione che sia per causa mia.
Dimmi perché.»
«Niente che potrei dirti cambierebbe le cose. Tu sei stata creata da Sophìa. Il suo veleno scorre
nelle tue vene. Tu le appartieni. E, in ogni caso, alcune cose mi è proibito persino pensarle. Solo tu puoi
scovarle dentro di te.»
«E perché vorresti cambiare le cose?»
«Perché stai diventando come Devina, ogni giorno di più.»
«E cosa c’è di sbagliato in questo?» sibilai, frustrata. Perché Anya continuava a essere gelosa di
Devina? Io volevo bene a entrambe, ma avevo ben chiaro chi volevo essere. «Tu sei una buona Sorella,
ma quando c’è Devina ti comporti in modo diverso. Cosa c’è che non va tra voi?»
«Spesso vogliamo cose diverse.»
«Cose diverse anche per me?»
«Soprattutto per te», mi confessò, facendomi infuriare.
«Be’, non serve che vi preoccupiate tanto. So cavarmela da sola.»
«Lo so», replicò Anya, decisa. «Sei molto forte. Lo sei sempre stata. Voglio solo assicurarmi
che tu sia sempre padrona delle tue scelte.»
I nostri occhi si incrociarono e io mi sentii un frutto acerbo. Anya invece era matura e il suo
affetto per me era sincero.
«Scusami», le dissi. «A volte mi lascio sopraffare.»
«Non c’è problema. Hai ancora molto da imparare.»
«Tu come fai a resistere al potere? Il male non ha controllo su di te. Sei tu che lo controlli.»
«Io sono la seconda Strega che si è risvegliata per Sophìa. Ho avuto molto tempo, per
controllarmi.»
«Devina però si è trasformata prima di te. Lei è la prima Strega, eppure c’è molta oscurità in lei.
Non ha la tua saggezza. Perché?»
«Perché io do ascolto al cuore.»
«La prima cosa che Devina mi ha insegnato è dare ascolto solo all’istinto.»
«Tu sei una Strega, Gemma. Il tuo istinto ti porterà sempre verso il male. Verso ciò che sei.»
«E cosa c’è di sbagliato in questo?»
«Niente», mi assicurò. «Ma a volte occorre ascoltare entrambi, per essere certi di aver fatto la
scelta giusta. Non lasciare che l’oscurità ti renda cieca, Gemma.»
«Ci proverò», promisi, e lei mi abbracciò. Chiusi gli occhi, sopraffatta dal mio amore per lei.
«Vedo che hai ricevuto il tuo Dreide», commentò con un sorriso.
Afferrai il medaglione che portavo al collo, con al centro un piccolo serpente nero. «È bello, il
tuo, con quelle sfumature verdi.»
«È il medaglione a forgiare per noi i suoi colori.»
«Lo so.» Quando lo avevo preso in mano la prima volta, il mio serpente si era mosso,
tingendosi di nero. «Devo ancora scoprire tutti i suoi poteri.»
«Oh, sono immensi. Alcuni li userai più di altri.»
«Dimmene qualcuno», le domandai, curiosa.
«Come hai visto oggi in Ricognizione, il Dreide custodisce l’essenza più pura dei Sotterranei
che rivendichiamo. Nel momento in cui cedono a noi, la loro anima viene imprigionata qui e da allora
ci appartiene. Ma il Dreide è anche la loro unica chiave d’uscita dall’Inferno. Un vero paradosso, non
trovi?»
«Che vuoi dire?»
«Il Dreide comanda la porta degli Inferi. L’unico accesso. L’unica via d’uscita. Sul monte
Nhubii, la Pianura del Diavolo. Le Anime Dannate non possono attraversare il varco tra i due mondi –
quelle che ci provano rimangono intrappolate lì per sempre – mentre i Sotterranei sì, una volta che il
medaglione apre loro il portale.»
«Perché dovrebbero farlo? Non capisco.»
«Non da soli, ovviamente, ma con una di noi. Qualche Sorella si diverte a portare sulla Terra il
suo Campione, ogni tanto.»
«Perché mai?»
Anya sorrise. «Per noi sono trofei. O forse è solo un semplice dispetto contro i Màsala. Non
stare a pensarci troppo.»
«A proposito dei nostri Campioni...»
«Ho sentito quello che hai detto all’Anello della Sorellanza.» Anya si voltò, nascondendo il
viso. «Sei sicura di voler rivendicare proprio lui?»
«Anche tu come Devina pensi che io non sia abbastanza forte?»
«No, al contrario. E lo sa anche lei.»
«Non fa che dirmi che devo stargli alla larga, che lui è pericoloso.»
«Perché ha paura. La sfida che le hai lanciato è più pericolosa per lei che per te.»
«Che vuoi dire?»
«Che sa che potrebbe perderla.»
«Allora perché anche tu pensi che non dovrei rivendicarlo?» le domandai, dopo aver letto la sua
mente.
«Sei ancora convinta che non ti importi nulla del tuo passato?»
«Cosa c’entra il mio passato, adesso?»
«Perché lui ne faceva parte.»
Sgranai gli occhi, scioccata. «E questo che significa?»
«Scava dentro di te, Gemma. Forse c’è ancora una speranza.»
Fissai il mio sguardo su quello di Anya, offesa. «Io sono così, adesso. Che ti piaccia oppure no.
Non ho nessun legame col passato. L’unica cosa che conta è il futuro. E c’è una cosa che vedo con
chiarezza. Lui sarà il mio schiavo.»
EVAN
39
LA LUCE DELL’ANIMA
Gemma balzò sulla finestra della cattedrale e si voltò a guardarmi, gli occhi che scintillavano di
malizia. Alla prossima, mimò con le labbra. Mi schioccò un bacio e poi si lanciò contro il vetro, che
esplose in una cascata di prismi colorati. La folla urlò per lo spavento e si accalcò fuori, mentre io
continuavo a fissare il punto in cui era scomparsa.
Eravamo a Roma... e lei mi era sfuggita un’altra volta. Ringhiai, frustrato. L’avevo seguita in
Thailandia, a Singapore, in Africa, in ogni remoto angolo della Terra. Ogni volta ero sempre più vicino.
Lei e le sue Sorelle distruggevano luoghi sacri, affinché i fedeli perdessero la fede, seminavano terrore,
macchiavano le anime dei mortali con il loro velenoso sussurro. Poi arrivavo io e il nostro gioco
prendeva fuoco. Lei combatteva per uccidere. Io cercavo di non ferirla.
Gemma era cambiata, da quando l’avevo protetta dalla freccia del Cacciatore. All’inizio mi ero
illuso che si fosse ricordata di me, ma poi avevo capito le sue vere intenzioni. La nostra era diventata
una caccia sensuale in cui nessuno dei due aveva intenzione di arrendersi. Io volevo riportare Gemma
al mio fianco, sulla Terra. Lei mi voleva con sé all’Inferno. Aveva deciso che la mia tenacia le piaceva
e voleva rivendicarmi. Era più sicura e sfuggente al tempo stesso e questo rendeva tutto più difficile.
Sembrava che a ogni incontro diventasse più sexy e pericolosa e io rischiavo sempre più di perdere la
testa. A ogni incontro, riuscivo a immobilizzarla, ma era lei a condurre il gioco. Mi sfiorava le labbra
per assorbire la mia energia, e per qualche attimo mi perdevo in lei... perché avevo tutto ciò che volevo.
Molte volte ero stato sul punto di cedere al suo potere ottenebrante, sopraffatto dal desiderio di lei,
dall’attrazione invincibile, ma poi ripensavo a Liam, ripensavo alla mia Jamie e a tutto quello che avrei
perso se mi fossi arreso. Allora mi ribellavo. A volte ero brutale, ma non avevo scelta.
I nostri incontri erano sempre più fugaci. Secondi o pochi minuti al massimo, in cui ci
battevamo per avere il dominio l’uno sull’altra. Io volevo farla ricordare. Lei mi faceva dimenticare me
stesso. Anya diceva che non c’erano speranze. Persino la loro Imperatrice le aveva concesso la sua
benedizione a rivendicarmi: non aveva più timore che io potessi portargliela via perché era certa che la
vecchia Gemma fosse stata cancellata.
Io però non mi arrendevo. Finché avessi avuto vita, io avrei lottato per noi.
Mi bastava che mettesse piede sulla Terra per correre da lei. L’avrei seguita anche in capo al
mondo.
Mi materializzai in giardino, dove Simon, Anya e Ginevra stavano giocando con Iron e il
piccolo Liam. Eravamo già in aprile e la primavera era sbocciata tutto intorno a noi. Liam adorava tutti
quei colori.
«Novità?» domandò Simon.
Scossi la testa, frustrato.
«Evan, forse dovresti...»
«No!» ringhiai contro Anya. «Non dirlo nemmeno.»
«Sono nove mesi che ci provi», concordò Simon.
«E continuerò a provarci, non mi arrenderò mai.»
«In tutto questo tempo non è cambiato niente! Forse Anya ha ragione. Forse il veleno di Sophìa
l’ha cancellata irrimediabilmente. Lei non la lascerebbe tornare sulla Terra, se rischiasse di perderla a
causa tua.»
«Non le importa del passato. Lei non vuole ricordare», mi confessò Anya, malinconica. «Niente
può riportarla indietro, se non è lei a volerlo.»
«E se le facessimo vedere Liam?» propose Simon.
«È escluso. È troppo pericoloso», replicai.
«Già. Potrebbe decidere di volerlo per sé solo per capriccio.»
Serrai i pugni, prendendo una nuova decisione. «Simon ha ragione. È passato troppo tempo.
Dobbiamo fare qualcosa. Tentare un’altra strada.»
«No!» si oppose Ginevra, leggendo il piano nella mia mente.
Ma io la ignorai, inchiodando mio fratello con lo sguardo. «Simon, devi usare il tuo potere su
Gemma.»
Ginevra si alzò dall’erba. «Ci abbiamo già provato. Tu non sai com’è andata la prima volta, è
troppo pericoloso!»
«Lo farei anche a costo della vita, se servisse, ma il mio potere agisce sull’anima dei mortali»,
replicò Simon. «Con le Streghe non funziona perché la loro anima è corrotta, ne abbiamo già parlato.»
«Confermo», s’intromise Anya. «Secoli fa, hanno provato a usarlo su Devina per farle
dimenticare di averli visti insieme, ma è stato inutile... e pericoloso.»
«Dobbiamo fare almeno un tentativo!» urlai, esasperato.
Liam balbettò qualcosa e ci voltammo tutti a guardarlo. Mi sorrise e mosse qualche passo verso
di me. Sospirai e le lacrime mi pizzicarono gli occhi. Solo lui riusciva a calmarmi. «Vieni qui»,
mormorai, e lui rise, contento. Mi abbassai sulle ginocchia e gli aprii le braccia sorridendo al suo goffo
tentativo di raggiungermi. Venne da me e si applaudì da solo, facendoci sorridere tutti.
«È modesto! Come zia Ginevra», commentò Simon, e lei gli lanciò un’occhiataccia.
«Riporteremo a casa la tua mamma», gli sussurrai. Sfregai il mio naso contro il suo e lui tentò
di morderlo. «Spero che tu non abbia preso da lei anche l’appetito.» Mi sdraiai e sollevai Liam in alto,
per farlo volare come un areoplano. Un gioco che lui adorava. Il tempo era passato in un soffio e Liam
aveva già nove mesi. Era un bambino buono e incredibilmente curioso. Ma soprattutto era umano. Non
c’era traccia di potere o energia soprannaturali in lui.
«Tieni.» Ginevra mi porse un biberon pieno di latte. «È l’ora della pappa.» Appoggiai la
schiena contro un albero e lo cullai tra le mie braccia. Lui mi guardava, mentre mandava giù il liquido
caldo e le sue palpebre si facevano più pesanti. Passavo tutto il mio tempo libero insieme a lui. Lo
facevo giocare, lo tenevo con me mentre mi allenavo. Vedermi a testa in giù quando facevo le flessioni
in verticale lo faceva morire dalle risate, soprattutto quando fingevo di cadere e di farmi male. Spesso
gli leggevo la vecchia copia di Zanna Bianca che avevo trovato negli scatoloni di Gemma, in soffitta.
Era il primo libro che lei aveva letto, così Liam si sarebbe in qualche modo sentito più legato alla sua
mamma.
Da qualche tempo, aveva iniziato a balbettare «papà», riempiendo il mio cuore di emozioni che
non credevo avrei mai provato. Suonavo il violino per lui, gli davo da mangiare, gli avevo fatto fare
anche qualche giro in moto sul vialetto. E poi c’erano Ginevra e Simon, su cui sapevo di poter contare.
Quando io eseguivo gli ordini o inseguivo Gemma, uno di loro restava con lui per proteggerlo. La casa
era ben difesa, ma le precauzioni non erano mai abbastanza, per questo non lo esponevamo mai oltre le
mura della nostra fortezza.
I genitori di Gemma sapevano che ci eravamo trasferiti a Londra dalla mia famiglia. Mandavo
loro le foto di Liam e, ogni tanto, Ginevra parlava al telefono con loro, simulando la voce di Gemma.
Sarebbe stato diverso, se Drake fosse stato ancora con noi per far loro visita. Poi però pensavo che
forse sarebbe stato più difficile per me stare faccia a faccia con il suo fantasma, sapendo che l’avevo
persa.
Guardai Liam e la voce di Gemma mi riempì la testa: Volevo che fossimo una famiglia.
«Lo saremo», mormorai, accarezzando il dolce viso di Liam che si era addormentato. «Non
importa quanto ci vorrà.» Avrei mantenuto la mia promessa.
Mi alzai e rientrai in casa, aprendo le vetrate scorrevoli della cucina. Adagiai Liam sul lettino
mobile che avevamo sistemato in salone e poi tornai dai miei fratelli.
«Ero serio, poco fa», dissi a Simon, guardandolo con determinazione. «Voglio che usi il tuo
potere su Gemma. Solo tu puoi scavare dentro di lei per raggiungere i suoi ricordi.»
«Non se sono stati cancellati.»
«Devi fare un tentativo!» urlai, implorante. «Lei è ancora lì, da qualche parte nel suo cuore ti
sentirà. Non può essere svanita per sempre. Nessuna magia può portarla via da me. Una parte di lei mi
ama ancora, io lo so. Devo solo aiutarla a ricordare.»
Ora che Gemma si era trasformata, non potevo più portarla in Paradiso per farle bere
l’Ambrosia ma, se lei avesse ricordato, niente ci avrebbe più separati. Ora che era immortale avremmo
potuto vivere la nostra eternità insieme, come Simon e Ginevra.
«E va bene», concesse Simon. «Faremo un tentativo non appena Gemma tornerà sulla Terra.»
«È già qui», affermò Anya.
Simon e Ginevra si fissarono per un lungo istante. Lei non era ancora d’accordo di lasciarglielo
fare, ma non si sarebbe opposta. Poi Simon mi guardò e annuì. Protesi la mano verso Anya e lei mi
indicò la strada verso Gemma. Pochi istanti dopo, lei era di fronte a me. Ai suoi piedi, una giovane
madre che stava soffocando il suo bambino.
Sgranai gli occhi, scioccato. «Fermati», la implorai.
Lei mi fissò e mi sorrise. «Ma io non sto facendo niente», replicò, con una sensualità oscura
nella voce.
Il bambino piangeva, dimenandosi sotto il cuscino che la madre gli teneva premuto sulla testa.
Era più piccolo di Liam. Anche Simon era rimasto di ghiaccio, ma non potevamo agire. Era la donna a
dover scegliere di non seguire il male. Adesso anche lei aveva iniziato a piangere e a urlare: «Basta!
Smettila! Smettila! Smettila!»
Ma Gemma era lì per darle forza e instillò in lei il suo veleno. «Non la smetterà mai», sussurrò,
guardando me. «Rovinerà tutto. George non lo sopporta. Lui lo sa. Lo sa che non è il suo bambino. Ti
lascerà.»
Un uomo si materializzò in fondo alla stanza. Era un Sotterraneo. Ed era venuto per il piccolo.
«Simon, fa’ qualcosa!» gli ordinai.
Nonostante l’orrore, Simon reagì all’istante e, anche se la donna non poteva vederlo, le prese il
viso tra le mani. Sotto pelle, le sue vene si mossero come piccoli serpenti, mentre Simon evocava nella
sua mente i ricordi di lei e del suo bambino. Lei si fermò e sgranò gli occhi, per un istante ebbi quasi
l’impressione che avesse guardato Simon dritto in faccia. Poi si rese finalmente conto di quello che
stava facendo e lanciò un urlo, scagliando via il cuscino. Prese in braccio il piccolo e cercò di
rianimarlo, chiamando i soccorsi. «Mi dispiace. Non ero in me...» stava dicendo. «Ho sentito una
voce...» Piangeva, ma adesso le lacrime erano di disperazione.
Il Sotterraneo in fondo alla stanza svanì e io tirai un sospiro di sollievo. Il bambino non era più
in pericolo. E nemmeno l’anima della ragazza. Gemma mi guardò con odio e valutò se fosse il caso di
attaccare o se era meglio andare via. Prima che potesse sfuggirci, piombai dietro di lei e le bloccai le
mani dietro la schiena. «Simon!» urlai.
Gemma inclinò la testa verso di me e sorrise. «Potevi dirlo subito, se volevi fare una cosa a tre.»
Simon si materializzò davanti a lei e le afferrò il viso, premendo i pollici sulle sue tempie.
«Fallo! Ora!» gli ordinai.
Gemma cadde in ginocchio e io la lasciai andare, mentre Simon la teneva stretta. Il viso di
Gemma divenne una ragnatela nera, mentre il potere di Simon le scorreva nelle vene. All’improvviso, il
suo Dakor sibilò, da qualche parte dentro di lei, e gli occhi di Gemma si trasformarono.
«Che succede? Le stai facendo male!» urlai.
«È lei che mi respinge!» ringhiò Simon. «Non ci riesco, mi dispiace.»
«Continua! Scava più a fondo!»
Un rivolo di sangue uscì dall’orecchio di mio fratello, ma lui non si fermò.
«Simon!» gridai, un attimo prima che una forza oscura lo scagliasse via da Gemma. Corsi da lui
e lo aiutai a rimettersi in piedi.
«Mi dispiace», mormorò. «Ho scavato a fondo, ma non ho trovato niente.»
Gemma si rialzò e mi lanciò un’occhiata gelida. Tirò fuori i suoi due pugnali a mezzaluna e li
fece roteare, pronta a scagliarli, ma io fui più veloce e mi materializzai di fronte a lei, bloccandole i
polsi al muro. Non potevo accettare che anche l’ultima speranza fosse svanita.
Indebolita dall’incantesimo di Simon, Gemma lasciò andare i pugnali e mi guardò, ancora
ansimante. Forse era l’unica occasione che avevo per parlarle senza che lei fuggisse via. «Gemma, loro
ti stanno ingannando.»
Lei si divincolò, lo sguardo duro. «Come osi? Sono le mie Sorelle. Sono tutto ciò che ho.»
«Non è vero. Tu hai me», affermai. «Hai Liam. Ti ricordi di lui?» le domandai, angosciato,
sperando che il potere di Simon avesse avuto effetto su di lei.
Gemma sembrò rifletterci, la fronte corrugata, ma poi i suoi occhi glaciali tornarono nei miei.
«Non conosco nessun Liam. E non conosco nemmeno te.»
«Le tue Sorelle ti hanno fatto questo.»
«Mi hanno resa forte e invincibile.»
«Ti hanno strappata a noi», la smentii.
«Io ho scelto di unirmi a loro. Non c’è altra via per stringere il Legame.»
«Non è vero. Hanno dovuto ucciderti per averti.»
«Sophìa mi ha salvata!»
«Io l’ho supplicata di farlo!» urlai, disperato, stringendole i polsi al muro.
Gemma mi fissò, negli occhi un barlume di confusione. «Si può sapere cosa vuoi da me?» mi
domandò, studiandomi attentamente.
Allentai la presa sui suoi polsi e aprii la mia mano nella sua. Palmo a palmo. «Io voglio te», le
sussurrai, sfiorandole il pollice con il mio. «Soltanto te.»
Il mio gesto attirò il suo sguardo sulle nostre mani unite, sui tatuaggi che si completavano,
l’infinito che si formava solo se eravamo insieme. Lo studiò per un istante, sorpresa, poi i suoi grandi
occhi neri scattarono nei miei, scavando dentro di me, lasciando un solco profondo. Strinsi più forte le
sue mani, perché non volevo lasciarla andare... Ma lei svanì, con lo sguardo ancora nel mio, e io fui sul
punto di piangere, colmo di rabbia, vane speranze e frustrazione. Abbassai la testa e la appoggiai al
muro, serrando i pugni sulla pietra, mentre quei sentimenti crescevano dentro di me fino a devastarmi.
Colpii la parete, che si sgretolò per la forza dell’impatto.
La rabbia era troppa perché riuscissi a contenerla. Ogni volta che Gemma fuggiva via da me, io
la perdevo ancora.
«Ehi.» Simon mi posò le mani sulle spalle. «Mi dispiace.»
Ancora una volta, Simon aveva rischiato la sua vita per aiutarmi, ma – suo malgrado – aveva
fallito.
Appoggiai una mano sopra la sua. «Grazie per averci provato.»
Cosa mi restava, adesso, se anche questa speranza mi veniva portata via? Possibile che la mia
Gemma non esistesse davvero più? No. No. No! Non lo avrei mai accettato. Non lo avrei mai
permesso.
Per tanto tempo, Gemma era stata la mia luce. Adesso si era persa nell’oscurità e non riusciva
più a tornare. Ma da qualche parte, dentro di lei, la sua anima brillava ancora. Non mi importava cosa
diceva Simon. Era una menzogna, un altro tentativo delle tenebre di portarmela via. Lei c’era. Io l’avrei
trovata e l’avrei riportata a casa. Al mio fianco. L’unico posto dove poteva stare.
GEMMA
40
L’OCCHIO DEL DESTINO
Salii sul davanzale di una delle finestre più alte del castello e mi accovacciai, respirando l’aria
fresca. Avevo quasi l’impressione di vedere tutto il regno, da lì. Le folte distese di alberi, i tronchi
ricurvi della Palude del Silenzio, le cascate, con il loro confortante fruscio... il grande vulcano, che ci
sorvegliava come uno scontroso gigante.
Mi sentivo la regina del mondo, eppure... Qualcosa mi turbava. Anche se non sapevo definire
cosa fosse.
Mi alzai e aprii le braccia, contemplando il vuoto sotto di me. Chiusi gli occhi e mi lasciai
andare in avanti... Affidandomi all’oscurità.
«Argas», sussurrai nella sua mente.
Sentii il battito del suo cuore. Quando aprii gli occhi, lui era sotto di me. Distese le possenti ali
e io atterrai sulla sua schiena corazzata. Sorrisi e lui nitrì, portandomi in alto, dove il profumo della
libertà avrebbe scacciato il dubbio che mi tormentava.
Io e Argas eravamo legati nel profondo. Trascorrevo con lui tutto il tempo che potevo e insieme
esploravamo i cieli e la terra, risalendo le correnti dei fiumi o sorvolando monti e cascate. Avevo
l’impressione che avesse sempre fatto parte di me, non solo da quando mi ero legata alle Sorelle.
Insieme a lui, mi sentivo invincibile e completa.
Ci allontanammo dal castello in fretta, volando sopra abitazioni nascoste e villaggi sotterranei.
Sentivo la paura dei Dannati che si rifugiavano. Era inutile: nessuno poteva nascondersi a me. Ma quel
giorno non mi interessavano.
Un gruppo di Anime scappò di corsa nel vedere Argas che si abbassava verso il terreno. Mentre
era ancora al galoppo, saltai dalla sua groppa e mi avvicinai al fiume, osservando la mia immagine
nell’acqua che scorreva feroce. Riuscivo a vedere solo una sagoma sfocata.
Forse era davvero ciò che ero. Forse era tutta un’illusione.
Hanno dovuto ucciderti per averti.
La voce del Sotterraneo mi riempì la testa, come un fantasma deciso a tormentarmi. Cosa
voleva da me? Perché insisteva così tanto nel darmi la caccia? Devina lo voleva da secoli, ma lui aveva
scelto me. Soltanto me. Perché?
Sophìa mi ha salvata!
Io l’ho supplicata di farlo! Il suo grido frustrato mi esplose nella testa. Era come se per lui non
contasse nient’altro che convincermi della sua sincerità, ma era assurdo. Un trucco. Scossi la testa,
scacciando via quei dubbi. Devina mi aveva avvertito. Lei lo conosceva bene. Mi aveva detto che
avrebbe tentato di entrarmi nella testa. Dovevo stare attenta.
Mi chinai sulla riva e raggruppai un piccolo cumulo di terra, perdendomi nell’immagine del suo
sguardo fiero e disperato al tempo stesso. Un fiore sbocciò per servirmi. Era nero, come la mia anima
tormentata. Non dovevo dare ascolto a quelle menzogne. Sapevo qual era il mio posto, tutto il resto non
contava. Sfiorai lo stelo e lo Stramonio del diavolo si allungò, obbedendo al mio comando. Al mio
tocco, il fiore si aprì in un rigoglioso ventaglio. Ne accarezzai i petali vellutati, ma il mio sguardo fu
attratto dal tatuaggio sulla mia mano.
Un’altra immagine mi riempì la testa. Il mio palmo contro quello del Sotterraneo, i nostri pollici
intrecciati che formavano un unico disegno.
Stare insieme. Combattere insieme.
Un brivido mi attraversò la schiena. Avevo sempre pensato che fosse una promessa legata alle
mie Sorelle. Perché anche lui aveva lo stesso tatuaggio? E perché aveva insistito tanto affinché io me
ne accorgessi? Era anche questo un altro suo trucco?
Ti hanno strappata a noi.
Cosa voleva dire quella frase? Erano mesi che cercava di sottomettermi, e ora gli stavo
permettendo di penetrare le mie barriere? Perché gli stavo permettendo di seminare il dubbio? Non
dovevo lasciarmi ingannare. Le Streghe avevano un solo nemico: i Sotterranei. E lui era uno di loro. Il
mio Dakor si agitò dentro di me, facendo vibrare le corde della mia ragione. Uscì nel mio palmo,
attratto dal profumo del fiore, e vi danzò attorno. Poi aprì le fauci e lo divorò, guardandomi
intensamente. I nostri occhi erano perfettamente uguali, in quel momento. Li sentivo bruciare,
ricordandomi qual era il mio posto. Io e lui eravamo due entità, ma un unico essere. Io appartenevo a
quel posto. Che importanza poteva mai avere il passato?
Una freccia sibilò nell’aria e una piccola creatura guaì. Mi alzai di scatto, attendendo che la
cacciatrice che aveva scoccato il dardo sbucasse dalla foresta in cerca della sua preda. I suoi pensieri
erano vicini. Forse avrei portato a casa un bel bottino, una nuova e agguerrita ancella che mi avrebbe
distratto da quegli oscuri dubbi. Quando apparve tra i cespugli, i miei occhi si incastrarono nei suoi e il
suo sorriso si affievolì.
«Gemma», mormorò, a metà tra felicità e sorpresa.
Aggrottai la fronte, confusa. Perché quell’Anima Dannata conosceva il mio nome?
Qualcosa si mosse tra gli alberi, distraendomi da lei.
«Non te la prendere se non ne hai preso uno grosso quanto il mio, puoi sempre riprovare a
battermi la prossima volta!» disse allegro un uomo, andandole accanto.
«Drake, guarda», mormorò la ragazza.
Lui mi vide e si pietrificò. Era un Sotterraneo. I suoi occhi grigi mi folgorarono, mentre io li
studiavo a fondo. Sondai i suoi pensieri, perdendomi nei ricordi della sua mente. Un tunnel confuso di
immagini in cui c’ero anch’io e sorridevo, insieme all’altro Sotterraneo. Evan. La forza dei suoi
sentimenti mi tramortì, impedendomi di muovere un muscolo.
«Andiamocene via, presto», la esortò il ragazzo, e insieme sparirono nella foresta, lasciandomi
con quel nuovo dubbio che mi aveva paralizzato. Chi erano quei due? E, soprattutto, perché mi
conoscevano? Che motivo avevano un’Anima Dannata e un Sotterraneo relegati all’Inferno di
conoscere me, una Strega? I Sotterranei sulla Terra potevano mentire, mostrarmi delle menzogne per
confondermi la mente per il predominio sulle anime. Ma che ragione avrebbe avuto quel Drake di farlo
qui? E poi il nostro incontro era stato casuale e inaspettato per entrambi. Non aveva senso.
Guardai di nuovo il tatuaggio sulla mia mano. Stare insieme. Chi ero io davvero? Conoscere il
mio passato mi avrebbe aiutata a scoprirlo?
Qualcosa mi sfuggiva e non potevo più mentire a me stessa. Né al nuovo bisogno che si agitava
in me. Avevo fame di risposte. Dovevo fare chiarezza e c’era una sola persona di cui mi fidavo più di
ogni altra al mondo.
Saltai in groppa al mio Sauro, accesa dal bruciante desiderio di aprire le porte della mia mente.
E Sophìa aveva la chiave.
Trovarla fu facile. Il Legame ci univa come parti dello stesso corpo. Lei era il cuore e il suo
battito ci dava l’energia.
Quando entrai dalla grande porta ad arco, lei mi accolse con un gran sorriso. Sapeva che stavo
arrivando.
«Ossequi, mia Signora», la salutai, inchinandomi a lei.
Sophìa mi sollevò il mento. «Ti prego, non inchinarti a me, mia prediletta.» Mi prese la mano e
la baciò, guardandomi intensamente negli occhi, mentre io mi perdevo nel suo fascino oscuro.
«Sai perché sono qui.»
«So da tempo che questo momento sarebbe arrivato», mi confessò. «Ora, dimmi, hai dei dubbi
su quale sia il tuo posto?» mi domandò, anche se conosceva già la risposta.
«No. Niente potrebbe mettere in dubbio che il mio posto è accanto a te.»
Lei sorrise, compiaciuta, e mi guidò nella stanza, che lei chiamava l’Occhio del Destino. Il
soffitto scintillava, trapunto dalle migliaia di stelle che riproducevano le galassie. Al centro, regnava un
enorme mappamondo nero, dove brillavano milioni di puntini; alcuni si accendevano, altri si
spegnevano. Erano l’orgoglio e il tormento di Sophìa, che passava ore a studiarli: erano le anime dei
Sotterranei che rivendicavamo e quelle che invece si ribellavano a noi, scatenando la sua ira.
«Conoscere il proprio passato è un capriccio che ogni Sorella ha, prima o poi. Anche se tutto
ciò che conta per noi è la vita qui al castello.»
«Lo è, mia Signora. Non sopporto che gli altri sappiano cose a me sconosciute, ma il passato
non cambierà ciò che sono.»
«Questo è certo.» Sophìa sorrise, sicura di sé. «La trasformazione cancella ogni ricordo, per
alcune più di altre. Nessuno può rievocarli, ma spesso riemergono da soli, con il tempo, anche se
questo non cambia ciò che siamo.»
«Tutte le mie Sorelle ricordano chi erano prima del Legame?» domandai, curiosa.
«Tutte, tranne Devina. Perché sono stata io stessa a trasformarla e il mio veleno è l’arma più
potente. Devina è la prima Sorella.»
«Vuoi dire che in tutti questi secoli non ha mai ricordato nulla?»
«A lei non è mai importato nulla che non fosse il suo posto accanto a me.»
«Lo capisco. Niente conta di più neanche per me», le confessai. «Ero solo curiosa.»
Sophìa mi scrutò a fondo. «Devina ha i suoi momenti, ma è una Sorella leale e fidata. Per
questo, da secoli, lei è il mio Spettro.»
Annuii, confermando quella descrizione di Devina.
L’Imperatrice girò lentamente il mappamondo, riflettendo su ciò che mi avrebbe detto. La sua
mente era sigillata, un oscuro pozzo insondabile. Poi il mappamondo si fermò e i suoi occhi mi
inchiodarono. Sorrise, maliziosa. «So che ti piacerebbe prendere il suo posto ed è giunta l’ora che tu sia
onorata con questo privilegio.»
Sgranai gli occhi, il cuore che mi batteva forte. «Non ho mai voluto altro», dichiarai,
profondamente orgogliosa per le sue parole. Il Legame tra tutte le Sorelle era forte, ma io sapevo di
amare Sophìa più di ogni altra e anche lei aveva sempre dimostrato un affetto speciale solo per me.
Tutto ciò che avevo sempre desiderato era compiacerla e diventare il suo Spettro: il suo secondo in
comando. E finalmente c’ero riuscita. Avrei preso il controllo del castello quando Sophìa me lo avesse
concesso e tutti avrebbero preso ordini da me. L’idea di tutto quel potere mi dava già alla testa e non
vedevo l’ora di mettermi alla prova. «Devina come la prenderà?»
«Devina dovrà accettarlo. E poi lei ha sempre sospettato che tu l’avresti spodestata», mi
confessò. Si avvicinò e mi baciò sulle labbra. «Non ho mai nascosto la mia predilezione per te e, ora
che sei finalmente pronta, hai diritto di stare al mio fianco.»
«Io giuro che non ti deluderò.»
«Ne sono certa. Ora vieni. Ho un compito speciale da affidarti che soddisferà la tua curiosità.»
Le sorrisi. «Sono tua, mia Signora.»
«Nemmeno io posso restituirti qualcosa che è andato perduto per sempre, come i tuoi ricordi.
Tuttavia posso farti un dono per te molto prezioso. Niente può sfamare la tua sete del passato più di una
persona che ti è sempre stata accanto. Qualcuno che ha condiviso tutto con la vecchia Gemma. Oggi tu
puoi rivendicare la sua anima e lui non si opporrà a te perché già ti ama.» Sophìa girò il mappamondo
nero e con la sua elegante unghia nera sfiorò un piccolo villaggio della Terra, disperso tra le montagne
Adirondacks. «È giunto il suo momento. Lui è già tuo. Devi solo andarlo a prendere.»
Mandami da lui. Un puntino bianco si accese sul mappamondo, mostrandomi il ragazzo.
Sorrisi. Peter era il suo nome. E la sua anima sarebbe stata mia.
EVAN
41
SENZA PIÙ RITORNO
«Sei sicuro di non aver trovato niente?» chiesi a Simon, furioso. Eravamo appena rientrati dopo
il nostro incontro con Gemma.
«Nessuna traccia, mi dispiace. Gemma è...»
«Non dirlo!» gridai, esasperato. «Non pensarlo.»
Lui tentò di riportarmi alla ragione: «Evan! Devi calmarti, ti prego».
Mi afferrai i capelli, con le lacrime agli occhi, e serrai le labbra per impedire alle parole di
uscire. Ero così sicuro che il potere di Simon potesse cambiare le cose! Non potevo accettare che non
fosse così. Non potevo accettare che lui avesse cercato dentro di lei e non avesse trovato nessuna
traccia, nessun ricordo che potesse riportarla indietro. Non potevo accettare che non ci fossero più
speranze. «Eppure mi è sembrato di vedere qualcosa, nei suoi occhi.»
«È quello che dici ogni volta, Evan. A ogni disperato tentativo, ti illudi di averla ritrovata, ma è
solo una menzogna che racconti a te stesso e sta diventando sempre più pericoloso per te. Finirà per
catturarti, se non cerchi di mantenere il controllo.»
«Io... non ci riesco», gli confessai, e una lacrima scivolò sul mio viso. «La rivoglio, Simon. Mi
manca il fiato quando penso che l’ho persa.»
Simon aveva ragione, stavo perdendo sempre di più il controllo e sentivo che sarei presto
impazzito di rabbia, di frustrazione... e di nostalgia. Soprattutto di nostalgia. Gemma mi mancava
terribilmente. Ogni giorno era peggiore del precedente perché lei era sempre più lontana e inafferrabile.
«Devo rivederla. Adesso.»
«Non servirebbe a niente!» mi gridò Simon.
«Stai dicendo che dovrei lasciar perdere? Che un giorno dovrò guardare Liam negli occhi e
dirgli che sua madre non c’è perché io ho mollato?» Come avrei potuto? «Non posso, mi dispiace.»
«E cosa pensi di fare che non abbiamo già tentato? Vederla ancora non cambierà niente per lei,
ma per te sarà sempre peggio.»
«Ciò che è peggio è stare lontano da lei.» Anche se Gemma era cambiata, vederla mi
riaccendeva il cuore. Non riuscivo a starle lontano, la desideravo in modo doloroso. Come poteva
Simon chiedermi di abbandonare le speranze? «Ho bisogno di lei. Andrò a cercarla. La invocherò, se
sarà necessario.»
«Non lo sarà», si intromise Ginevra, entrando nella stanza con in braccio Liam. «È tornata. Ed è
molto vicina.»
La fissai con sguardo interrogativo.
«È da Peter, adesso. Dovete sbrigarvi perché vuole la sua anima.»
«Vuol dire che l’ha ricordato?» le domandai, pieno di speranza.
«No. È stata Sophìa a mandarla da lui, per capriccio. Sento i pensieri di Gemma. Lo sta
seducendo e lui non la ostacola. Non ci metterà molto a prenderlo. Lui l’ama, non le resisterà.»
Serrai i pugni, scacciando il pensiero di Gemma e Peter insieme. «Mi serviva giusto un pretesto
per far fuori il ragazzo una volta per tutte.»
«Non dire sciocchezze, Evan», mi riprese Simon. Sapeva che, per come si stavano mettendo le
cose, c’era il rischio che lo facessi davvero.
«Adesso andate», ci spronò Ginevra.
Mi avvicinai a lei, per dare un bacio sulla fronte a Liam.
«Buona fortuna, Evan.»
Incrociai gli occhi di Ginevra e annuii, prima di svanire.
Quando io e Simon ci materializzammo nella ferramenta di Peter, Gemma avvertì subito le
nostre presenze, ma non si mosse, si limitò a sollevare lo sguardo malizioso su di noi, oltre le spalle del
ragazzo. Dovetti fare appello a tutto il mio autocontrollo per non correre a ucciderlo, quando vidi le sue
mani su di lei.
Gemma sorrise, cogliendo quei pensieri, e io cercai di calmarmi. «Bene. Il gioco si fa più
eccitante.»
«Non farlo», le intimai, e Peter si risvegliò dal suo incantesimo, voltandosi a guardarci.
«Che ci fate voi qui? Andatevene via.»
«Non immischiarti, ragazzo», lo avvertì Simon. Sapeva che i miei nervi erano un filo sottile sul
punto di spezzarsi.
«Siete voi che non dovete immischiarvi. Lei vuole me, adesso.»
«Lei non è più chi credi», lo misi in guardia. «È pericolosa.»
Gemma sorrise e fece scivolare la sua mano sul petto di Peter. «Cosa pensate che possa fargli?
Ucciderlo? Io posso dargli tutto ciò che desidera.»
Peter la guardò, stordito dal suo potere ammaliante, eppure confuso dal suo comportamento.
«La tua offerta avrà un prezzo», replicai freddamente.
«Quale prezzo non vale la pena di essere pagato per i nostri desideri?»
«L’anima», replicai, intransigente. «Gemma, ascoltami. Non puoi prendere la sua. Adesso non
te ne rendi conto, ma te ne pentiresti per il resto della tua vita.»
«Che cazzo succede qui? È uno scherzo? Gemma, vuoi dirmi che sta succedendo? E perché sei
vestita così?» esclamò Peter, improvvisamente libero dall’incantesimo.
Lei gli accarezzò il viso, spingendo i suoi feromoni fino a lui. Il ragazzo era forte, per essere un
mortale. Il potere di Gemma lo stordiva, ma non riusciva a circuirlo totalmente.
«Peter», gli sussurrò, «io e te siamo legati, lo sai. Ti fidi più di me o di loro?»
Lui la guardò, in balia della passione che lei aveva scatenato.
«Dimostramelo», sussurrò Gemma sulle sue labbra. «Baciami.»
Una rabbia nera montò dentro di me, facendomi scattare. Non potevo starmene a guardare. Mi
avventai su Gemma e lei spinse via Peter, per difendersi dal mio attacco. Simon si unì alla battaglia, ma
lei era agile e veloce e riusciva a tener testa a entrambi. Provai ad afferrarla, ma lei si sottraeva
abilmente a tutte le mie prese. Tirò fuori i pugnali e io agguantai al volo una lunga asta da un tavolo di
ferro e piegai gli elementi al mio volere. «Fatti da parte, Simon. È una sfida tra me e lei.» L’asta
scintillò, trasformandosi in una spada affilata.
Gemma era sempre più eccitata da quel gioco. Non aveva davvero idea di ciò che le avevo
impedito di fare. Se avesse preso l’anima di Peter, non se lo sarebbe mai perdonato. Come io non mi
sarei mai perdonato se l’avessi lasciata andare.
«Sei uno che non si arrende», affermò, tentando un affondo, che parai con la spada.
«Mai, quando si tratta di te.»
Ci muovevamo veloci nella ferramenta, fra attrezzi per la lavorazione e materiali ferrosi e
appuntiti.
«Peccato che non hai ancora capito una cosa, di me.» Fece una capriola all’indietro e io la
seguii, sferrandole un altro attacco.
«Io so tutto di te», la smentii.
«Allora sai pure che non mi piace perdere.» Mosse la mano verso Peter e io impiegai un istante
per capire.
«Peter, no!» gridai.
Un’asta appuntita volò dietro di lui e gli trapassò la schiena.
Peter ci guardò, lo sguardo disperato e le mani sull’asta insanguinata che gli spuntava dallo
stomaco. «Gemma...» mormorò, cadendo in ginocchio.
Simon si precipitò da lui per guarirlo, ma la bocca di Peter si riempì di sangue e lui si accasciò a
terra, con gli occhi ancora sbarrati.
«È morto», disse Simon, che ormai non poteva più aiutarlo.
«Che grande perdita», affermò Gemma, un ghigno sulle labbra.
La attaccai di nuovo, con un grido di rabbia. La Gemma che avevo di fronte non aveva nulla
della mia Jamie. Era spietata e non sentiva altre voci che quella del male. Forse anch’io avrei dovuto
darle ascolto. Avevo tentato in tutti i modi di riportarla indietro, di rievocare in lei il ricordo di noi, ma
niente aveva funzionato. Forse era il momento di tentare con le maniere forti.
Gemma mi fissò con un sorrisetto, schivando i miei colpi, che per la prima volta erano brutali.
«Angelo Mietitore contro Strega Mietitrice. Round uno.»
«Evan, che stai facendo?!» urlò Simon. Non mi aveva mai visto attaccare Gemma per davvero,
ma forse non c’erano più altre strade.
Quel posto era un perfetto campo di battaglia. Non volevo ferirla davvero, ma dovevo tentare
almeno di scuoterla. Più la colpivo, più lei sembrava divertirsi. Iniziò a usare la magia. Ogni attrezzo
nella stanza divenne un’arma. Intorno a noi si alzò un polverone, imprigionandoci dentro un piccolo
uragano. Gemma mi scagliò lontano, ma io mi rialzai per attaccarla e un muro di chiodi volò verso di
me per impedirmelo. Il metallo si sciolse prima di colpirmi e io ebbi campo libero per avventarmi su di
lei e atterrarla.
«Lo sapevo di aver scelto bene il mio Campione», mi disse nella mente, soddisfatta. Aveva
usato il mio potere.
«Hai sempre scelto me, non essere sorpresa. È sulla famiglia che hai fatto la scelta sbagliata.»
Lei si infuriò, ma subito distolse lo sguardo, attratta da qualcosa.
«Evan!» mi richiamò Simon.
L’anima di Peter aveva lasciato il corpo. Si guardava le mani, confuso dalle nuove sensazioni
che lo attraversavano. Poi sollevò lentamente la testa e i suoi occhi ci folgorarono, improvvisamente
grigi come l’argento fuso.
«Che mi sta succedendo?» Peter cadde in ginocchio e ringhiò di dolore, mentre l’inchiostro
nero si imprimeva sul suo braccio come un marchio a fuoco.
Io e Simon ci guardammo, sconvolti. Era un Sotterraneo.
Gemma si liberò della mia presa e riapparve accanto a Peter. «Tornerò per te», gli sussurrò
all’orecchio, ma i suoi occhi erano fissi nei miei. Poi scomparve, con un sorriso di vittoria stampato
sulle labbra.
42
CUORE DI GHIACCIO
«Tutto questo è assurdo! Ditemi che sto sognando», sbottò Peter, sconvolto. «Che diavolo è
questa cosa che ho sul braccio? Sono diventato un fantasma? E perché Gemma sembrava uscita da un
episodio di Xena – Principessa guerriera?»
«Calmati, adesso. Ti spiegheremo tutto», replicò Simon.
«Aspettate un momento. Se sono morto, perché voi due riuscite a vedermi?» Peter lanciò
un’altra occhiata al suo vecchio corpo, abbandonato a terra in una pozza di sangue.
«Guarda.» Simon gli mostrò il marchio sul proprio braccio. «Ne abbiamo uno anche noi. Tu sei
stato scelto. Non sei un’anima mortale. Sei uno di noi, un Sotterraneo.»
«Quindi anche voi siete morti», rifletté tra sé. «Lo dicevo che avevate qualcosa di strano.»
«Non è questo il punto.»
«E anche la bionda è un ’Sotterraneo’, qualunque cosa sia?» domandò, spavaldo.
«Lei è una Strega.»
«Be’, questo spiega tutto.»
«Gemma non era qui per la sua anima mortale, voleva rivendicarlo come schiavo», ragionai ad
alta voce.
«Anime? Schiavi? Che diavolo è un Sotterraneo? O questo è un incubo o sono finito in uno dei
miei fumetti.»
«Portatelo via, prima che lo uccida un’altra volta.»
«Ehi, non puoi parlarmi così.»
«Capirai tutto quando ti nutrirai», gli spiegò Simon. «Adesso andiamo, ti mostrerò la via.»
«Un momento! E che ne sarà di me e della mia vita?»
Attraversai la stanza a grandi passi e inchiodai il viso al suo. «Eccola lì, la tua vita», ringhiai,
indicando il suo corpo. «Dimenticala, perché ormai è andata.»
Lui non indietreggiò, dimostrando coraggio. Al contrario, mi fissò con astio, prima di parlare.
«Mia madre non seppellirà un altro cadavere. Io sono tutto ciò che le resta.»
«E questo che vuol dire?»
«Io non voglio morire.»
«È troppo tardi, se non te ne sei accorto. Sei già morto.»
«Ho capito, sono morto. Ma perché devono saperlo anche gli altri? Nessuno sa che voi lo siete.
Se non sono un’anima comune, se sono quello che dite, perché dovrei sparire?»
«Tu sei un soldato, adesso. Riceverai degli ordini e per te saranno tutto ciò che conta.»
«Un cosa?» domandò, sconvolto. Nemmeno la vista del suo corpo insanguinato lo aveva
turbato tanto. «Io voglio essere normale. Non l’ho chiesto.»
«Nessuno di noi lo ha fatto. E tu non sei normale. Sei stato scelto per servire il fato. Gli ordini
prima di ogni cosa», insistette Simon.
Sospirai, esasperato. «Stiamo solo perdendo tempo.»
«Peter, fidati di noi. Quando ti nutrirai, saprai ogni cosa. Capirai qual è il tuo posto. E sarai
molto più forte di quanto tu non sia mai stato.»
«E cosa succederebbe se io non mi nutrissi?»
«Ti indeboliresti fino a svanire. Le tenebre ne approfitterebbe per rivendicarti e tu non potresti
combatterle.»
Il ragazzo era agitato, ma io lo ero di più. Ne avevo abbastanza di lui. Non avevo la pazienza di
Simon, men che meno in quella situazione. «Hai idea di quanto tu sia fortunato? A quest’ora saresti già
all’Inferno, se noi non fossimo stati qui a salvarti. Che ti piaccia o no, esiste la morte. E noi siamo i
suoi soldati.»
Peter ci rifletté un momento, poi annuì. «Okay, ma farò a modo mio. Non lascerò mia madre da
sola.»
Quelle parole mi colpirono, mio malgrado, scavandosi un sentiero fino al ricordo di mia madre.
«Posso essere entrambe le cose. Tu vieni persino a scuola. Devo solo imparare le vostre
regole.»
«D’accordo. Fa’ come credi.»
Proprio in quell’istante, la porta si aprì e una donna entrò nella stanza.
«Mamma», mormorò lui, sconvolto.
Lei non poteva vederci, ma scorse subito il corpo di Peter immerso nel sangue e il suo urlo
riecheggiò in tutta la stanza. Poi svenne e Simon si precipitò da lei, afferrandola prima che cadesse.
«Sembra che io non abbia più scelta», commentò Peter, con le lacrime agli occhi. Si chinò sulla
madre e la accarezzò, guardandola come se fosse l’ultima volta.
«Ce l’hai, invece», lo smentii. «Simon cancellerà dalla sua mente quest’ultimo ricordo.»
«Puoi farlo davvero?» domandò Peter, con voce piena di speranza.
Lui annuì. Il suo potere non era riuscito a portare indietro Gemma, ma poteva salvare il legame
tra Peter e sua madre.
Il ragazzo tornò a guardare me, pieno di gratitudine. «Suppongo che io debba dirti grazie.»
«Non è il primo favore che ti faccio, oggi», replicai, ed era la verità. Se non ci fosse stato
Simon, ero quasi sicuro che l’avrei ucciso, dopo averlo visto con Gemma.
Simon si chinò sulla madre del ragazzo e appoggiò le dita sulle sue tempie. Il viso della donna
si riempì di sottili venature nere che si muovevano sotto pelle, mentre lui aspirava il suo ricordo.
«Cosa... Cosa le stai facendo?» gli domandò Peter, allarmato.
«Non preoccuparti, si riprenderà. Al suo risveglio non ricorderà nulla di tutto questo.»
Peter annuì, grato. «Dobbiamo sbarazzarci del corpo. Nessuno deve sapere che sono morto.»
«Possiamo seppellirlo da qualche parte nel bosco, renderlo irriconoscibile», lo tranquillizzai.
«Ho un’idea migliore.» Peter aprì una spessa porta di ferro. «Lo bruceremo nell’inceneritore.»
Rientrai a casa da solo. Avevo lasciato a Simon il compito di mostrare a Peter la via tra i due
mondi. Non avrebbe potuto accompagnarlo fino all’albero della conoscenza affinché si nutrisse del
Frutto, ma gli avrebbe spiegato come fare e il suo istinto avrebbe pensato al resto. Simon lo avrebbe
atteso fino al suo ritorno e poi lo avrebbe portato qui da noi, almeno per il momento. Io più di ogni
altro comprendevo il suo bisogno di non abbandonare la madre, soprattutto dopo che io stesso gli avevo
portato via suo padre. Per Peter non sarebbe stato semplice fingersi ancora umano e affrontare il suo
nuovo incarico di soldato. Per quanto avesse tentato di aggrapparsi alla sua vecchia vita, ormai non gli
apparteneva più e, prima o poi, se ne sarebbe reso conto.
La casa era insolitamente silenziosa. Liam doveva essersi addormentato. Controllai il suo lettino
in salotto, ma dentro non c’era.
Svanii e mi materializzai nella stanza del bambino, ma anche quella era vuota.
«Ginevra, dove sei?» la chiamai con la mente, ma rispose solo silenzio.
Di solito si sarebbe materializzata da me all’istante. Era strano pensare che fosse uscita
portando con sé il bambino. Mi concentrai sull’anima di Liam per raggiungerlo, ovunque lui fosse... ma
non la trovai. Il mondo mi crollò addosso, mentre la stanza mi girava intorno. No. Non poteva essere
successo davvero.
«Evan...»
Le mie orecchie captarono un debole sussurro. Era Ginevra ed era nella piscina sotterranea. Mi
materializzai da lei in un battito di ciglia.
Era a terra, ferita e priva di sensi. Tutto intorno a noi, una foresta immaginaria piena di vita,
mentre nel mio cuore c’era solo silenzio.
«Ginevra! Ginevra, svegliati! Cosa è successo?» Provai a rianimarla, ma il mio potere su di lei
non funzionava.
«Liam...» mormorò, disperata.
Mi allontanai da lei di scatto, con gli occhi pieni di lacrime. «No...» sussurrai. «Non può essere
vero. Dimmi che non è vero. Ti prego...» Mi voltai e lo vidi. Tutto in me divenne di ghiaccio. «NO!»
urlai, e uno stormo di uccelli si alzò in volo, spaventato.
Il corpicino di Liam galleggiava a faccia in giù nel lago, le braccia abbandonate lungo i fianchi
in balia della corrente che tentava di spingerlo a riva. Mi precipitai da lui e saltai in acqua per
trascinarlo fuori. Lo appoggiai sulla roccia e lo girai, guardandolo in viso. Era così piccolo e indifeso!
Il suo cuore non batteva più. «Liam!» lo chiamai, spingendo il mio potere guaritore su di lui. Ma non
funzionava. La sua anima non c’era più, qualcuno l’aveva fatta trapassare. Com’era potuto succedere?
«No!» gridai, disperato. Lo strinsi al petto, piangendo di dolore. «Liam, no...» ripetevo, tenendolo
stretto. Lo baciai sulla fronte e gli scostai i capelli dal viso. Erano folti, come quelli di sua madre.
E adesso li avevo persi entrambi.
Non potevo credere che non ci fosse più, che non lo avrei più visto crescere... Che non ero lì a
proteggerlo.
Il sibilo di una freccia mi sfiorò l’orecchio. Mi voltai di scatto e la presi al volo. I miei occhi
bruciarono in quelli del Cacciatore. Absolon. Si era liberato. Strinsi il pugno fino a spezzare la sua
freccia. L’asta era di metallo, ma si sgretolò in un istante sotto la furia della mia rabbia. «Non hai idea
di quello che ti aspetta», lo minacciai.
Lui lanciò un’occhiata al bambino, mentre io lo adagiavo dolcemente a terra, senza mai lasciare
lo sguardo di Absolon. Poi mi alzai per affrontarlo e serrai i pugni. Un forte vento soffiò tra gli alberi,
scuotendo la foresta. Una rabbia folle mi accecava e il dolore mi stringeva il petto con cinghie
d’acciaio.
In un attimo, Absolon incoccò una nuova freccia, puntando l’arco dritto verso di me. Io svanii,
ma solo per riapparire di fronte a lui, la freccia che mi sfiorava il petto. «Rimpiangerai l’Inferno da cui
sei venuto», gli promisi.
Lui abbassò l’arma e mi attaccò, ma io fui più veloce. Non c’era uomo, Sotterraneo o creatura
celeste che sarebbe potuto sfuggire alla mia ira. Absolon cercò di difendersi, ma io non ebbi pietà
alcuna e lo colpii ancora e ancora, mandandolo a sbattere contro la parete, frantumando rocce e
sradicando alberi. Volevo farlo a pezzi, prima di rispedirlo all’Inferno. Come aveva osato portarmi via
il mio bambino?
Absolon cercò di scappare saltando in cima alla cascata, io però lo precedetti. Non appena
atterrò, lo scaraventai sulla pietra fredda sul bordo dell’abisso e gli strinsi una mano intorno alla gola.
Con l’altra presi una delle sue frecce e la puntai alla giugulare, mentre lui cercava di allontanarsene
allungando la testa verso il vuoto sotto di lui. Sapevo che il veleno non lo avrebbe ucciso, e in ogni
caso io non lo volevo morto, non ancora. Prima avrebbe dovuto sentire su di sé la sofferenza che mi
aveva inferto, che aveva inferto al mio piccolo Liam. Volevo che assaporasse almeno in parte l’Inferno
sorto dentro di me.
Le lacrime tornarono a riempirmi gli occhi. «Come hai osato prendertela con lui?» ringhiai,
disperato. «Con che coraggio me lo hai portato via?!» urlai. Un rivolo di sangue uscì dal punto in cui
premevo la freccia.
«Io voglio soltanto te», replicò lui, impavido.
«Allora non dovevi prendertela con lui perché così avrai solo la morte», lo minacciai, furioso,
con gli occhi spiritati colmi di dolore, di rabbia e di odio verso quel bastardo che mi aveva portato via
tutto. Prima Gemma e adesso Liam. Un urlo mi scaturì dal petto, riecheggiando nella foresta mentre gli
trapassavo la gola con la sua stessa freccia.
Lui gorgogliò, ma un lampo squarciò il cielo sopra di noi, che divenne improvvisamente scuro.
«Fermo!» tuonò una voce.
Ero così perso nella mia collera da non riconoscerla. Dovetti girarmi verso di lei per capire che
era Ginevra. «Lui deve morire», sibilai. «Ma prima dovrà patire la sofferenza di Gemma... di Liam. E
la mia.»
«Non è stato lui a uccidere Liam», mi rivelò lei, severa.
Lasciai andare il Cacciatore e mi asciugai le lacrime.
Lui gorgogliò, strappandosi la freccia dal collo. Mi alzai e mi sporsi verso la cascata. Ginevra
aveva tutta la mia attenzione. «Allora chi?» ringhiai, furioso. Chiunque fosse stato, io lo avrei trovato e
lo avrei fatto a pezzi.
«È stato uno dei Màsala.»
43
UN DOLOROSO ADDIO
Caddi in ginocchio e abbracciai Liam per l’ultima volta, piangendo per la sua straziante
assenza. «Perché hanno voluto farmi questo?» singhiozzai, baciandogli le piccole guance. Avevo
fallito. Avrei dovuto riportare Gemma a casa perché fossimo una famiglia, ma avevo miseramente
fallito, e ora lei non avrebbe mai più rivisto il nostro bambino. Non potevo sopportarlo, era troppo
doloroso. Devastante. «Liam...» mormorai. «Lui non c’entrava niente, in tutta questa storia.» Le mie
lacrime gli bagnarono il viso.
Ginevra mi posò una mano sulla spalla. «È in Paradiso, adesso. Starà bene, almeno non crescerà
in mezzo a questa guerra.»
«Non lo rivedrò più. L’ho perso per sempre...» mormorai, con voce spenta.
«Mi dispiace», disse Ginevra. «Ho provato a fermarlo, ma non ci sono riuscita.» Accarezzò la
fronte di Liam e la sua corazza si sgretolò, facendola scoppiare a piangere. «Ho lottato contro di lui, ho
usato tutta la mia magia. Ma è stato tutto inutile. L’ha portato via. Liam ti ha chiamato, prima di
svanire. Poi ho perso i sensi.»
Serrai gli occhi, vinto dal dolore. «Non è colpa tua», la rassicurai. «Grazie per averlo protetto e
amato», mormorai, e insieme versammo lacrime amare, con il corpo del piccolo Liam immobile sulle
nostre gambe.
«No!» disse Simon, apparendo al nostro fianco.
Io e Ginevra lo guardammo. Accanto a lui c’era Peter, ma Ginevra non ci fece nemmeno caso.
Niente contava più della nostra perdita.
«Sono stati i Màsala. Lo hanno portato via», gli rivelò Ginevra. Ma quello non era il momento
delle spiegazioni. Simon si chinò sul piccolo e gli baciò la fronte, stringendosi a Ginevra. Le passò una
mano sulla guancia e guarì la sua ferita.
«Mi dispiace di non esserci stato per lui», affermò Peter, ma Ginevra gli fece un cenno con la
testa per farlo tacere.
Mi alzai e raccolsi della legna. La legai insieme, mentre Ginevra mi osservava, cullando Liam.
Absolon era legato a un albero, privo di sensi. Ginevra lo aveva paralizzato di nuovo con la sua magia.
Mi assicurai che la struttura fosse solida. Avevo costruito una piccola barca per lui. Liam adorava le
barche. Ne aveva una di legno che Simon aveva intagliato per lui e si divertiva a farla galleggiare nel
piccolo lago sul retro del nostro giardino. Lo adagiai dolcemente all’interno e una lacrima scivolò sulla
mia guancia, mentre mi preparavo a dirgli addio.
«Aspetta.» Ginevra toccò il legno e un letto di fiori circondò il suo corpicino. Poi si chinò e
qualcosa spuntò dal terreno. Un’orchidea bianca. Lei sapeva quanto contassero per me. Era il fiore
preferito di mia madre, che ne teneva sempre una sul suo pianoforte. Io mi sedevo lì accanto e la
studiavo, mentre lei componeva nuove melodie solo per me. Ginevra la raccolse e me la offrì. Baciai il
fiore e poi lo adagiai sul grembo di Liam. Mia madre lo avrebbe protetto. Uno spasmo di dolore mi
fece singhiozzare, mentre il fuoco bianco scaturiva dal mio palmo. Vedendo che io ero paralizzato,
Simon spinse la barca verso il largo. Quando si fu allontanata, lanciai la mia fiamma e il legno
divampò, avvolgendo Liam nel calore del fuoco. Il mio fuoco... Il mio ultimo abbraccio.
Addio, mio piccolo guerriero.
44
SEDUZIONE E TENTAZIONE
Ero sprofondato sul divano, tra le mani stringevo la barca di legno di Liam. L’avrei custodita
per sempre, come il più prezioso dei tesori.
«Come stai?» mi domandò Ginevra, sedendosi al mio fianco. Avevamo osservato la pira
funebre per tutta la notte, finché il piccolo corpo di Liam non era diventato cenere. Solo allora, gli altri
erano riusciti a trascinarmi via. Poi Ginevra aveva disattivato lo scenario della foresta e il sogno di
essere padre era svanito insieme a quell’illusione. Ero stato ore, al buio su quel divano, a contemplare
la mia sofferenza. Iron mi era stato accanto tutto il tempo, come se avesse capito ciò che era successo.
Avevamo perso Gemma e ora anche Liam.
«Raccontamelo un’altra volta», la pregai con voce spenta. Il fuoco del dolore iniziava a lasciare
il posto al ghiaccio. «Dimmi tutto quello che sai.»
«Si chiama Adhémar. È uno dei dodici.»
«Sembra che tu li conosca bene.»
«Solo perché ero lo Spettro di Sophìa e come lei avevo dei privilegi. Non è mai una bella
esperienza incontrare i membri della Confraternita. La sola presenza dei Màsala ti tramortisce. In pochi
li hanno visti, perché sono entità superiori e non si mostrano mai a nessuno. Portano sempre un
cappuccio rosso, per nascondere il loro aspetto, ma io l’ho visto. È come se non avessero volto. I loro
occhi sembrano di vetro. Sono ciechi, perché vedono attraverso le anime. La loro voce è oscura come la
profondità degli abissi, il loro potere immenso.»
Capivo la sensazione che Ginevra doveva aver provato. Avevo incontrato uno dei Màsala,
quando volevo tirarmi indietro dal mio ordine di esecuzione per Gemma. Li avevo invocati, credendo
che non mi avrebbero ascoltato, invece uno di loro si era persino mostrato a me. L’intera foresta aveva
reagito alla sua presenza, il tempo si era congelato. I suoi occhi erano cavi, vuoti. Guardarli era stato
come guardare in un buco che si affaccia verso l’universo. Avevo avuto le vertigini. Allora non sapevo
ancora che fosse così importante per loro. Così importante da mostrarsi a me purché io la uccidessi.
Quello che non potevano prevedere era che lei si innamorasse di me.
«Non sappiamo perché hanno preso la vita di Liam. Dubito che fosse giunto il suo tempo, ma
ormai persino loro infrangono le regole. Forse temevano che Gemma lo avrebbe preso e usato in nome
del male.»
«Per farne cosa? Liam non aveva nessun potere. Era umano», la smentii. «Era solo un
bambino.»
«Forse non ne erano certi.»
«Così hanno fugato ogni dubbio portando via la sua anima!» esclamai, furioso.
«Salvandola», mi ricordò Simon, fermo nei suoi valori di Sotterraneo.
Già. Perché allora era così doloroso? Ancora una volta, il pensiero di tenere qualcuno con me
era più forte dei miei principi da soldato. Come quando avevo risparmiato Gemma. Salvarla allora le
avrebbe impedito di trasformarsi e servire il male. Uccidendola, le avrei risparmiato l’Inferno. Eppure
lo avrei rifatto altre mille volte, pur di stare con lei. Ero egoista, lo sapevo, ma non potevo farci niente.
Liam non sarebbe dovuto morire così presto. Serrai i pugni. Avevo perso mio figlio per sempre, ma
Gemma era ancora là fuori e io non avevo nessuna intenzione di lasciarla andare.
«So quello che devo fare», affermai, risoluto.
Ginevra mi fissò, sconvolta: aveva già capito.
«Adesso non c’è più niente che mi trattenga qui. Andrò all’Inferno e la riporterò indietro.»
«Sei impazzito?» si oppose lei. «È una follia e lo sai anche tu.»
«Evan, sei ancora sconvolto per la perdita di Liam. Rifletti, ti prego», mi ammonì Simon.
«L’ho già fatto.»
«Puoi continuare a provare anche da qui, lo sai.»
«E per quanto? Cos’ho ottenuto, finora? Settimane, mesi di frustrante attesa, per stare con lei
quanto? Cinque minuti? No. Non mi basta. Io ho bisogno di lei. Devo vederla, toccarla, convincerla a
cercare con me il suo passato. Non posso farlo se non ho abbastanza tempo.»
«Nemmeno il potere di Simon ha funzionato. Potresti non riuscirci mai.»
«Allora rimarrò con lei all’Inferno.»
«Sei già stato laggiù. Sei stato rinchiuso e torturato. Non puoi averlo dimenticato. Hai ancora le
cicatrici.»
«La cicatrice che ho nel cuore in questo momento è la più dolorosa», ringhiai, frustrato.
«Sei persino disposto ad accettare che sia Gemma a infliggertele? Puoi sopportare un simile
dolore?» mi mise in guardia Simon.
«Non ci andrò come prigioniero.» Lo guardai dritto negli occhi. «Mi lascerò rivendicare.»
«Non servirà. Sarà solo una resa», mormorò Ginevra.
«La decisione è presa. Risparmiate le vostre energie perché non cambierò idea.»
«Non voglio che tu lo faccia, ma ti serve un piano migliore di questo.»
«Non ce l’ho, mi dispiace. Ho provato a combattere per riportarla indietro, ma non ha
funzionato. Io devo andare. Lo devo a Liam. Non finirà così, non rinuncerò a noi.» Mi passai le mani
sulla testa. Tra di noi era calato il silenzio. Simon e Ginevra sapevano che non c’era nulla che potesse
farmi cambiare idea. «Non importa dove. Il mio posto è con lei.» Stare insieme. Combattere insieme,
pensai stringendo il pollice dentro il pugno. Quella promessa non era solo tatuata sulle nostre mani.
Quelle parole erano marchiate a fuoco anche in fondo al suo cuore, ne ero certo. Bruciavano ancora e io
avrei risvegliato il loro potere. A tutti i costi.
Simon mi posò una mano sulla spalla. «Hai ragione. Devi andare.»
Sollevai lo sguardo su di lui e anche Ginevra annuì, rassegnata. «Solo, non chiedermi di dirti
addio.»
Le sorrisi. «Non lo farò.» Mi alzai dal divano e la abbracciai. Poi colpii il pugno di Simon col
mio.
Ripensai al Cenote in cui si trovava la bocca dell’Inferno. Un luogo senza tempo che
nascondeva le sue insidie sotto uno strato d’acqua. Allora scappavo da un incubo. Adesso, stavo per
entrarci.
«Questo non è un piano. È una missione suicida», ci ammonì Peter.
«Tu perché sei ancora qui?» ringhiai, seccato. Mi ero dimenticato di lui. Peter si era nutrito del
Frutto, acquistando così la conoscenza sui nostri mondi. Eppure era ancora tutto nuovo, per lui, e gli
eventi lo avevano spiazzato, lasciandolo per tutto il tempo in silenzio.
«Ehi, perché continui a prendertela con me?» replicò, sprezzante, avvicinandosi.
Mi parai di fronte a lui, pronto ad affrontarlo.
«Calmatevi», s’intromise Simon. «Litigare non è utile a nessuno.»
«Voi siete pazzi.»
Sbuffai. «Tu lasceresti Gemma alle tenebre? Non dicevi di essere il suo migliore amico?»
«Proprio per questo trovo folle che tu vada laggiù da solo. Io voglio aiutarvi. Ci dev’essere
un’altra soluzione.»
«E tu che ne sai? Non hai passato gli ultimi mesi cercando un modo per riportarla indietro,
mentre la tua famiglia veniva fatta a pezzi.»
«Evan, non puoi biasimarlo se pensa che sia rischioso. Ha ragione.»
«Non ho bisogno di lui. E non ho bisogno nemmeno di stare qui a spiegarglielo.»
«A dire il vero, sì», mi smentì Ginevra. «Hai bisogno di lui.»
La guardai, dubbioso.
«Come farai a farti catturare, Evan?» chiese Simon. «Non possiamo aspettare che Gemma torni
sulla Terra, potrebbero volerci settimane.»
«Forse no», replicò la sua fidanzata. «Ha ucciso Peter per rivendicarlo, non si arrenderà così
facilmente. Tornerà a cercarlo molto presto.»
Riflettei sulle sue parole. Ginevra aveva ragione, dopotutto.
«Devo fare da esca?» protestò lui.
«Sei un genio, non lo avrei mai detto», commentai, sarcastico.
«Non litigate», ci sgridò Ginevra. «Abbiamo cose ben più importanti da discutere.»
«Peter, avevi detto che volevi renderti utile», gli ricordò Simon, e lui annuì.
«Te la senti di affrontare Gemma?» gli domandò Ginevra. «Bada bene, le Streghe ti affascinano
con la loro bellezza e soggiogano la tua mente, se non difendi i tuoi pensieri. Seduzione e Tentazione
sono le loro armi più potenti. Credi di essere abbastanza forte da resistere al potere di Gemma?»
«Posso farcela», replicò lui, determinato. «Non ho paura e non mi tirerò indietro.»
«Ancora non ci credo che tu sia un Sotterraneo», mormorai. Era strano vederlo lì, nel nostro
salotto, e parlare con lui di cose come Inferno, Streghe e rivendicazioni.
«Spiega perché è sempre stato attratto da noi... e soprattutto da Gemma», replicò Simon. «È
cresciuto insieme a lei perché i Màsala sapevano e gliel’hanno messo accanto.»
«Spiega anche la sua antipatia verso di me.» Ginevra gli lanciò un’occhiata provocatrice.
«Come anche la sua paura dei serpenti», aggiunsi, provando gusto a sottolineare i suoi punti
deboli. Non riuscivo a vederlo come un alleato, né a fermare la mia voglia di ucciderlo, soprattutto ora
che aveva così tanto potere su Gemma.
«È sempre stato più resistente al nostro potere», affermò Simon, «ma non potevamo
immaginare che avesse dentro di sé il gene dei Sotterranei.»
«Solo Sophìa può scovare i discendenti dei Figli di Eva. Ha imprigionato il suo potere in un
grande mappamondo, affinché tutte le Sorelle potessero conoscere i nemici. È anche lo strumento che
usa per piegare le forze della natura al suo volere. Sophìa è ossessionata dalla Terra e le piace giocare
con i mortali, le basta scegliere un punto del suo mappamondo e gettare in aria un po’ d’acqua, per
scatenare una tempesta, un’inondazione... o uno tsunami. Così semina panico, morte e distruzione. È
stata la più difficile delle sue magie. Dopo averlo creato, si è disgregata in migliaia di pezzi – farfalle
nere come la sua anima – tornando integra parzialmente», raccontò Ginevra, come se stesse rivivendo
quel ricordo. «Io ero con lei. Il suo bellissimo viso era come un puzzle incompleto. Ha perso i sensi per
lungo tempo, anche se io ero la sola a saperlo. Ero il suo Spettro e ho preso il suo posto finché lei non è
tornata.»
«Cosa fa uno Spettro?» domandò Peter.
«Prende il comando dell’Inferno e di tutte le sue creature», replicò lei in tono solenne. «Le
Sorelle sono unite da un Legame di uguaglianza, ma persino loro devono piegarsi agli ordini dello
Spettro. Chiunque sia stata designata ha il potere e non tutte sanno gestirlo. Per questo lo Spettro di
Sophìa è spietato e senza scrupoli.»
«Chi ha preso il tuo posto, dopo di te?»
«Devina. Nessuno merita lo scettro del male più di lei. Penso che sia ancora lei, il secondo in
comando dell’Imperatrice.»
«Credi che proverà ancora a sottomettere Evan, quando lui sarà al castello?» le domandò
Simon.
«Se Gemma lo rivendica, non potrà più avanzare diritti su di lui. Anche se, conoscendo Devina,
niente è da escludere. Quel che è certo è che conosce le tue vere intenzioni e proverà a ostacolarti.
Gemma si fida di lei, non sarà facile competere con questo.»
«Devina non ha nessun potere su di me, non ne ha mai avuto. La combatterò, come ho sempre
fatto.»
Ginevra annuì.
«Adesso che facciamo?» domandò Peter, incerto.
«Aspettiamo. Sarà lei a trovarti, quando sarà il momento», replicò Ginevra. Poi lanciò a Simon
un’occhiata eloquente. Lui si avvicinò a Peter e lo afferrò per la nuca, guardandolo dritto negli occhi.
Le vene sul suo viso si agitarono, mentre un ricordo nero le percorreva, correndo verso Simon. «Torna
a casa», gli ordinò.
Lui annuì e scomparve.
«Perché lo avete fatto?» domandai loro, incerto.
«Ho cancellato solo il ricordo di questa conversazione. È meglio che lui non sappia il nostro
piano o Gemma scoprirà subito che lui è un’esca. Non sa ancora schermare la mente.»
«Per lui però è più pericoloso. Riuscirà a resistere al potere di Gemma?»
«È un Sotterraneo», replicò Simon. «Sa qual è il suo posto.»
«Ma lui la ama e questo non è cambiato. Non le farà del male, anche se sa che è una Strega. Lei
però potrebbe farne a lui.»
«È per questo che dobbiamo agire in fretta.»
«Sono d’accordo con te», annuì Ginevra. «Dubito che resisterà alla Seduzione di Gemma.
Dobbiamo arrivare da loro prima che sia troppo tardi o avremo un altro problema. Dobbiamo tenerci
pronti.»
«Quanto credi che passerà prima che lei torni a cercarlo?» le domandò Simon.
Ginevra sorrise. «C’è una cosa che noi Streghe abbiamo in comune.»
«Cosa?»
«Odiamo aspettare.»
«È già qui», mormorai, corrugando la fronte. In casa nostra, Peter era stato nascosto dalle
barriere di protezione ma, una volta fuori, lei lo aveva trovato.
«Ci siamo.» Ginevra venne di fronte a me, negli occhi una nota di amarezza perché quello
poteva essere un addio. Nessuno di noi sapeva se sarei più tornato.
Avrei lasciato che Gemma mi rivendicasse e c’era un unico modo in cui avrebbe potuto farlo:
con il morso del suo serpente. La prima volta che il veleno di una Strega mi aveva ucciso, la morte mi
aveva strappato a lei. Adesso, invece, era la mia unica speranza di riconquistarla. Il bruciore era ancora
vivido, nella mia mente, come un fuoco nelle vene. Ma ormai non avevo più paura.
Ginevra fissò gli occhi nei miei. «Sei pronto a morire per Gemma?»
«Fin da quando l’ho incontrata», replicai, sicuro.
Simon mi strinse in un rude abbraccio. «Buona fortuna, fratello mio.»
Mi allontanai per guardarlo, i miei occhi che divenivano grigi, mentre mi trasformavo. «Temo
che stavolta mi servirà.»
Lui e Ginevra mi fissarono in silenzio, mentre io svanivo per correre incontro alla morte.
Incontro a Gemma.
GEMMA
45
BACIO DI TENEBRA
Uno sciame di farfalle nere mi danzò intorno, cercando di adularmi. Sentivano il potere che
emanavo, un potere che loro alimentavano. Sophìa si era allontanata, lasciandomi nel suo giardino nel
bel mezzo del Raccolto. Solo lei poteva smistare le Anime, ma io ero il suo Spettro, adesso, e avevo
diritto ad alcuni privilegi. Nessun’altra aveva il permesso di assistere allo Smistamento. Per alcune, il
giardino di Sophìa era addirittura un’utopia. Chiusi gli occhi e allargai le braccia, lasciando che le
Anime si posassero su di me, venerandomi e modellandosi sul mio corpo come facevano con
l’Imperatrice.
Una di loro si posò sulla mia mano e io la osservai attentamente. Aveva ali possenti, che
muoveva con decisione. Il mio Dakor ne percepì la forza e si materializzò. Tutte le farfalle volarono via
come un’esplosione, ma lei non si mosse. Doveva essere un’Anima interessante. Il mio serpente sibilò,
avvicinandosi a lei, ma io lo richiamai, calmando i suoi impulsi. La volevo per me. Sapevo che era
proibito, ma la curiosità di scoprire chi fosse era troppo forte, così sprigionai i miei feromoni,
richiamando subito lo sciame. La farfalla captò la mia energia e mi morse, desiderando nutrirsene.
Pochi istanti dopo, un uomo prese forma davanti ai miei occhi. Muscoloso, testa rasata, sporco e con
una cicatrice su uno zigomo. Aveva l’aspetto di un barbaro guerriero, l’aria così virile che sembrava
impossibile fosse solo un’Anima mortale e non quella di un Sotterraneo.
L’uomo si inchinò a me, appoggiando a terra il ginocchio. «Ai vostri ordini, mia regina», disse,
sottomettendosi al mio potere.
Era un assassino di primo Rango. Lo avevo sentito nel momento in cui mi aveva morso. Era
così che Sophìa smistava le Anime. Attraverso il Bacio della Farfalla. Sophìa leggeva dentro di loro,
riconosceva ogni più nera sfumatura nelle loro anime e le smistava in base ai crimini commessi,
assegnando loro il Rango... la pena che avrebbero dovuto scontare. Primo Rango, secondo e poi via con
il terzo, classificandole nelle centinaia di sottocategorie. Le farfalle danzavano in aria, seguendo i suoi
ordini, aspettando bramose il proprio turno. Poi le grandi vetrate sul soffitto si aprivano come un fiore e
loro venivano sputate all’Inferno, il loro nuovo regno. Un’anima come quella di quel guerriero era
molto ricercata, durante la Caccia per l’Opalion, ma prima di reclutarli dovevano superare la grande
prova dell’Inferno: sopravvivere per dimostrare di esserne degni. Se rimanevano Assennati,
dimostravano la loro forza. Solo i più duri, tuttavia, resistevano.
Durante i Giochi, raramente i Dannati sopravvivevano ai Sotterranei, ancor meno ai nostri
Campioni. Questo però aveva un’aria impavida e un corpo molto possente. Forse avrei dovuto tenerlo
per me... La tentazione era troppo forte, ma sapevo che Sophìa non avrebbe approvato. Di sicuro sarei
andata a cercarlo.
Se sarai abbastanza forte da resistere, un giorno ti troverò e tornerai da me.
«Che stai facendo qui?» tuonò la voce di Devina.
Il mio Dakor scattò e morse il guerriero, che si vaporizzò in polvere.
«Un vero peccato», mormorai, alzando le spalle.
«Non puoi risvegliare le Anime dell’Imperatrice. Non è compito tuo.»
«Le stavo solo contemplando. È proibito anche questo?»
La mente di Devina era in subbuglio. Aveva saputo che Sophìa aveva passato a me lo scettro
del comando e questo doveva averla irritata. I suoi pensieri, tuttavia, erano lontani e insondabili. Perché
continuava a tenermi fuori? Sapevo che era furiosa con me, cos’altro aveva da nascondere?
«Ho saputo che Sophìa ti ha fatto un grande dono.»
«Sì, ci sarà presto un Opalion in mio onore e tutti sapranno che sono il suo nuovo Spettro.»
«Le mie congratulazioni. Ma non mi riferivo a quello.» Devina mi scrutò, lo sguardo furbo.
«Parlo di quel giovane, Peter. Non sei riuscita a prenderlo, a quanto pare.»
«Non ancora», la corressi. «Lui è già mio, è solo una questione di tempo.»
«Lo spero. O sarebbe una vera delusione, per l’Imperatrice...»
La fulminai con gli occhi.
«Che mi dici dell’altro, Evan? Non hai ancora preso nemmeno lui? Non volevi che fosse il tuo
Campione?»
Ripensai al Sotterraneo e alla sua sfacciataggine. C’era qualcosa in lui che mi irritava e mi
attraeva in eguale misura. Devina aveva provato a sottometterlo per secoli, senza riuscirci. Forse avrei
dovuto lasciare a lei quella tediosa impresa perché lui non aveva fatto che insinuare dubbi nella mia
testa. Ero lo Spettro, adesso. Avevo ottenuto ciò che più desideravo. «Puoi tenertelo», affermai, e lei mi
sorrise, entusiasta, dimenticando le nostre avversità. Era mia Sorella e, in fondo, glielo dovevo per
averle sottratto il comando.
D’altro canto, Peter sembrava un bel bottino da rivendicare... Non lo sentivo più, da quando era
scomparso. Di sicuro quei due guastafeste gli avevano mostrato la via per nutrirsi. Ora aveva la
conoscenza, doveva aver acquistato anche i suoi poteri da Sotterraneo, ma questo non mi avrebbe
impedito di sottometterlo.
Come se avesse sentito il mio bisogno di lui, avvertii di nuovo la sua anima.
«Bene, suppongo che tu abbia una faccenda in sospeso da risolvere», commentò Devina, che
aveva letto i miei pensieri.
«Pensi tu al Raccolto di Sophìa?» le domandai.
«Ma certo.» Devina mi sorrise. «L’ho sempre fatto, dopotutto.»
Mi avvicinai a lei e la baciai sulla bocca. «Grazie. Sei la migliore delle Sorelle. Ora vado. Mi è
stato fatto un regalo. È ora di rivendicarlo.»
Seguii il richiamo del ragazzo e mi materializzai da lui. Era di spalle, ma quando percepì la mia
presenza si voltò di scatto.
«Girati di nuovo, ti stavo ammirando», lo ammonii, maliziosa. Aveva glutei sodi e un corpo
allenato.
«Gemma...» mormorò lui, agitato. D’un tratto respirava affannosamente. Era ancora legato alle
abitudini umane, sebbene non avesse più bisogno dell’aria. I novellini erano così teneri. Appoggiò la
schiena al banco, le mani serrate sui bordi nell’inutile tentativo di mantenere il controllo.
«Mi stavi aspettando?» gli domandai, con voce carismatica.
Vedendo che mi avvicinavo, lui non si scostò, accogliendomi tra le sue gambe. «Devi
andartene. Non voglio lottare contro di te.»
Gli scostai i ricci dalla fronte, mentre lui mi fissava le labbra, in balia delle emozioni. «Io non
voglio lottare. Noi due siamo legati. Non lo senti anche tu?» sussurrai. «Non ti farò del male. Voglio
solo un bacio.» Avvicinai le labbra e lui rimase paralizzato. Non avevo ancora sprigionato il mio potere
seduttivo, eppure sembrava già totalmente soggiogato da me. Sorrisi. Prenderlo sarebbe stata una
passeggiata. Forse però avrei potuto giocare un po’ con lui, prima. «Puoi toccarmi, se vuoi», gli
sussurrai, guidandogli le mani sui miei fianchi.
Lui mi sfiorò il collo con il naso, le mani che gli tremavano. Leggevo il suo desiderio di me nei
suoi pensieri. Lui mi voleva, mi aveva sempre voluto. E ora poteva avermi. Eppure una parte di lui mi
resisteva: il Sotterraneo in lui che si ribellava alla Strega.
«Forse Devina ha ragione», mormorai, e lui mi ascoltò attentamente. «Quello di Sophìa è stato
un grande dono.»
Se io lo avessi preso, avrei colmato quella parte di me che voleva ricongiungersi al passato.
Rivendicarlo sarebbe bastato a dissetare la mia sete.
Peter era un Sotterraneo affascinante, aveva sempre amato la vecchia Gemma e avrebbe
imparato ad amare anche quella nuova. Presto ci sarebbe stato un Opalion in mio onore e io avevo
bisogno di un Campione. Accarezzai i muscoli sulle sue braccia. Lui era forte e sarebbe stato affidabile
e leale. Avvicinai la bocca al suo orecchio ed emanai il mio potere seduttivo. Il mio Dakor uscì,
sibilando per l’impazienza, ma lui nemmeno se ne accorse.
Mi morsi il labbro, facendo stillare una goccia di sangue. «Ho trovato il mio Campione,
finalmente», sussurrai. Avvicinai la bocca a quella di Peter e lui fu sul punto di sfiorarla.
«Ferma!» Una voce tuonò nella stanza, spezzando l’atmosfera.
Mi voltai di scatto e i miei occhi si incastrarono in quelli di Evan, affilati come il ghiaccio.
«Sarò io il tuo Campione», affermò, deciso.
Tagliai la distanza e in un attimo fui davanti a lui. «Stai mentendo.» Studiai il suo sguardo e lui
non si oppose al mio esame, lasciò che io vagassi nella sua mente, che frugassi tra i suoi pensieri.
«Non ho più niente da perdere», mormorò, risoluto.
Il mio Dakor si avvicinò al suo viso e lui non si mosse, lo sguardo temerario fisso nel mio. Non
c’era ombra di paura nei suoi occhi.
«È un’offerta allettante», ammisi. Devina aveva cacciato quel Sotterraneo per secoli e ora lui si
stava offrendo a me. Non come prigioniero, ma come mio Campione.
«Allora non lasciartela scappare», mi provocò, lo sguardo fiero e tagliente.
«Di solito siamo noi a darvi la caccia, ma tu sei ostinato. Perché? Sei disposto a morire
spontaneamente?»
Lui chinò la testa e mi prese la mano. «A volte è necessario morire per poter rinascere.»
Osservai i nostri palmi uniti e scossi la testa, scacciando i dubbi. «Bene. Allora morirai per me.»
Mi sfiorai il labbro con un dito, intingendolo di sangue, e poi lo passai sulla sua bocca.
Lui lo accolse, accarezzandolo con la lingua e un’immagine mi esplose nella testa.
Non voglio più stare lontano da te, Gemma. Promettimi che non te ne andrai da me.
Sa?vicara?am. Sa?yodhanam. Stare insieme. Combattere insieme.
Il mio cuore ti apparterrà per sempre.
Allontanai di scatto il dito, sconvolta, mentre un brivido mi scuoteva dentro. Ero stata io a
pronunciare quelle ultime parole. Lo fissai negli occhi.
Cos’era successo? Cosa avevo visto? Eravamo noi due stretti in un abbraccio disperato. Come
se fosse un mio ricordo.
No. Non era possibile, mi stava ingannando. Ma io non sarei caduta nel suo gioco. Gli afferrai il
mento e sfiorai le sue labbra con le mie, assorbendo la sua essenza col mio bacio di tenebra.
«Evan, no!» gridò Ginevra, apparendo nella stanza, ma il mio Dakor attaccò, affondando le
fauci nel collo del Sotterraneo, mentre lui mi fissava, scosso dai primi tremori. Percepii il dolore che
provava attraverso la sua mente, ma non c’era traccia di paura in lui.
Poi svanì. Destinazione, Inferno.
Afferrai il Dreide che portavo al collo e lo osservai, mentre una luce tenue lo riempiva.
Sorrisi. La sua anima era mia.
46
DOLCE VELENO
Mi materializzai in una delle nostre stanze dei ribelli o, come le chiamavano loro, le Grotte
delle Torture. In genere finivano lì solo i Sotterranei che non si piegavano. Quelli rivendicati, invece, li
lasciavamo liberi, perché avevano già ceduto la loro anima a noi. A Evan, tuttavia, avrei riservato
un’accoglienza diversa. Ginevra aveva letto la mia mente, poco prima che lo prendessi, e aveva tentato
di fermarlo. L’avrebbe pagata, per quell’ultimo scherzetto che aveva tentato di giocarmi.
Evan apparve di spalle di fronte a me, si guardò intorno e capì subito dove si trovava.
Si girò di scatto e mi fissò con coraggio. «Che vuol dire? Perché sono qui?» domandò, furioso.
Sorrisi e afferrai la sua maglietta, strappandogliela di dosso. «Questa non ti servirà.» Lo
osservai, mentre lui non staccava gli occhi da me.
Due Druse si avvicinarono, per scoraggiare i suoi tentativi di ribellione.
«Prendetelo», ordinai loro, e gli diedi le spalle.
Lui si ribellò e si liberò dalle mie Sorelle, afferrandomi bruscamente il polso. «Gemma,
aspetta!»
Due pantere balzarono accanto a lui, ringhiando minacciose.
«Ferme!» ordinai loro. Inclinai lo sguardo verso il Sotterraneo, senza voltarmi. «Lasciami»,
sibilai, la voce così gelida che lui lasciò la presa. «Rinchiudetelo. Ma prima fategli una doccia.»
«Agli ordini», replicarono le mie Sorelle, inchinandosi a me.
«Agli ordini?» domandò Evan, sorpreso. «Che significa?»
Sorrisi e mi girai verso di lui. «Che qui comando io.»
Il Sotterraneo sgranò gli occhi, la mente che si perdeva in quelle parole. Le mie Sorelle lo
fecero inginocchiare e gli legarono le mani dietro la schiena con catene avvelenate.
Gli diedi le spalle e, con un balzo, raggiunsi una delle alte finestre. Mi voltai a guardarlo
un’ultima volta e trovai i suoi occhi grigi puntati su di me. Sbuffai, seccata. Chi credeva di essere? Era
un Sotterraneo come tutti gli altri. E io adesso lo avevo rivendicato. Se pensava di poter avanzare dei
diritti, lo avrei messo al suo posto. Sfoderai i pugnali e li piantai sulla parete sopra di me. Mi tirai su e
iniziai a scalare le mura del castello.
L’aria era fresca, nella semioscurità del regno. Mi piaceva stare in alto, sempre più in alto.
Quello che mi serviva, dopo tutte quelle strane emozioni, era il mio Sauro. Raggiunsi il tetto e andai a
svegliarlo nelle stalle. Lui mi accolse con un nitrito di entusiasmo, mentre tutti gli altri si inchinavano
al mio cospetto.
Accarezzai Argas e lui spiegò le ali possenti. Mi issai sulla sua groppa e lo spronai al galoppo, il
rumore degli zoccoli che echeggiava nella notte silenziosa.
«Vai, Argas», sussurrai nella sua mente. «Portami lontano.»
E lui spiccò il volo, intuendo il mio bisogno.
Volevo sentirmi libera, solo che da un po’ non ci riuscivo. La mia mente era prigioniera del
passato, dei dubbi, di quegli occhi di ghiaccio. Abbassai le palpebre e alzai la testa, lasciando che il
vento mi sferzasse il viso. Speravo che si portasse via quei pensieri che mi tormentavano, ma fu inutile,
e l’immagine che avevo visto tornò a riempirmi la mente.
Promettimi che non te ne andrai da me.
Il mio cuore ti apparterrà per sempre.
Cos’era quel flash? Possibile che fosse davvero un mio ricordo?
Argas sorvolò il vulcano e io gli ordinai di calarsi al suo interno. Placai la furia dell’eruzione,
che si ridusse a un borbottio sulla superficie. La natura si piegava a ogni mio desiderio perché io ero la
sua regina. Il mio Sauro atterrò su una sporgenza rocciosa, facendomi scendere dalla sua groppa. Il
calore mi arrossava le guance. L’aria era incandescente, ma nemmeno quelle temperature avrebbero
scalfito il mio corpo invincibile. Al contrario, una forte dose di veleno bollente era quello che ci voleva.
Forse mi avrebbe schiarito la mente. Sganciai il corsetto e sfilai le armi, insieme a tutti i vestiti. Mi
immersi nel liquido, sentendo la sua energia che mi avvolgeva. Il veleno era proprio come me: letale e
pericoloso. Sotto la superficie, sentii il battito del cuore del mio Dakor, intossicato da tutto quel potere.
Poi riemersi lentamente, gli occhi che bruciavano, riflettendo bagliori viola. Erano gli occhi del mio
Dakor, che esultava dentro di me. Ero una creatura dell’Inferno. Io ero l’Inferno.
Nuotai dentro il vulcano, ripensando a Evan. Avevo avuto il flash nel momento in cui avevo
sentito la sua lingua sul pollice. Quel contatto aveva scatenato un’energia, tra noi, o forse era stato
qualcos’altro.
Cos’era cambiato in me, negli ultimi tempi?
Doveva esser stato l’incontro con quei due ragazzi al fiume, a destabilizzarmi. Anche attraverso
la loro mente avevo visto delle immagini di me ed Evan insieme. Cosa poteva mai voler dire? Avevo
sbagliato a lasciarli andare. Dovevo trovarli e ucciderli. Con lei sarebbe stato facile, era solo un’Anima
Dannata. Quell’altro, invece – Drake –, era un Sotterraneo e non poteva morire. Ma avrei trovato il
modo di metterlo a tacere. C’era sempre spazio nelle nostre prigioni per i ribelli. Ed era lì che avrei
rinchiuso anche Evan. Tutto sommato, era stata una grande vittoria, non vedevo l’ora di mostrare a
Sophìa il mio trofeo.
Sorrisi. Devina non avrebbe creduto ai suoi occhi.
Avrei dovuto ordinare che Evan venisse portato alle terme, dove stavano i Campioni con le
proprie Amishe. Invece avevo deciso di dargli accesso solo alle docce, dove venivano mandati i ribelli,
anche se si era concesso a me e io adesso custodivo la sua essenza più profonda all’interno del mio
Dreide. Perché non riuscivo a trattarlo come gli altri? Perché sentivo ancora il bisogno di combatterlo?
Chiusi gli occhi. Mi aveva annebbiato la mente, costringendomi a stare in guardia. Eppure, ora che lo
avevo rivendicato, non potevo più nascondere il mio desiderio di lui, di osservarlo attentamente, mentre
lui si sottometteva a me.
Riaprii gli occhi: il paesaggio intorno a me era mutato. Non ero più nel vulcano. Mi guardai
intorno, confusa. Sentii il rumore dell’acqua che si abbatteva furiosa sulla roccia e mi avvicinai,
sbirciando dietro le mura. Evan era di spalle, completamente nudo, le mani appoggiate alla parete, i
muscoli contratti, la testa china mentre l’acqua scivolava sulla sua pelle dorata in una sensuale carezza.
Il cuore mi batteva forte. Com’ero finita lì? E perché provavo quelle strane sensazioni? Mi sentivo
vulnerabile. Mi avvicinai, obbedendo al disperato bisogno di toccarlo, al bruciante desiderio di sentire
le sue mani su di me... come un dolce veleno. Lui si voltò, con i capelli bagnati sulla fronte, e i suoi
occhi grigi si incastrarono nei miei. Deglutì, in balia delle emozioni, e guardò il mio corpo nudo. I suoi
pensieri si persero, vagando alla deriva. E io spinsi il mio potere seduttivo fino a lui, mentre avanzavo
sotto il getto dell’acqua. Lui sembrava ammaliato da me, ma non come succedeva con gli altri. C’era
una scintilla di consapevolezza nei suoi occhi.
Passò il pollice sulle mie labbra bagnate e le contemplò per un momento, lasciando che io
leggessi il desiderio nella sua mente. Poi mi baciò, un bacio dolce e sensuale che presto si trasformò in
un bisogno disperato. Evan annullò la distanza tra noi e m’intrappolò contro la parete, i nostri corpi
nudi che si toccavano, mentre io mi abbandonavo al suo bacio.
Il nitrito di Argas mi riempì la mente, riportandomi indietro. Mi guardai intorno, disorientata.
Ero ancora al vulcano. Cosa diavolo era successo? Avevo immaginato tutto? Non era stato un
altro flashback del passato. Era stata una visione del presente. Sembrava così vera che non riuscivo a
credere che fosse avvenuta soltanto nella mia mente. Ancora gocciolante, raggiunsi Argas. Forse tutto
quel veleno mi aveva provocato un’allucinazione?
Mi rivestii e saltai in groppa al mio Sauro, ancora scossa da quella visione. Forse avevo fatto
male a rivendicare quel Sotterraneo che mi aveva dato la caccia con così tanta ostinazione. Forse avrei
dovuto davvero lasciarlo a Devina. Eppure era stato più forte di me. Le sfide mi eccitavano. E lui era
diverso. Scatenava in me sensazioni che mi sforzavo di combattere, ma da cui tuttavia ero attratta. Per
questo la mia mente era corsa a cercarlo?
Volai fino al castello e mi precipitai da lui, facendo sbattere la porta della cella dietro di me. Lui
era seduto a terra, la schiena contro il muro e le mani incatenate appoggiate alle ginocchia.
Alzò la testa e i suoi occhi grigi brillarono nella semioscurità, trovando subito i miei.
«Bentornata», commentò, con sarcasmo.
Sondai i suoi pensieri. Era ancora turbato dal mio ruolo di comandante e dall’accoglienza che
gli avevo riservato. Tuttavia non si arrendeva. Non avevo mai conosciuto un Sotterraneo più ostinato di
lui. Ma alla fine lo avrei piegato al mio volere.
«È così che tratti il tuo Campione?» mi sfidò lui, con arroganza.
Mi avvicinai e piantai il tacco del mio stivale tra le sue gambe. «Quel ruolo dovrai prima
guadagnartelo.»
Lui si alzò lentamente, sfiorando il mio corpo col suo. Poi mi guardò dritto negli occhi. Era
irritante quella scintilla che li accendeva. Non era un ribelle, ma nemmeno un sottomesso. Non voleva
lasciarsi piegare. Era lui che voleva piegare me, ma io non lo avrei mai permesso.
«La tua mente è diversa dalle altre. Non è abbastanza affidabile. Ciò che più contraddistingue
un Campione è la lealtà verso la sua Amìsha.»
«Puoi fidarti di me», replicò lui. «Ma scommetto che non è questo il tuo vero problema. Forse,
temi di non poterti fidare di te stessa.»
«Sciocchezze!» replicai, irritata, distogliendo lo sguardo. «Non credere di essere l’unico ad
aspirare a quel posto.» Mi avvicinai al Sotterraneo di guardia, che ci fissava oltre le sbarre della cella.
Al mio comando, un’asta si disintegrò in migliaia di schegge e lui venne verso di me, totalmente in
balia del mio potere. «Ho rivendicato molti di voi, da quando sono qui. Chiunque di loro potrebbe
diventare il mio Campione.» Toccai il petto muscoloso del Sotterraneo, lo sguardo fisso in quello di
Evan in una tacita sfida.
Lui si infuriò, i suoi pensieri divennero una nube nera pronta a scatenarsi, gli occhi grigio
burrascoso.
Sorrisi e attirai la guardia a me, sfiorandole l’orecchio con le labbra. Lui reagì e mi afferrò i
fianchi, bramando un mio bacio, ma un ringhio di rabbia riempì la cella quando Evan si scagliò contro
di lui con tutte le sue forze, scagliandolo a terra. Poi mi bloccò contro la parete, le mani ancora legate e
gli occhi grigi fissi nei miei. Il Sotterraneo si alzò per affrontarlo, pronto a proteggermi, ma io sollevai
una mano e lo bloccai. Lui si inchinò a me, mentre il mio sguardo restava fisso su Evan. Ero sempre
più incuriosita da lui. Forse la chiave per scoprirlo era assecondarlo. «Calmati, soldato. Cosa ti fa
credere di essere tanto speciale?»
«Il tuo corpo», replicò lui, sfacciato. «Tu sei attratta da me.»
«Io sono attratta da tutti voi.»
«Non c’è nessuno che ti attrae più di me, ammettilo», mi sfidò.
Serrai gli occhi sui suoi, tenendo testa alla sua insolenza. «Tu non hai nessun effetto su di me»,
mentii, scandendo le parole.
«Non mi sembravi tanto indifferente, poco fa, nelle docce.»
Trasalii, scioccata. Cosa stava dicendo? Non era stata soltanto una visione nella mia testa?
«Sembri sorpresa.»
«Sei stato tu?»
«No, affatto. Sei tu che sei venuta a cercarmi. Io ero nella doccia. Ti pensavo e poi d’un tratto
eri lì. Hai lasciato che io ti baciassi», aggiunse, compiaciuto. «Poi sei scomparsa e io mi sono ritrovato
di nuovo con le mani sulla parete, come se non fosse mai accaduto. Ma io so che non è così.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché lo avevi già fatto prima.»
Gli voltai le spalle, nervosa. «Stai mentendo.»
«Non è così! E tu lo sai. Leggimi la mente, se non mi credi.»
«Non mi fido della tua mente.»
«Non ti fidi nemmeno della tua? Anche tu hai vissuto quel momento nella doccia con me. È
stato il nostro desiderio a spezzare i confini che ci separavano.»
Il Nirvana. Trascende i corpi così che gli spiriti siano liberi di seguire i loro desideri. Anima e
mente in un mondo solo loro.
«Non è possibile», mormorai. «Solo Sophìa ha un potere così grande.» Era lo stesso che lei
aveva imprigionato nella sfera. Quel Sotterraneo era capace di risvegliarlo in me.
Evan si avvicinò dietro di me e la sua bocca mi sfiorò l’orecchio. «Le nostre menti sono
legate.»
Sfregai la guancia contro la sua, sopraffatta dall’energia che vibrava tra noi. Scossi la testa.
«Non c’è nessun legame!» ringhiai, furiosa.
Lui mi prese la mano e la sollevò davanti ai nostri visi. «Allora come te lo spieghi questo?»
Fissai i nostri due tatuaggi, mentre lui non staccava gli occhi da me. Non c’erano dubbi che
avessero la stessa grafia. Perché? Non aveva senso. Come poteva la mia vita prima di Sophìa essere
legata a quella di un Sotterraneo?
«Dammi una possibilità», sussurrò.
«Perché dovrei crederti?»
«Perché io sono il tuo sposo.»
«È ridicolo.»
«No, non lo è. Scommetto che le tue Sorelle non ti hanno detto nemmeno questo.»
«Anche se lo avessero fatto, non avrei mai creduto a una simile bestemmia. Tu sei un Figlio di
Eva.»
Il Sotterraneo passò le mani incatenate sopra la mia testa e mi attirò a sé con dolcezza,
intrappolandomi tra le sue braccia. «Tu non sei sempre stata qui. Prima eri con me», sussurrò sulle mie
labbra. «Mamåtmå mari, yati tvayå saha.»
Corrugai la fronte. Il mio spirito morirà con te e risorgerà con te. Quelle parole per me non
volevano dire niente, ma sembrava che per lui fossero importanti. C’era qualcosa che mi sfuggiva...
Le sue labbra giocarono con le mie, bramose. Forse, invece, stava tentando di annebbiarmi la
mente. Devina mi aveva detto che era pericoloso. Eppure...
Appoggiai le mani sul suo petto e lo spinsi contro la parete, prendendo il controllo. Subito sentii
la sua erezione contro di me. La toccai attraverso i pantaloni e lui mi morse il labbro. Veloce come uno
spettro, mi afferrò le natiche e mi attirò a sé, invertendo le nostre posizioni. La sua bocca si muoveva
avida sul mio collo, il corpo che premeva contro il mio, le sue mani che mi incendiavano tenendomi
stretta per i glutei.
Il mio Dakor si svegliò, inebriato dalla sua presenza, e il suo sibilo mi ridestò.
Afferrai il mio pugnale e gli premetti la lama sulla gola, fermandolo all’istante. I suoi occhi mi
fissarono, pieni di sfida. Una parte di me era irrimediabilmente attratta da lui. Si era concesso a me, mi
aveva donato la sua anima perché la rivendicassi, tuttavia non riuscivo a sottometterlo. C’era sempre
quella scintilla ribelle nei suoi occhi di ghiaccio. «Siamo noi che vi diamo la caccia», sibilai, infuriata.
«Siamo noi a giocare con voi. Non il contrario.»
«Questo non è un gioco», replicò lui, autoritario.
«Lo è per me.» Spezzai le sue catene e lo superai, con i pugnali ancora stretti in mano, ma,
prima che uscissi dalla porta, un’ombra in un angolo attirò la mia attenzione. Non c’era niente, ma,
nell’istante in cui guardai, un’immagine mi folgorò la mente.
Gromghus, è così che ti chiami?
Chi siamo non ha più importanza qui dentro.
«Gemma, che ti succede?»
Riemersi dalla visione e mi voltai a guardare Evan, che sembrava preoccupato. «Gromghus»,
mormorai tra me, per ricordarmelo. Sentivo che quel nome era importante, ma non sapevo perché.
Cos’era successo? Avevo visto una strana creatura che nascondeva il viso in un logoro cappuccio e io
ero insieme a lei.
«Cos’hai detto?» mi domandò Evan, che adesso sembrava sconvolto. Forse lui aveva la
risposta?
«Chi è Gromghus? Smettila di mettermi immagini nella testa!» scattai, furiosa.
«Non sono immagini. Sono ricordi», esclamò, sorpreso, gli occhi che si illuminavano. «Il potere
di Simon sta funzionando!»
«Che potere? Che mi avete fatto?!» Sentii un fuoco crescermi dentro fino a esplodere. Un’onda
di energia si propagò da me e colpì Evan in pieno petto, mandandolo a sbattere contro la parete.
Lo osservai, con le ginocchia e i palmi a terra. Quel Sotterraneo mi stava intossicando. Perché
mi ostinavo a cercarlo? Strinsi forte il pugnale. Quella storia doveva finire. Non aveva più importanza
se fossero menzogne o se quel Figlio di Eva facesse davvero parte del mio passato. L’Inferno era il mio
mondo, adesso. E io ero la sua regina. Mi avvicinai a lui e mi chinai. Lui sollevò appena la testa, i
capelli scuri che gli ricadevano sulla fronte. «Manderò le mie ancelle a prepararti», lo avvisai, gelida.
«Hai un’ultima occasione per mostrarmi la tua lealtà. Se vuoi diventare il mio Campione, dovrai
dimostrare di esserne all’altezza.»
Il mio Dakor scattò, affondando i denti sulla sua carne. Lui sollevò gli occhi a guardarmi
un’ultima volta. Poi cadde su un fianco e io mi alzai, allontanandomi verso la porta, mentre lui lottava
contro il veleno per non perdere i sensi.
«Adesso riposati, soldato», gli dissi prima di chiudere la porta. «I Giochi stanno per iniziare.»
EVAN
47
IMPERDONABILE AFFRONTO
Un mormorio mi riportò alla luce: «Com’è carino!»
Cos’era successo? Davvero Gemma aveva rievocato un vecchio ricordo? O era stato solo un
sogno?
«Sstt! Vuoi farti ammazzare?»
«Freia ha ragione. La padrona lo ha rivendicato. Non hai il permesso di dire certe cose.»
«Se lo ha rivendicato perché lo tratta come un prigioniero, allora?»
«Zitta! Si sta svegliando!»
Lottai per riemergere dall’oscurità. Quando ci riuscii, tre giovani mi sorrisero.
«Bentornato», mi accolse una di loro, mentre le altre ridevano, mettendo via delle erbe.
Dovevano averle usate per risvegliarmi. Fumavano ancora e le mie narici erano piene di quell’odore
dolce e speziato.
«Chi siete? Cosa volete da me?»
«Io sono Emayn», si presentò la più vivace. «Lei invece si chiama Meryall. E lei è...»
«Siamo Mizhye», tagliò corto l’ultima. «Dobbiamo prepararti per l’Opalion.»
Avevo sentito il suo nome, mentre mi stavo risvegliando. Freia.
«Perché? Non è la prima volta che partecipo ai Giochi», rivelai loro. Durante la mia prigionia,
avevo partecipato molte volte a quello che loro chiamavano il «Cerchio», ma mai avevo avuto bisogno
di preparazioni. Mi avevano semplicemente gettato nell’Arena e avevo lottato finché avevo avuto le
forze per difendermi.
«Stavolta è diverso. Sei stato scelto dalla nostra Signora, combatterai come suo Campione. Lei
è lo Spettro di Sophìa, adesso. E oggi tutti si piegheranno a lei, quando lo sapranno.»
Provai una fitta di amarezza, per quella notizia. Voleva dire che il diavolo in persona aveva
riconosciuto la sua malvagità. Sospirai, ripensando al morso del suo serpente. Io stesso avevo provato
quella crudeltà sulla mia pelle e il suo veleno faceva più male persino di quello di Devina.
«Dov’è adesso?»
«Non deve interessarti. Verrà lei da te, quando sarà il momento.»
Scossi la testa, cercando di ricordare cosa fosse vero e cosa invece avessi sognato dopo aver
perso i sensi. Se Gemma iniziava a ricordare, forse c’era davvero una speranza.
«Dove siamo?»
«Nelle palestre attorno al Cerchio. Tutti gli altri Campioni si stanno preparando, in questo
momento.»
Mi guardai intorno. Era una stanza luminosa, piena di armi e attrezzi.
«Oh, non pensarci nemmeno», mi ammonì Meryall, pensando che volessi approfittarne per
scappare. «Le pantere sono già qui fuori.»
«Non ho intenzione di fuggire», la tranquillizzai.
«Buon per te», continuò Emayn. «Non so perché la mia padrona ti tiene imprigionato dopo che
ti ha scelto, ma hai una grande occasione e faresti bene a coglierla. I Campioni delle nostre Signore
sono gli unici a godere di certi privilegi. Sei fortunato. Non so se mi spiego.» L’ancella ammiccò,
mentre mi strofinava un unguento sulle braccia. «Se ti ribelli, invece, sei spacciato.»
«Grazie per l’avvertimento», replicai, regalandole un sorriso.
«Non c’è di che. Tieni, mangia queste.» Emayn mi offrì una scodella piena di semi.
Li guardai, dubbioso.
«Non avranno il sapore dell’Ambrosia, ma qui non puoi fare lo schizzinoso. Ti daranno forza.»
Li mandai giù, mentre l’altra ragazza, Meryall, sorrideva tra sé, imbarazzata. «La Linfa della
padrona, quella sì che ti metterà in forze.»
«Il sangue di Gemma», mormorai tra me, ricordando tutte le volte in cui avevo rifiutato quello
di Devina.
«Devi berlo, se vuoi combattere come suo Campione. Ti trasmetterà la sua energia. Se vincerai,
lei stessa si allenerà con te. È un grande privilegio.»
«Da quanto esiste l’Opalion?»
«Da quando c’è l’Inferno», replicò Emayn. «Per divertimento, Sophìa lo ha anche portato sulla
Terra, anche se in una versione primitiva, senza livelli, né scenari stregati. Solo combattimenti e morte.
I mortali chiamavo i Giochi Munera, scontri letali tra Gladiatori armati o persino contro animali, in tal
caso li chiamavano Venationes. I più famosi erano quelli di Roma, nel Colosseo. Io c’ero, allora, ero
una Mizhya dell’Imperatrice, insieme a Freia. Non puoi immaginare le atrocità di cui sono capaci i
mortali, sotto l’influenza di una Strega...»
«Ora basta parlare», disse Freia. «Lasciatelo stare.» Per tutto il tempo era stata in silenzio,
estremamente concentrata a tritare fiori neri per estrarne il veleno, con cui aveva unto poi diverse armi.
Solo toccarlo avrebbe bruciato la sua carne. Se si fosse tagliata, per lei sarebbe stata la fine.
«Non preoccuparti», la rassicurai. «Non è un problema.»
«Per te, forse. Ma noi sappiamo bene qual è il nostro posto e non dobbiamo dimenticarcene.»
Freia lanciò un’occhiata alle altre due ancelle, che abbassarono gli occhi, prima di allontanarsi.
«Verranno a prenderti quando sarà il momento. Nel frattempo, ti consiglio di allenare i
muscoli.» Indicò con un cenno i vari attrezzi. «Nel caso non ci rivedessimo, buona fortuna.»
Le Mizhye si inchinarono e uscirono dalla stanza, chiudendosi alle spalle una possente porta di
legno.
Mi sedetti sul lettino e mi guardai intorno. La stanza era enorme, con armi e attrezzi di ogni
genere. Avevo ancora tracce di veleno in corpo, sentivo i muscoli bruciare e sapevo cosa mi aspettava
nell’Opalion. Avrei fatto meglio a seguire il consiglio delle Mizhye e a riscaldarmi prima dei
combattimenti. Avrei dovuto combattere contro Dannati assetati del mio sangue reclutati nella Caccia,
contro una feroce belva, e infine mi sarei scontrato contro uno dei loro Campioni, che mi avrebbe
sfidato. Chi di noi avesse vinto, avrebbe dato gloria alla sua Amìsha, ottenendola in premio. Le Streghe
usavano i Sotterranei rivendicati per il proprio divertimento, scambiandoseli anche tra loro. Tuttavia, i
Campioni erano gli unici cui loro si concedevano totalmente. E l’unica occasione per farlo era vincendo
l’Opalion. Ma le Streghe erano lussuriose, così succedeva che gli Opalion si celebravano spesso. Erano
anche capricciose e competitive, per questo indicevano una Caccia, prima di poter soddisfare il loro
bisogno. Una di loro doveva vincerla, per diventare la Strega Onoraria nell’Opalion, così veniva messa
in «palio», ne diventava il premio e poteva giacere con il proprio Campione. Vederli combattere
all’ultimo sangue accendeva la loro eccitazione.
Se il concorrente superava le prime due prove, una Sorella sfidava la Strega Onoraria con il suo
Campione. Era Sophìa a scegliere lo sfidante. Se il Campione avversario vinceva, la Sorella Onoraria
perdeva il titolo, passandolo alla Sorella, che avrebbe potuto giacere con il proprio Campione e ottenere
la gloria e l’invidia delle altre. Alla fine del torneo, la vera vittoria non era del Campione, ma della
Strega che aveva una rivalsa sulle sue Sorelle.
La Strega Onoraria poteva schierare chi voleva, e infatti Devina sceglieva sempre me – un
prigioniero – anche se mi rifiutavo di bere il suo sangue per combattere come suo Campione.
Combattevo per me stesso. Avevo sempre battuto tutti i miei avversari, tranne il Campione sfidante.
Non perché non ne fossi in grado, ma perché preferivo farmi sconfiggere piuttosto che dare a Devina la
soddisfazione di vincere per lei.
Ma stavolta era diverso. La Strega Onoraria era Gemma, perché l’Opalion era celebrato in suo
onore. Sarebbe stata lei il premio e questo voleva dire soltanto una cosa, per me. Dovevo vincere. Saltai
giù dal lettino e testai i muscoli delle mani, aprendole e richiudendole. C’erano delle sbarre di metallo
su tutto il soffitto, poste ad altezze diverse. Mi avvicinai a una di esse e con un piccolo salto la afferrai,
sollevandomi lentamente. Sentivo i muscoli della schiena tirare a ogni mia trazione, ma, più li
riscaldavo, più le forze tornavano, mentre il sangue si liberava degli ultimi residui di veleno. Mi
sollevai, salendo con i piedi sulla sbarra. Davanti a me si snodava un percorso che girava in tutta la
stanza, salendo e poi scendendo a diverse altezze. Con un balzo, afferrai la sbarra successiva e mi diedi
la spinta con gli addominali per passare all’altra. Continuai a salire, arrampicandomi e volteggiando in
aria. Poi mi aggrappai a una sbarra con le gambe e mi lasciai cadere all’indietro, per lavorare gli
addominali in una lunga serie di flessioni.
«Diavolo, che spettacolo.»
Saltai giù di scatto e afferrai un gladio dalla parete, puntandolo alla gola di Devina.
Lei non si mosse, continuò a fissarmi con interesse. «Calmati, spartano. I Giochi non sono
ancora iniziati. Avrai tempo per sfogare tutto il tuo ardore.»
«Cosa vuoi? Perché sei qui?» ringhiai, continuando a puntarle la lama alla gola.
«Che domande, sono qui per godermi lo spettacolo, come tutti gli altri.» Si allontanò dall’arma
e mi girò intorno, avvicinando le labbra al mio orecchio. «Tuttavia, speravo di poter assistere più da
vicino.» Mi accarezzò il petto, mentre io restavo immobile, i muscoli tesi.
«Gemma mi ha rivendicato, dovresti saperlo», le ricordai, serrando la mascella.
«Non vuol dire che lei non possa condividerti con me. Noi Sorelle siamo molto generose, tra di
noi. Fa parte del patto di sangue. Io stessa ho condiviso con lei i miei soldati molte volte», mi sussurrò,
per provocarmi.
Mi voltai di scatto e la inchiodai al muro, premendole il braccio alla gola. Il suo serpente
apparve a minacciarmi, ma io non mossi un muscolo, continuando a fissarla negli occhi. «Non ti
azzardare a ripeterlo un’altra volta.»
Devina sorrise. «Sei così sexy quando fai il ribelle.»
«Che succede?»
Mi girai verso Gemma, che era appena entrata nella stanza. Rimasi folgorato, quando la vidi.
Indossava un abito nero tremendamente sexy, degno di una regina delle tenebre.
«Ero solo venuta ad augurare buona fortuna al nuovo concorrente, ma lui si è dimostrato un po’
ostile», le disse Devina con aria maliziosa. Premetti il braccio più forte contro la sua gola.
«Lascia andare subito mia Sorella», mi ordinò Gemma, con voce autoritaria.
Fissai Devina e lei mi sorrise.
«Allontanati, ho detto. Adesso.»
Strattonai un’ultima volta la Strega, prima di allentare la presa e abbassare l’arma.
Gemma fece un cenno con la testa e il gladio volò nella sua mano. «Questo non ti serve ancora.
Devina, ora lasciaci soli, per favore.»
«Un momento», si oppose la Sorella. «Pensavo che potessi concedermi il permesso di
condividere il prigioniero con te, per questa volta.»
«Lui non è un prigioniero. È il mio Campione.»
«Non ancora», le ricordò la Sorella. «Non ha ancora bevuto il tuo sangue, non si è battuto e non
ha vinto per te. Non è ancora il tuo Campione. Sei la sua Amìsha, è vero, lo hai rivendicato, ma lui può
essere richiesto dalle tue Sorelle, finché è un soldato come gli altri. E questa è la mia ultima occasione,
convieni?»
«Non ho intenzione di assecondarla», avvertii Gemma. «È una strega.»
«Lo siamo tutte», replicò Gemma, gelida. «E tu non puoi opporti a me.»
«Me lo devi, in fondo», insistette Devina, mentre Gemma rifletteva.
«Hai ragione, cara Sorella. Sarebbe egoista da parte mia non condividere con te il Sotterraneo
che tu hai cacciato per molti secoli e che io ho finalmente rivendicato.»
«Gemma, che stai dicendo?» mi opposi, sconvolto.
Lei sollevò il mento, fissandomi dritto negli occhi. «E sia», sentenziò.
Devina sorrise e mi afferrò bruscamente, per poi scagliarmi via. In un attimo, ero nell’altra parte
della stanza, su un grande letto dalla forma circolare, nascosto da ampi tendaggi. Le lenzuola di seta
rossa spiccavano sullo sfondo nero di Carbonado. Era allestito con morbidi cuscini e tende che
scendevano dal soffitto.
Fissai le due Streghe che si avvicinavano.
«Non opporti al mio ordine o non riterrò degna la tua lealtà», mi avvertì Gemma.
Devina lasciò cadere il suo lungo mantello nero. Tirò fuori la sua fedele frusta e appoggiò il
ginocchio sul letto. Io ero pietrificato. Avevo sempre respinto Devina e ora era stata Gemma a cedermi
a lei.
La guardai negli occhi, sperando di trovare un barlume di pentimento. «È davvero questo,
quello che vuoi?»
Gemma salì sul letto e si avvicinò a Devina. «È quello che vogliamo tutte.» Poi sfiorò le labbra
della Sorella con le proprie. «È il mio regalo per te, Sorella», le sussurrò.
Devina le sorrise e poi venne verso di me, muovendosi sensualmente sul mio corpo. Non avrei
mai pensato che un giorno mi avrebbe fatto suo, ma lei era stata molto brava a lavorarsi la fiducia di
Gemma e ora io ero costretto a piegarmi ai suoi sporchi trucchi.
La Strega avvicinò le labbra alle mie e io assecondai il suo bacio fissando Gemma, che non ci
toglieva gli occhi di dosso. Appoggiai le mani sui fianchi di Devina e lei fece scorrere la sua frusta sul
mio petto. «Sapevo che questo momento prima o poi sarebbe arrivato», mormorò sulle mie labbra.
Puntò un’unghia sul mio bicipite, tracciando il segno della cicatrice che mi aveva inferto tempo prima.
«Sono una Strega molto cattiva. Puniscimi.»
Le afferrai bruscamente i polsi e invertii le nostre posizioni, bloccandola sul letto. Se volevano
giocare, lo avrei fatto a modo mio. Devina mi palpò i glutei e mi attirò a sé, gemendo di piacere. Poi mi
slacciò i pantaloni e mi affondò le unghie nei fianchi, graffiandomi la pelle.
«Basta così!» la bloccò Gemma, severa.
«Che ti prende? Perché non vieni a divertirti qui con noi?» la ammonì Devina, seccata.
Il mio sguardo si incastrò in quello di Gemma.
«Ho cambiato idea», disse, continuando a fissarmi.
«Non puoi!» si oppose la Sorella, facendo scoccare in aria la frusta. «Me lo devi.»
«Evan, fatti da parte», insistette, scandendo le parole. Sentire di nuovo il mio nome sulle sue
labbra fu un colpo dritto al cuore.
Mi scansai, liberando Devina dalla mia presa. La Strega sembrava furiosa.
«Adesso vattene», ordinò Gemma.
«Non puoi farmi un dono e poi riprendertelo così», replicò la Sorella, ferita nell’orgoglio.
«Posso, invece. Sono lo Spettro, adesso, e tu obbedirai a me.»
Devina si alzò dal letto e si avvicinò alla Sorella, con occhi di sfida. «Nïak Suh Hamet.» Non
conoscevo la lingua delle Streghe, ma il suo tono era di sicuro pieno d’astio.
«Esci da questa stanza, te lo dico per l’ultima volta.»
Devina le fece uno sprezzante inchino. «Kaahmì.»
Quell’unica parola, invece, la conoscevo bene. L’avevo sentita spesso, durante la mia prigionia.
Ai tuoi ordini.
Gemma non si mosse, sostenne il suo sguardo finché lei non si allontanò. Prima di uscire,
Devina si voltò a lanciarmi un’ultima occhiata e le sue labbra mormorarono: Addio, soldato. Poi fece
un balzo in avanti e si tramutò in pantera, pronta per l’Opalion.
«Perché lo hai fatto?» domandai a Gemma.
Lei mi diede le spalle, ma io le afferrai il polso e la obbligai a guardarmi. «Perché hai fermato
Devina?» insistetti.
Gemma distolse lo sguardo. «Non era il momento. I Giochi stanno per iniziare.»
«Hai avuto un altro flashback», mormorai tra me. «Hai ricordato qualcos’altro, non è così?» Le
lasciai il polso.
«Ti ho già detto che non mi importa del passato.» Si allontanò, ma io la raggiunsi e le bloccai le
braccia, costringendola ad affrontarmi.
«Ma importa a me.»
Gemma si sottrasse alla mia presa e mi sbatté contro la parete, furiosa. Ma io sapevo che cosa
celava quella rabbia: paura. Iniziava a ricordare qualche sprazzo di noi e non sapeva spiegarsi cosa le
stesse succedendo.
Ma io non mi sarei arreso. Invertii le nostre posizioni e la bloccai al muro. «Cos’hai visto?»
insistetti, tenendola stretta.
«È colpa tua. Cosa mi hai fatto?!» ringhiò, adirata. «Hai intossicato la mia mente. Liberami dal
tuo veleno!»
«Io sono il tuo veleno e tu sei il mio. Non c’è antidoto per noi. Non possiamo farci niente»,
sussurrai sulle sue labbra, e la baciai con passione.
Lei tentò di opporsi, ma io sentivo le sue resistenze cedere e le bloccai le mani al muro. Era
eccitata e io rischiavo di perdere la testa, proprio lì. Fuori, c’era un’intera Arena che attendeva che io
mi battessi. Lì dentro, sarei potuto anche morire d’amore solo per lei.
«Sei un Sotterraneo, è normale che tu sia innamorato di me», disse, leggendomi la mente.
Le afferrai la guancia con la mano e sfregai il pollice sulle sue labbra. Lei non riuscì a
trattenersi e lo sfiorò con la lingua. «E tu sei una Strega, allora perché il tuo veleno s’incendia per me?»
«Io non provo niente per te.»
Le baciai il collo e lei ansimò. «Bugiarda.»
Mi afferrò per le braccia e un secondo dopo la mia schiena era sul letto e Gemma era a
cavalcioni su di me. «Tutto ciò che voglio», affermò, con voce sensuale, «è che tu sia il mio
Campione.»
«Sono pronto a diventarlo.»
«Accogli il mio sangue dentro di te», sussurrò, guardandomi negli occhi. Si morse il labbro e si
chinò su di me. Sentivo il suo cuore battere velocemente, i nostri respiri l’uno sull’altro che si
fondevano. «Assaggiami», sussurrò, e io leccai il sangue sulle sue labbra, perdendo la testa. Chiusi gli
occhi, pervaso da una potente sensazione d’estasi. Lei sorrise e affondò le unghie nelle mie spalle,
mentre io la baciavo ancora, avido della sua Linfa, un veleno così potente da annientare le mie difese.
«Buono, Campione, o perderai i sensi.»
«Non sai da quanto ho aspettato questo momento. Da quanto ho aspettato di toccarti ancora, di
sentire le tue labbra sulle mie...»
«Combatti per me: se vincerai i Giochi, avrai quello che vuoi per un’intera notte.»
«Non sono disposto ad aspettare», replicai, deciso. Le sfilai i pugnali dalle cosce e li gettai sul
pavimento. Poi le tolsi la balestra e lei mi lasciò fare, guardandomi negli occhi, scavando dentro di me
per sondare le mie intenzioni. La attirai contro di me e mi girai, bloccandola sul letto. Lasciai piccoli
morsi sul suo collo, sulla sua spalla, scendendo fino al seno.
«Fermati», sussurrò, in balia delle emozioni.
«No.»
«Te lo ordino.»
«La tua voce mente. È al tuo corpo che do ascolto. Alle tue labbra...» La baciai e lei si lasciò
trascinare. «Ai tuoi occhi.» Le sfiorai le ciglia con il pollice guardandola intensamente. Poi mi chinai
sul suo orecchio e lo sfiorai con la bocca. «Al tuo respiro.» La mia mano scivolò sul suo seno e lei mi
guardò, impotente. «Al tuo battito. Senti come palpita il tuo cuore.»
«Tu non mi fai nessun effetto», replicò, con aria di sfida, ribellandosi alle sensazioni che
provava, ma io la conoscevo bene, conoscevo ogni cosa di lei.
«Continui a mentire.» Mi abbassai su di lei e sfiorai il naso contro la sua guancia, risalendo la
sua coscia con la mano. «Fai l’amore con me», sussurrai sulle sue labbra.
«No. È proibito.»
«Se tu ricordassi, sapresti che non mi è mai importato delle regole. Il tuo sangue scorre dentro
di me. Sono il tuo Campione.»
«Devi vincere per me, prima di avermi.»
«Vincerò per te, ucciderò tutti quanti solo per poterti toccare ancora.» La baciai sul collo e lei
chiuse gli occhi, eccitata dalla mia promessa. Le afferrai i glutei e la tenni stretta, facendole sentire
quanto la desideravo. «Ma prima dimmi perché.»
Lei mi fissò negli occhi, valutando la risposta alla domanda che aveva già letto nella mia mente.
«Perché hai fermato Devina? È stato un grosso affronto, eppure lo hai fatto. Dillo.»
«Perché tu sei mio», sibilò, guardandomi intensamente, e io fui sul punto di perdere la testa.
«Ti sbagli.» Le aprii le gambe bruscamente e la attirai ancora contro di me. Le mie dita si
serrarono sulle sue mutandine, strappandogliele via. «Sei tu che sei mia.» Entrai dentro di lei e la tenni
stretta contro di me, mentre lei urlava. Appoggiai la guancia sul suo petto, sul punto di esplodere per le
emozioni da cui ero attraversato. Gemma si aggrappò ai cuscini, i muscoli che si contraevano per
tenermi stretto, per tenermi dentro di sé. Sentii le sue unghie che mi graffiavano la schiena, mentre mi
muovevo dentro di lei e tutta la mia frustrazione svaniva, trascinata via dalla passione che solo lei
sapeva nutrire. Le bloccai la mano sopra la testa e la baciai con disperazione. Lei non si lasciò
dominare e in un attimo fu sopra di me. Per un momento, temetti che mi avrebbe fermato, ma poi mi
guardò negli occhi e si spogliò del corpetto, liberando i morbidi seni. Le mie mani risalirono lente i
suoi fianchi, fino a sfiorarle i capezzoli, e lei gemette, muovendosi piano sopra di me. Ero senza fiato.
Avevo passato mesi a inseguirla. A desiderarla. E ora lei mi voleva. Ero dentro di lei e non volevo più
lasciarla andare. Sollevai il busto per starle più vicino e accarezzai la sua schiena attraverso i lunghi
capelli.
«Sei un folle», sussurrò lei, sempre più eccitata. «Dovrei ucciderti per questo affronto.»
«Non lo farai», le assicurai. «Verrai a cercarmi ogni notte, contro ogni regola.» Passai il pollice
sul suo labbro e lei lo accolse nella sua bocca. «Perché tu sei come me. Noi non siamo fatti per le
regole.»
«Perché mi stai facendo questo?» ansimò, urlando di piacere. «Hai preso il mio corpo. Lascia
libera la mia mente.»
«Io sono in te come tu sei in me», le dissi in sanscrito. «Nel mio cuore. Nella tua anima. Non mi
arrenderò finché non te ne ricorderai.» Tornai a baciarla con passione e lei mi graffiò il petto, lasciando
i segni delle sue unghie avvelenate. Gemetti, tra dolore e piacere. «Sei stata con altri, prima di me?» le
domandai, il sangue che mi ribolliva nelle vene a quella possibilità.
«Nessuno», replicò lei, vittima suo malgrado del potere che ci dominava.
«I soldati di Devina?» insistetti. «Dimmelo e li ucciderò a uno a uno.»
«Sei tu il mio Campione. Nessun altro.»
«Jamie», ansimai.
Lei serrò le gambe attorno ai miei fianchi e inarcò la schiena, raggiungendo il massimo piacere.
La accompagnai, posandole una mano dietro la nuca, e poi le sfiorai il collo con le labbra. «Mi sei
mancata così tanto», sussurrai, sfregando la guancia contro la sua pelle, mentre i nostri corpi intrecciati
tremavano, nel ritrovarsi. «È così bello sentire la tua voce. Parlami ancora. Ho aspettato un’eternità. Mi
sembrava di morire senza di te.»
Lei rimase in silenzio, lasciando vagare le mie parole dentro di sé e per un istante mi illusi di
averla ritrovata. Sfiorò il tatuaggio sul mio pollice, così simile al suo, poi risalì il mio braccio e studiò
la profonda cicatrice che dal bicipite arrivava fino alla spalla. Scese fino a quella sul mio petto, la
fronte aggrottata. «Sei già stato nostro prigioniero», mormorò, intuendolo per la prima volta.
«Io non sono tuo prigioniero», affermai, attirandola a me per baciarla.
Ma lei si scostò e si alzò, dandomi le spalle. Osservai il suo corpo nudo, i lunghi capelli che le
ricadevano sulla schiena, i muscoli tonici e la pelle dorata. Era una dea.
«Sono qui solo per te, per ricordarti quello che avevamo... per riportarti indietro.»
Un’ancella irruppe nella stanza. «È tutto pronto, mia Signora.» Era Meryall. Andò incontro a
Gemma e la aiutò a rivestirsi, lanciando occhiate fugaci al mio corpo nudo.
«Riferisci all’Imperatrice che può annunciarmi.»
Al suo ordine, la ragazza si riscosse e abbassò subito lo sguardo, imbarazzata.
«Oggi l’Opalion combatte con un nuovo Campione.»
«Sì, mia Signora.» L’ancella s’inchinò e lasciò la stanza.
«Dimentica il passato, soldato», disse Gemma, rinfoderando le armi sulla schiena.
«No!» Mi alzai dal letto e mi avvicinai dietro di lei, afferrandole le braccia.
«Siamo qui, nel presente. E tu combatterai come mio Campione. Il mio sangue scorre dentro di
te. Cosa vuoi di meglio?» disse, senza voltarsi.
«Il tuo corpo non mi basta. Io voglio la tua mente. Il tuo cuore mi appartiene e prima o poi te ne
renderai conto anche tu», le promisi. Non ero disposto ad arrendermi ora che c’ero così vicino.
Gemma si allontanò, fermandosi sulla porta. «Il mio cuore è di Sophìa, non lo avrai mai. E farai
meglio a batterti bene o non avrai nemmeno altro. Va’ e uccidili tutti, mio Gladiatore. Sii il mio
Campione o muori per me. Buona fortuna. Gahl sum keht.» Mi guardò un’ultima volta negli occhi e poi
uscì dalla stanza, lasciandomi solo.
Conoscevo quelle parole in Kahatmunì, la lingua delle Streghe. Volevano dire «Forgia la tua
gloria». Non riuscivo a credere che, dopo aver fatto l’amore con me così intensamente, lei avesse
ritrovato tanto in fretta la sua freddezza. Se il suo sguardo fosse stato una lama, avrebbe trafitto il mio
cuore.
Riallacciai i pantaloni di pelle marrone e mi sedetti sul letto, scoraggiato. In quegli istanti,
mentre ero dentro di lei, mi ero illuso che tutto fosse tornato come prima, che lei fosse di nuovo mia.
Appoggiai i gomiti sulle ginocchia e mi coprii la faccia con le mani, frustrato. Non dovevo arrendermi.
Non ora, che c’ero così vicino. Avrei vinto l’Opalion per lei, con il suo sangue in corpo niente mi
avrebbe fermato. In battaglia, lei lo avrebbe acceso, facendolo bruciare nelle mie vene, donandomi una
forza sovrannaturale. Li avrei sterminati tutti, solo per stare di nuovo insieme a Gemma, perché il
pensiero di non riuscire a riaverla mi uccideva.
«Evan.»
Alzai la testa di scatto e una figura incappucciata mi si parò di fronte. Avevo riconosciuto
subito quella voce, non c’erano dubbi. «Ginevra. Che ci fai qui?» mormorai, andandole incontro.
Lei lasciò cadere il cappuccio, scoprendo il viso. «Se in pericolo, Evan.»
Mi guardai intorno, in guardia, e provai a toccarla, ma mi ritrovai ad afferrare l’aria. Era
un’illusione. «Che sta succedendo? Perché sei qui?»
«Non c’è tempo per le domande. Ascoltami bene. Il potere di Simon sta funzionando. Si è
radicato dentro Gemma, continuando a scavare nei suoi ricordi. Sophìa lo sa e per lei sei diventato una
minaccia. Teme di poter perdere Gemma a causa tua. Per questo ha indetto un Opalion in suo onore e ti
permetterà di batterti per lei. Vuole sbarazzarsi di te. Anya ci ha avvertiti appena in tempo.»
«Mi batterò», ringhiai, minaccioso. Niente mi avrebbe tenuto lontano da Gemma.
«No. Non ti permetteremo di farlo. Sophìa ha dato l’ordine di ucciderti, Evan. Tu oggi morirai
nell’Arena.»
«Gemma lo sa?» Quella possibilità bastava a uccidermi.
«No, ovviamente. Ti ha scelto come suo Campione, non lo accetterebbe. Ma, se morissi in
battaglia, non potrebbe opporsi.»
Serrai i pugni. Se Sophìa mi riteneva una tale minaccia, allora la possibilità di riavere Gemma
era concreta. «Non posso mollare proprio adesso. Lei inizia a ricordare!» insistetti.
«Non è sufficiente per scacciare il male. Deve ricordare tutto, prima di ritrovare se stessa. Io ci
sono già passata.»
«Mi serve più tempo.»
«Non ne hai! E nemmeno io. Dobbiamo fare in fretta, prima che scoprano che sono qui.»
«Qui dove?» le domandai, dando voce a un terribile sospetto.
«All’Inferno, Evan. Sono già qui. Insieme a Simon, Drake e Stella.»
Corrugai la fronte, scioccato. «Sei forse impazzita? Che ne pensa Simon? Non posso credere
che abbia approvato una cosa così folle.»
«È stata una sua idea e io l’ho appoggiato.»
«Siete stati banditi. Sophìa ha emesso per voi una sentenza di morte.»
«Siamo pronti a combattere. Per voi e per le nostre vite.»
«È troppo rischioso. Dovete andarvene!»
«È troppo tardi, ormai. Non lasceremo che ti uccidano. Attaccheremo il castello.»
«No! Posso farcela. Non rischierete la vostra vita per me. Non posso permetterlo!»
«È già deciso. Abbiamo radunato un’armata che risponde ai miei comandi. E c’è un intero
esercito di ribelli all’interno del castello che ci aiuterà. Ti tireremo fuori da qui.»
«Non andrò da nessuna parte, senza Gemma.»
«Non le servirai a nulla da morto!»
«Non voglio mettervi in pericolo. È stata una mia scelta venire qui. La porterò fino in fondo.
Combatterò.»
«Non puoi. Ti uccideranno!»
«E allora morirò, se devo. Non me ne andrò da qui senza Gemma.»
«Prenderemo anche lei», disse Ginevra.
«Come?»
«La porteremo via. Te lo prometto. Fidati di me, Evan. Fidati di tutti noi. C’è un solo modo per
salvarti la vita: costringere Sophìa a lasciarti andare.»
«E come si fa a costringere il diavolo?»
«Dichiarandogli guerra.» Ginevra mi fissò, negli occhi solo determinazione.
«Sai cosa vorrà dire una guerra, vero? Le tue Sorelle saranno in pericolo. Sei disposta a correre
questo rischio, nonostante il Legame?»
«Siete voi, il mio legame, adesso. Le mie Sorelle mi hanno dato distruzione e morte. La morte
di chi amavo, di chi non conoscevo, la morte della mia anima. Voi mi avete restituito me stessa. Siete
voi la mia famiglia, adesso. E poi, non credere che sia così facile affrontarle in battaglia. Sanno
difendersi dal vostro fuoco. Anche se per loro è letale come la morte dei loro serpenti.»
Annuii, doveva costargli molto dirlo. «Uccidi il suo Dakor e la Strega morirà con lui.»
«Spero che non si arrivi a tanto», mormorò, affranta. Una parte di lei soffriva, a schierarsi
contro le sue Sorelle. L’altra parte aveva scelto me e Gemma.
Ginevra mi fissò. «Tu, piuttosto, sei pronto a batterti contro le Streghe?»
«Sono secoli che mi alleno con una di loro», replicai con un ghigno, senza l’ombra di paura.
«Qual è il piano?»
«Attaccheremo...»
Il portone si aprì all’improvviso e io mi voltai di scatto. Ginevra scomparve nel nulla un istante
prima che quattro soldati irrompessero nella stanza per scortarmi fuori. Il corno suonò, annunciando
l’inizio dei Giochi. I Sotterranei prepararono le armi e poi mi condussero fino alla porta.
Per un attimo ci fu solo silenzio, finché le porte non si aprirono di nuovo. Uscii e l’intera platea
esultò, quando mi vide.
Il cortile era un diventato un Anfiteatro. Avanzai fino al centro e mi guardai intorno. Sembrava
che tutto l’Inferno fosse accorso per l’evento. Le tribune straripavano di Dannati, Anime coraggiose
che sfidavano la morte pur di provare il brivido di assistere ai Giochi. L’Opalion era l’unica occasione
in cui Sophìa apriva le porte del castello. E per quell’occasione doveva aver sparso la voce in tutto il
regno. Scrutai la folla, cercando i miei amici tra i volti incappucciati. Ginevra non aveva fatto in tempo
a spiegarmi il loro piano, ma la sua promessa mi bastava. Porteremo via anche Gemma. Fino ad allora,
c’era un’unica cosa che avrei dovuto fare.
Combattere.
Le Streghe erano già in posizione. Nove pantere nere disposte in cerchio che mi puntavano. Gli
occhi d’ambra di Devina brillarono. Li avrei riconosciuti in qualunque sua forma. Persino in quel
momento avevano una scintilla di sfida e d’un tratto ricordai le sue parole prima che si congedasse.
Addio, soldato.
Dunque lei sapeva del piano di Sophìa. Non poteva che essere così.
«Silenzio!» tuonò una voce autoritaria. L’intera Arena si zittì.
Mi voltai e la vidi. Sophìa era in piedi, su un palco allestito per le Streghe. Accanto a lei, c’era
Gemma. Entrambe indossavano strani vestiti Steampunk dalle sfumature dark e sexy allo stesso tempo,
sul volto dei segni neri che sembravano tatuaggi.
La Strega Onoraria e Sophìa erano le uniche a presenziare ai Giochi in forma umana, finché a
loro non si aggiungeva la Sorella che offriva in sfida il suo Campione. Alle altre spettava il compito di
vigilare nelle loro sembianze animali, tenendosi pronte a sbranare i Dannati e i Sotterranei che osavano
mettere piede fuori dal Cerchio.
«Mie care Anime perdute», riprese l’Imperatrice. «Sono lieta che siate accorsi in così tanti
perché oggi è un giorno importante, non solo per la Sorellanza, ma per tutti voi. Quale migliore
occasione di un Opalion per darvi una così lieta notizia? È con immenso orgoglio che vi annuncio che
il regno ha un nuovo comandante, la nostra Sorella Nàyade.»
Gemma si alzò e il popolo esultò per lei.
«Onoratela, come avete fatto con chi l’ha preceduta nei secoli. Obbedite ai suoi ordini e siate
disposti a morire per lei.»
Il ringhio di una pantera riempì la notte: Devina che si ribellava per l’affronto. Ma subito le
altre pantere la sovrastarono, celebrando Gemma e il suo nuovo incarico.
«Questo Opalion è per Nàyade e decreterà il valore del suo nuovo Campione. Affronterà dure
prove e sfide e – se sarà abbastanza valoroso – un degno avversario verrà scelto e lui dovrà
fronteggiarlo in duello, finché uno solo non sarà decretato il vincitore e renderà onore e gloria alla sua
Amìsha. Che lo spettacolo abbia inizio! Buona fortuna, Campione. Forgia la tua gloria.»
Sophìa si sedette e io mi preparai a combattere.
48
L’OPALION
Rimasi in guardia, i muscoli guizzanti, in attesa che la prima sfida iniziasse. Uno stormo di
farfalle nere volò verso di me. Le osservai, mentre mi circondavano e subito si allontanavano.
Poi, da ognuna di loro, un’Anima Dannata prese vita, l’espressione minacciosa. In un attimo fui
circondato. La folla trattenne il respiro, finché la prima non si fece avanti. Era un uomo alto e dall’aria
pericolosa, con indosso abiti del XVII secolo. Si era fatto avanti per primo, ma ciò non faceva di lui il
più coraggioso. Faceva di lui solo la mia prima vittima. Sorrisi, lo sguardo fisso su di lui in un
minaccioso invito. L’uomo balzò verso di me e mi attaccò con un pugnale che aveva sfoderato
all’ultimo momento. Lo schivai, ma mi colpì di striscio. Bloccai il Dannato per il braccio e gli diedi
una testata. Del liquido nero zampillò sulla sua fronte e lui cadde a terra, stordito. Provò a rialzarsi,
recuperando il pugnale che gli era caduto, ma io gli schiacciai la mano con un piede, afferrai un pezzo
di legno affilato che teneva nascosto sulla schiena e con un movimento veloce gli squarciai la gola.
Il pubblico rimase in silenzio per un istante, sorpreso dalla velocità con cui lo aveva ucciso, ma
subito si levarono schiamazzi e grida esultanti.
Il corpo decapitato si accasciò a terra ed esplose in una nuvola di fumo.
Sollevai lo sguardo sugli altri Dannati, sfidandoli a farsi avanti. Uno di loro lanciò un grido di
paura e scappò verso i confini del Cerchio, ma una pantera gli corse incontro e lo dilaniò. Pochi attimi e
di lui ci fu solo cenere.
Due Dannati avanzarono insieme. Dovevano essere fratelli, perché i loro visi si somigliavano
molto. Anche loro erano armati. Tirai un calcio al pugnale del primo Dannato, lanciandolo in aria, e lo
presi al volo. Mi rigirai l’arma nella mano, attendendo la mossa dei fratelli. Sembravano molto
agguerriti, e ne avevano tutte le ragioni: la posta in gioco, per loro, era la sopravvivenza. Ma io avevo
una motivazione più forte, perché combattevo per Gemma.
Uno di loro partì all’attacco con un urlo di guerra, ma io non mi lasciai intimorire: attesi che
fosse abbastanza vicino e lo afferrai, usando il suo slancio per farlo girare, mandandolo a sbattere
contro il fratello. Si rialzarono e partirono all’attacco insieme. Bloccai il pugno del più piccolo e usai il
suo braccio come punto d’appoggio per saltare, assestando un doppio calcio al più grande, che finì a
terra. Ma la mia presa era stata troppo brutale: il braccio del più piccolo si spezzò e lui cadde in
ginocchio, urlando di dolore. Ne approfittai per conficcargli il pugnale in gola.
«Scusa», dissi, rivolto al fratello. «Era meglio non farlo soffrire.»
Lui mi guardò con rabbia e caricò un altro attacco. Il più piccolo si polverizzò in quell’istante e
io mi ripresi il pugnale al volo, mentre il Dannato mi veniva incontro. Affondai la lama tagliente nel
suo collo e lui gorgogliò. Un fiotto di liquido nero gli uscì dalla bocca e anche lui si ridusse in cenere.
La folla impazzì di gioia, ma io ero solo all’inizio.
Sollevai gli occhi sul Panthior, la tribuna d’onore, e Gemma mi guardò, soddisfatta.
«Vincerò per te», le comunicai con la mente, e lei mi sorrise, gli occhi da Strega che brillavano
scaltri. Al suo fianco, Sophìa mi fissava con sguardo acceso. Nei tornei, lei aveva il ruolo di
Sceneggiatrice: trasformava il campo aumentando la difficoltà delle sfide. Quando avesse fatto la sua
mossa, non mi avrebbe trovato impreparato. Mi fece un cenno di sfida e, nello stesso istante, delle
pesanti sbarre sbucarono dal terreno e si piegarono, chiudendomi in una piccola gabbia insieme ai miei
nuovi avversari: le più feroci Anime selezionate durante la Caccia. Con qualche altro Sotterraneo, forse
avrebbero potuto avere la meglio, ma non con me. Io ero il più spietato di tutti. In quell’Arena, io ero il
leone.
Alcuni di loro si arrampicarono sul tetto della gabbia, portandosi sopra la mia testa, mentre altri
si spostarono lentamente alle mie spalle. Studiai i movimenti di ognuno di loro. Ero circondato e tutti i
miei avversari erano armati. La mia unica difesa era l’attacco. Corsi verso uno di loro e mi buttai in
ginocchio, scivolando sul terreno. Gli sottrassi la spada e, con un colpo brutale, tranciai a metà due
avversari, il sangue nero che schizzava dai loro corpi. Con un gancio, ne colpii un altro mentre mi
alzavo, e presi anche la sua spada. Girai su me stesso e due teste volarono a terra. Con il sangue di
Gemma in corpo, mi sentivo invincibile. Un Dannato mi piombò addosso dal tetto della gabbia, ma io
mi mossi in fretta indietreggiando e schiacciandolo contro le sbarre. Il colpo lo stordì e lui mi lasciò
andare, ma altri due piombarono su di me, bloccandomi le braccia, mentre un terzo si fece avanti e mi
colpì al viso con una mazza ferrata. La mia bocca si riempì di sangue. Girai lentamente la testa, finché i
miei occhi non furono nei suoi. Bastò la ferocia del mio sguardo a farlo vacillare. Sputai a terra il
sangue e con una capriola all’indietro mi liberai, mentre il terzo Dannato correva via. Ma non mi
sarebbe sfuggito: in un attimo lo braccai e gli tagliai la gola.
Ne rimanevano soltanto due. Passai in rassegna i loro sguardi, che si chiedevano chi sarebbe
stato il prossimo, ma io ero stanco di giocare. Feci ruotare entrambe le spade tra le mani e le lanciai
nello stesso istante, inchiodando i due Dannati alle sbarre. Come due sporchi vampiri impalati, così
anche loro si disgregarono, tornando cenere.
Il pubblico esultò per la mia vittoria. Li avevo sterminati tutti.
Mi guardai intorno, ancora chiuso tra le sbarre della gabbia, e una farfalla nera mi volò accanto.
La osservai quando si posò a terra, vicino a me. Ma, prima che potesse trasformarsi, afferrai da terra un
pugnale e la infilzai. L’animale si divincolò e sbatté le ali, io sollevai gli occhi su Sophìa e rigirai il
pugnale nella mia preda. L’ultimo Dannato.
49
SFIDA MORTALE
Le sbarre si ritirarono, decretando la fine della prima sfida. Il pubblico era in delirio e non
vedeva l’ora che affrontassi la prova successiva... Che lottassi contro la bestia. Ci fu un attimo di attesa,
poi un fuoco si innalzò tutto intorno a me e il suolo prese a tremare. Raccolsi da terra un giavellotto,
serrando le dita sulla presa.
Un tetro guaito annunciò il suo arrivo alle mie spalle. Mi voltai di scatto e lo vidi.
D’istinto, cercai di indietreggiare, ma le fiamme me lo impedirono. La folla si era zittita,
trattenendo il fiato. La bestia era enorme. Un grosso bufalo dalla pelle coriacea e con grosse corna sulla
testa. Ma, ancora peggio, mi guardava come se non mangiasse da mesi e io fossi il suo pasto.
«A cuccia, piccolino...» mormorai.
La bestia guaì, furiosa, venendomi incontro. Le lanciai il giavellotto, ma lei parò il colpo con
una testata e proseguì la sua carica.
Mi scansai appena in tempo, gettandomi a terra. «Scusa, sei una femmina? Non volevo
offenderti!» Forse non era il momento adatto per fare del sarcasmo, ma avevo un fuoco che mi bruciava
dentro, più di quello che ci circondava. Era il veleno di Gemma che mi infondeva sicurezza e forza.
Quando l’animale caricò di nuovo, scappai verso il fuoco e, all’ultimo secondo, scartai di lato
con una capriola, mentre la bestia proseguì, oltre la barriera di fiamme.
Pochi istanti dopo, tornò verso di me, avanzando lentamente attraverso le lingue incandescenti.
Il fuoco non l’aveva scalfita.
Come se si fosse offeso per quell’affronto, il cerchio si spezzò e decine di fiamme presero a
danzare sul campo di battaglia, come fruste che schioccavano ora da una parte, ora dall’altra, rendendo
rischiosi i movimenti. Ma il fuoco era solo un mio problema. Era la Sceneggiatrice che lo controllava.
L’animale non lo temeva ed era di nuovo pronto all’attacco. Sophìa mi sorrise. Era così che aveva
pianificato di uccidermi? Non le avrei mai dato la soddisfazione di morire sotto gli occhi di Gemma.
Mi concentrai sulla bestia, preparandomi alla sua nuova carica. Quando fu abbastanza vicina, la presi
per le corna e saltai, cercando di montarla. L’animale però scosse forte la testa, rendendo la mia
impresa impossibile. Alla fine ebbe la meglio e mi scagliò lontano.
Rotolai, per evitare di finire nel fuoco, poi mi accasciai a terra, sorpreso da una fitta di dolore.
Mi toccai il fianco e guardai le dita imbrattate di sangue. La bestia mi aveva ferito con le corna.
Digrignai i denti, la sabbia che bruciava sul taglio profondo.
La belva sbuffò, battendo le zampe sul terreno, e poi ripartì all’attacco. Fui costretto a rialzarmi
prima che mi schiacciasse. Zoppicai fino al pugnale e, non appena ne ebbi l’occasione, glielo conficcai
nel petto. «Adesso siamo pari.»
L’animale si impennò, emettendo uno strano gemito di dolore. Io ne approfittai per salirgli in
groppa. Cercò di nuovo di gettarmi a terra, ma la mia presa era salda, questa volta. Sfilai il pugnale e
glielo conficcai nel cranio. La bestia sgranò gli occhi e si fermò, piombando a terra come un grosso
macigno.
Un’alta nuvola di polvere coprì ogni cosa. Io mi sollevai da terra e attesi che si acquietasse, il
pugnale insanguinato stretto nella mano e lo sguardo in quello di Sophìa.
Ero pronto per la prossima sfida.
Gemma si alzò, lo sguardo fiero fisso nel mio. Le pantere ruggirono, in cerchio. Gli spettatori
sulle tribune erano in delirio. Non perché avevo superato con coraggio le prime due sfide, ma perché
mi attendeva la più difficile: il duello contro un altro Campione.
Tutto intorno all’Arena, le grandi porte delle palestre si aprirono e una schiera di Sotterranei
uscì. Erano tutti scalzi e a petto nudo, con pantaloni di pelle marrone, come i miei, i muscoli tesi e
pronti a combattere. Ogni pantera entrò in campo e si posizionò accanto al proprio Campione, tutte
ansiose che l’Imperatrice scegliesse lo sfidante. Lei si alzò, andando vicino a Gemma, e mi dedicò un
sorriso sprezzante. Per un secondo tutto si fermò, in attesa del suo giudizio.
«Ti sei battuto valorosamente», ammise, lo sguardo tagliente come una lama. «Dovrò scegliere
con cura il tuo avversario. Nàyade è il mio Spettro, adesso. E il Campione del comandante deve
dimostrare che il suo valore supera quello di ogni altro. Solo un soldato alla sua altezza può stare al suo
fianco. È per questo che ti batterai contro Zakaharìa, il mio Campione.»
La folla si lasciò sfuggire un’esclamazione di sorpresa, mentre Sophìa sorrideva.
Un’altra porta si aprì – la più grande – lasciando uscire l’ultimo dei Sotterranei. Le pantere
ruggirono, contrariate, mentre tutti puntavano gli occhi su di lui. Era un uomo alto e possente, dalla
pelle scura e con gli occhi grigi taglienti come il ghiaccio, che sfidavano me. Si avvicinò al centro
dell’Arena e si inginocchiò davanti alla sua regina. Lanciai uno sguardo a Gemma: la sua espressione
era preoccupata, ma non si oppose a quella scelta.
Ecco da cosa tentava di mettermi in guardia Ginevra. Combattere contro il Campione di Sophìa
non era solo pericoloso, il suo sangue era letale. Da tempi immemori si nutriva della Linfa della sua
Amìsha e, come lei, poteva mandare un Sotterraneo nell’Oblio, la morte eterna. Per questo
l’Imperatrice aveva deciso di schierarlo.
Per uccidermi.
«Cosa c’è? Sembri preoccupato. Vuoi chiedermi di tirarti indietro, forse?» mi provocò il
diavolo, beffardo.
Fissai lo sguardo sul suo, temerario. «Sono pronto per combattere.»
Gemma annuì, negli occhi una scintilla d’orgoglio.
«Il tuo coraggio è ammirevole, devo ammetterlo. Sarà un vero peccato, per Nàyade, dover
rinunciare a te.»
I miei occhi si legarono a quelli di Gemma per un lunghissimo istante. Finché un gruppo di
soldati non invase il campo e mi scortò fuori dall’Arena.
50
ALL’ULTIMO SANGUE
Le ultime parole di Ginevra mi riempirono la mente. Ecco cosa stava per dirmi: combatterai
contro il Campione di Sophìa. L’Imperatrice lo aveva previsto sin dall’inizio. Avevo superato tutte le
prove, chiedendomi che piano avesse in mente per sbarazzarsi di me e ora lo sapevo: schierarmi contro
Zakaharìa nella sfida più difficile. Il duello.
Un gruppo di soldati mi scortò fino alla palestra, dove le Mizhye di Gemma mi attendevano per
occuparsi delle mie ferite. Scrutai la folla, in cerca dei miei amici, ma non c’era traccia di nessuno di
loro. Cercai di concentrarmi sulla battaglia. Non potevo perdere la concentrazione. Un milione di
motivi poteva aver impedito a Ginevra di raggiungere il castello con la sua armata. Era quasi folle
pensare che potessero riuscirci. Dovevo contare solo su me stesso. Le porte si chiusero dietro di me e le
tre ancelle mi accolsero, facendomi sedere. Esaminarono il taglio profondo che avevo al fianco e
prepararono un unguento. Tamponarono le ferite che avevo sugli zigomi e sulle spalle e mi oliarono i
muscoli. Io le lasciai fare, la mente fissa sullo sguardo di Zakaharìa e sulla promessa di morte che
recava con sé. Serrai i pugni. Non potevo lasciare che mi uccidesse sotto gli occhi di Gemma. Dovevo
lottare e difendermi. Solo così sarei potuto stare di nuovo insieme a lei. Dovevo diventare il suo
Campione. Cercai di liberare la mente. Il suo sangue era un potente veleno che oscurava tutto ciò che
non riguardava lei.
Sollevai la testa quando le porte si aprirono e Gemma entrò nella stanza. «Lasciateci soli»,
ordinò, senza staccare gli occhi da me.
Le Mizhye fecero un breve inchino e ci lasciarono.
Scattai verso di lei e incollai le mie labbra alle sue. Lei assecondò il mio bacio, colta di
sorpresa. Chiusi gli occhi e appoggiai la fronte alla sua, dimenticando tutto ciò che avevo intorno:
l’Arena assetata di sangue, il duello che stavo per affrontare. Potevo tutto, se avevo lei.
«Ti sei battuto valorosamente», mormorò Gemma, con voce sensuale. «Ero sicura che saresti
stato un buon Campione.» Mi diede le spalle e si allontanò da me, con il lungo strascico della sua
gonna che le lasciava i fianchi scoperti. «Tuttavia sei piuttosto prepotente sul concetto di ricompensa.
Devi prima vincere il torneo per me, se vuoi essere premiato.»
Mi avvicinai dietro di lei e fui sul punto di afferrarle le spalle per farla girare, ma mi bloccai con
le mani a mezz’aria. Mi limitai a sfiorarle le braccia e lei non si mosse.
«Non puoi chiedermi di starti lontano», sussurrai tra i suoi capelli, chiudendo gli occhi.
Lei si voltò e accarezzò il taglio sul mio viso. «Vinci per me», disse, sondando la mia anima.
Sapevo che, là fuori, stava per decidersi tutto. Il nostro destino sarebbe cambiato per sempre, se
io avessi perso. C’era in gioco tutto. Gemma non sapeva che il mio avversario era pronto a uccidermi.
Sarei potuto morire, ma ero pronto a farlo per lei.
«Kaahmì», replicai. Ai tuoi ordini.
Sulle sue labbra affiorò un irresistibile sorriso. Le accarezzai con il pollice e lei le avvicinò alle
mie, incendiandomi di desiderio. L’attirai dolcemente a me, pretendendo un altro bacio. La mia lingua
sfiorò la sua e io non seppi più chi ero. Gemma si morse il labbro e io lo succhiai, bramando altra
Linfa. Mi bastava solo una goccia... Lei mi lasciò fare, mentre la testa mi girava e il corpo era in
fiamme, arso dal desiderio.
Gemma mi posò le mani sul petto e le sue dita studiarono le cicatrici, poi staccò le labbra dalle
mie. Ero senza fiato. Mi guardò e la sua voce mi avvolse tutti i sensi: «Ho voluto darti un altro
assaggio. Non deludermi».
Mi diede le spalle e uscì, lasciandomi stordito. Cercai di controllare il respiro, mentre il suo
sangue bruciava dentro di me accendendo tutti i miei sensi, ma non ne ebbi il tempo. La porta si aprì di
nuovo e i soldati irruppero nella stanza. Con sorpresa, riconobbi uno di loro. Era Faust. Cosa ci faceva
lì?
Passandomi accanto, mi urtò la spalla, facendomi scivolare qualcosa in mano. Chiusi il pugno e
distolsi lo sguardo da lui, raddrizzandomi. Quando le porte si aprirono, la platea esultò, impaziente.
Tenni il braccio lungo il fianco e aprii appena il palmo, per vedere cosa mi aveva dato Faust.
Sgranai gli occhi.
Era l’anello di Absolon. L’artiglio del diavolo. Fissai Zakaharìa, dall’altra parte dell’Arena, e
sorrisi.
Adesso giocavamo ad armi pari.
L’Imperatrice si alzò, per annunciare l’inizio della sfida, ma io non staccai gli occhi da lui.
«Battetevi, miei Gladiatori, e che vinca il più valoroso di voi. Forgiate la vostra gloria!»
Le guardie ci scortarono fino al centro del Cerchio e io mi ritrovai faccia a faccia con il mio
avversario. Non avevo mai visto il Campione dell’Imperatrice prendere parte ai Giochi e sapevo per
certo che era un evento raro. Le pantere erano già in posizione, si muovevano nervosamente avanti e
indietro controllando la zona che era stata assegnata loro. Lanciai un’occhiata ad Anya e sfiorai l’anello
che avevo nascosto in tasca. Lei annuì appena. Il duello era l’ultima sfida, da cui uno soltanto sarebbe
uscito vincitore.
Guardai Zakaharìa dritto negli occhi, mentre il pubblico tratteneva il respiro. «Mi onora sapere
che Sophìa ha dovuto scomodare il suo Campione, per battermi.»
Lui mi fissò, senza parlare. Eravamo entrambi in guardia, il gladio stretto nel pugno, come
prevedeva la nostra prima sfida.
«Peccato. Speravo di fare un po’ di amicizia, prima di farti a pezzi.»
Il mio avversario digrignò i denti e caricò, dandomi una spallata che mi fece atterrare vicino al
limite del Cerchio. La platea esultò, mentre con un ringhio feroce una pantera sfoderava gli artigli
avvelenati e allungava le zampe verso di me. Se mi avesse ferito, avrei perso i sensi e Sophìa avrebbe
vinto il torneo. Tuttavia sarei rimasto in vita. Solo il veleno dell’Imperatrice poteva mandare un
Sotterraneo nell’Oblio e Zakaharìa ne aveva pieno il corpo.
Mi alzai, tornando ad affrontarlo. «Ho capito, non ti piacciono le presentazioni», dissi, con un
sorriso di sfida. «La timidezza è una brutta cosa, sai? La tua padrona dovrebbe farti uscire più spesso.»
Menzionare Sophìa lo fece reagire. Scattò di nuovo, ma stavolta mi trovai più preparato e
schivai il suo attacco. Con un balzo gli piombai sulla schiena e lo feci cadere all’indietro, trascinandolo
contro le Streghe.
La folla sussultò, sorpresa.
Mi voltai a fissare Sophìa, seduta nella sua tribuna. Aveva un’espressione di vittoria dipinta in
volto, ma io l’avrei cancellata. Il pubblico, e persino le Streghe, credevano che si stesse disputando
l’ultima sfida dell’Opalion. Io e lei sapevamo la verità. In gioco c’era molto altro. Il vero premio era
Gemma ed eravamo io e Sophìa a contendercelo.
Zakaharìa si rialzò e io tornai a concentrarmi su di lui, ogni forma di ilarità in me era svanita.
Dovevo batterlo, prima che lui battesse me. Stavolta fui il primo ad attaccare. Lui incassò il colpo e poi
contrattaccò. Era il più abile degli avversari contro cui avevo lottato, ma anch’io sapevo difendermi. Il
corno segnò la fine del round proprio quando lo atterrai.
Continuai a tenerlo giù, finché i soldati non mi staccarono da lui per rimettermi in riga. Ci
consegnarono due lunghi bastoni con la punta di metallo e la terra tremò sotto i nostri piedi, mentre la
pavimentazione si sgretolava, e intorno a noi si apriva un minaccioso abisso. Ci ritrovammo su una
colonna di terra, affiancata da altre più piccole. Intorno a noi, il nulla.
Il corno suonò ancora, dando inizio alla seconda fase del duello.
Scrutai il mio avversario, tutti i sensi in allerta, cercando un punto debole. Poi mi lanciai
all’attacco. Ero bravo, con il bastone, mi ero allenato a lungo con i miei fratelli, ma il mio avversario
era il degno Campione dell’Imperatrice e conosceva mosse difficili. Saltai su un’altra colonna e lui mi
seguì, spostandosi in quella accanto. I bastoni si scontrarono feroci, le punte acuminate che
minacciavano di colpire ora me, ora il mio nemico. Sentii i muscoli tirare per lo sforzo, ma il sangue di
Gemma era una fonte inesauribile di energia. Mi bastava lanciarle un’occhiata per accenderlo e
riprendere a combattere con nuovo vigore.
Tentai un affondo ma lui lo schivò, poi prese a correre saltando da un pilastro all’altro e io lo
inseguii finché non arrivò al confine, a un passo dalle pantere. A quel punto si girò, appena in tempo
per vedermi balzare sulla sua colonna con l’arma puntata su di lui. Lui parò il colpo ma perse
l’equilibrio e cadde a terra. In un attimo, mi avventai su di lui e rotolammo finché lui non riuscì a
sovrastarmi, bloccandomi a terra e premendomi l’asta del bastone sulla gola. Provai a spingerlo via, ma
era troppo forte. Zakaharìa mi spinse, e mi ritrovai con la testa nel vuoto. La folla esultava,
incoraggiando il Campione della regina. Lo guardai negli occhi e per la prima volta brillarono di
vittoria. Non potevo accettarlo. Spinto dalla disperazione, lo colpii con tutte le mie forze e con un abile
movimento mi liberai. Lui si voltò di scatto, ma fu costretto a bloccarsi, sconcertato: un’altra punta
acuminata gli sfiorava la gola. L’artiglio del diavolo.
Il corno suonò in quell’istante, decretando la fine del round. Non l’avevo battuto, ma almeno
adesso anche lui sapeva che giocavamo ad armi pari.
Mi voltai verso Sophìa, guardandola con aria di sfida, mentre l’abisso si richiudeva. Lei si era
alzata, sgomenta. Ma non poteva fare nulla per fermarmi.
Raccolsi la spada che era apparsa a terra, i miei occhi fissi su quelli di Zakaharìa.
«Sei scaltro», disse, parlando per la prima volta. «Ora capisco perché l’Imperatrice ti ritiene una
minaccia.»
«Ti consiglio di concentrarti sui tuoi problemi, perché ho intenzione di dartene parecchi»,
replicai, tentando un affondo.
Lui lo parò, dando inizio al più cruento dei duelli.
Uno strato d’acqua si formò sotto i nostri piedi, trasformandosi presto in fanghiglia. Non c’era
nessuna regola che limitasse il numero dei round: potevano essere infiniti, così come gli scenari che
Sophìa inventava per la lotta, finché uno dei due duellanti non fosse stato sconfitto. Tuttavia, ora che
avevo rivelato la mia arma segreta, io e Zakaharìa sapevamo che quello scontro sarebbe stato l’ultimo.
O me o lui.
Le nostre spade gemevano, sferzate da colpi che si facevano sempre più brutali.
«Sei bravo con la spada, te lo concedo», gli dissi, mentre lui respingeva un mio attacco,
premendo la sua spada contro la mia. La forza fu tale da farmi indietreggiare nel fango e una pantera
ringhiò, preparandosi ad attaccare: ero pericolosamente vicino al confine.
Cogliendo al volo l’occasione, Zakaharìa mi disarmò e mi tirò una pedata, facendomi cadere in
ginocchio.
La folla esplose in un boato assordante. Persino loro avevano capito che la fine era vicina.
Alzai gli occhi, osservando i Dannati in visibilio attraverso i capelli sporchi di fango. «Nessuno
fa il tifo per me?» scherzai, prima di tornare a guardare il mio avversario.
Lui si passò la lama affilata sul petto, provocandosi un lungo taglio, e poi me la puntò alla gola,
sporca del suo sangue avvelenato. La folla si zittì e io lo fissai dritto negli occhi. Guardai Gemma, che
si era alzata dalla sua tribuna per assistere alla mia condanna.
Ma una voce si levò nel silenzio: «Io faccio il tifo per te».
Drake.
Alzai la testa di scatto e una pantera piombò su Zakaharìa, strappandomelo di dosso. In pochi
istanti, l’armata di Ginevra riempì l’Arena, travolgendo tutto e tutti. Sollevai lo sguardo su Sophìa, che
sul volto aveva un’espressione di totale sorpresa, e stavolta fui io a sorriderle.
Fine dei Giochi, la guerra era iniziata.
51
IL CANTO DELLA MORTE
Le pantere partirono all’attacco, sbranando un gruppo di Dannati ribelli. Nel giro di pochi
secondi, l’Arena si era trasformata in un campo di battaglia in cui era esploso il caos. Drake corse verso
di me, ma all’ultimo scartò di lato e atterrò uno dei soldati delle Streghe. Mi raggiunse, mentre un
nuovo gruppo ci circondava.
«Avete fatto con comodo», lo rimproverai con ironia, con la schiena appoggiata alla sua.
«Sai com’è Ginevra. Ci mette un’eternità a prepararsi», replicò, e insieme ci gettammo
all’attacco. «Devo ammettere...» Con una capriola, si portò alle spalle di un nemico e gli tagliò la gola.
«Che è stato un bello spettacolo.»
«Non mi sono nemmeno impegnato.» Parai un affondo e conficcai l’artiglio in gola al mio
avversario. Poi mi voltai velocemente e feci lo stesso con un Sotterraneo che stava dando filo da torcere
a Drake. Entrambi esplosero in una nuvola di cenere. Io e Drake ci stringemmo in un rude abbraccio.
«Mi sei mancato, fratello», dissi.
«Mi dispiace che tu sia dovuto tornare fin quaggiù, per rivedermi», scherzò lui. «E comunque,
anche a me è mancata la tua faccia.»
«Sarà meglio se rimandiamo le smancerie a quando saremo fuori di qui.» Mi abbassai per
schivare il braccio di un Dannato che qualcuno mi aveva lanciato.
«Per una volta, sono d’accordo.»
La guerra infuriava tutto intorno a noi. Ginevra aveva radunato un’incredibile armata: Dannati,
zombie, bestie feroci difendevano la nostra causa combattendo contro l’esercito delle Streghe,
composto da Sotterranei sottomessi e da una schiera di amazzoni addestrate per combattere. Nella
mischia, riconobbi molti prigionieri che avevo visto al castello, compreso Faust, che si era schierato
dalla nostra parte. I ribelli a fronteggiare le Streghe erano migliaia. Ma i nostri avversari erano infiniti.
Le Streghe chiamavano a raccolta le creature dell’Inferno, che accorrevano dal cielo e dalla terra.
Plasmavano statue di animali e le animavano.
Ginevra si batteva come una leonessa, affiancata da Simon e Peter, mentre Drake si era
avvicinato a Stella. Era così brava e agguerrita, mentre si scontrava con le Mizhye, da sembrare una di
loro. Cercai Gemma nella battaglia e la trovai poco più distante, impegnata a tenere a bada i Dannati.
Lottai per raggiungerla e la mia spada si rivoltò contro i miei alleati, pur di difenderla. Non potevo
permettere che le facessero del male. «Gemma, dobbiamo andarcene via di qua. I miei amici ci
aiuteranno a scappare.»
«Morirete tutti quanti, per questo affronto all’Imperatrice!»
«Ti porteremo via da qui, con o senza la tua volontà!» gridai nella folla.
Lei tirò fuori la balestra e me la puntò dritta in faccia.
«Vieni con me, ti prego», la supplicai. «Il tuo posto è insieme a me.»
«Il mio posto è qui. Con Sophìa.»
«Sophìa ti ha tradita, non lo capisci? Non ha esitato un istante a ordinare la morte del Campione
che tu avevi scelto.»
Un forte boato sovrastò il furore della battaglia, mettendoci in allerta, e un grosso gorilla dagli
occhi blu ci venne incontro, infuriato. Gemma balzò via e io mi scansai un attimo prima che mi
travolgesse. La osservai, mentre correva incontro al suo Sauro, sceso in picchiata in suo soccorso. Si
aggrappò a lui con una sola mano e con un salto gli salì in groppa. Argas prese il volo. Colpii tutti
quelli che mi trovai davanti, cercando di inseguire Gemma. Si fermò sopra le sue Sorelle, che
combattevano in sembianze di pantera. Saltò giù e si unì a loro contro i nemici, mentre ogni Strega si
trasformava, tornando umana. Il cielo si scurì improvvisamente e una barriera le circondò, avanzando
insieme a loro e distruggendo chiunque la sfiorasse. Tutti i Dannati indietreggiarono, ma Ginevra non
si mosse e le fronteggiò.
«Fatti da parte», le ordinò Gemma.
«Vieni via con noi. E nessuno si farà male», le promise Ginevra.
«Hai perso il senno!»
«Sei tu che non ragioni! Sei accecata dall’amore per Sophìa. Lei ha ordinato la morte del tuo
Campione. Siamo qui per salvare lui e anche te.»
«Io non ho bisogno di essere salvata.»
«Io sono tua Sorella.»
«No. Tu non lo sei più. Sono loro, le mie Sorelle. Pensi davvero di poterci sfidare con un branco
di ribelli e avere la meglio su di noi? Considerali già come carne morta.»
«Non contarci, perché tutti loro hanno in corpo il mio sangue.»
«E allora guerra sia.»
Un lampo squarciò il cielo e l’intera armata di Ginevra tornò alla carica. Trovai Simon e Drake
e mi unii a loro nella battaglia. Le Streghe non erano avversari come gli altri. I loro poteri erano
immensi. Persino l’aria era intrisa di magia nera e occorrevano tutte le energie per riuscire a
contrastarla. Ogni Sotterraneo chiamò in suo aiuto gli elementi: aria, terra, acqua e fuoco. Quel fuoco
che loro temevano così tanto e che adesso le minacciava nella loro terra, tra le mura del loro castello. I
loro serpenti sibilavano, affondando i denti su Dannati e Sotterranei ribelli, che cadevano come foglie
al vento. Peter era in ginocchio, la frusta di Devina stretta attorno al collo. Non sapevo ancora quale
fosse il suo potere, ma doveva essere forte, perché si liberò della frusta e inchiodò la Strega alla parete.
C’era anche Absolon, con il suo grande arco. Eliminò in fretta i soldati e puntò dritto verso le
Streghe. Da qualche parte, in lontananza, il grande vulcano eruttò, facendo tremare la terra. Usai i miei
poteri per chiamare a raccolta il veleno intriso nel terreno, che si sollevò creando un grande arco.
Simon lo incendiò, scagliandolo contro le Streghe, che per difendersi crearono il vuoto intorno a loro,
così che il fuoco non avesse più l’ossigeno per alimentarsi. Ma quell’incantesimo indebolì il loro scudo
protettivo, aprendo un varco di cui noi approfittammo per sferrare un nuovo attacco. Contro i loro
soldati, invece, usavamo le armi avvelenate preparate da Ginevra. Le lance e le frecce bruciavano, con
il fuoco degli Angeli.
Una Strega scagliò una folgore, che venne dritta contro di me, ma Argas mi spinse via un
istante prima che mi colpisse. Gemma guardò verso di noi, sorpresa dal gesto del suo Sauro. Accorse
anche Anya: da quando era iniziata la rivolta, non aveva mai lasciato Gemma. Sebbene non si fosse
schierata dichiaratamente dalla nostra parte, doveva aver dato lei l’artiglio del diavolo a Faust. Anya
non era lì per ostacolarci, ma solo per proteggere Gemma e speravo che ci aiutasse a portarla via con
noi. Un Sotterraneo incoccò due frecce infuocate, ma io capii troppo tardi a chi erano destinate.
«Gemmaaa!!!» I miei occhi si dipinsero di orrore. Provai a fermarla, ma una andò dritta verso di
lei, il fuoco che spezzava l’oscurità della notte.
Anya mi guardò, sgomenta, e spinse via Gemma, prendendosi la freccia in pieno petto. Una
lacrima scivolò sulla sua guancia, prima che un’ondata di fuoco la invadesse, e subito il suo corpo
esplose in migliaia di farfalle nere.
«Anyaaa!!!» urlò Gemma, inginocchiandosi dove un istante prima c’era la Sorella.
Disperata, Ginevra annientò il Sotterraneo che aveva ucciso Anya.
L’urlo di Sophìa echeggiò per l’intero regno. Per un istante, la battaglia si fermò, mentre il cielo
si trasformava, divorato da una tempesta di fulmini che presto riversò su di noi la sua furia.
Gli occhi di Gemma si trasformarono, diventando disumani, mentre si scagliava contro gli
avversari. Qualcosa però la bloccò all’improvviso e lei crollò in ginocchio. Per un istante, temetti che
qualcuno l’avesse colpita, ma poi alzò la testa e i suoi occhi incrociarono i miei. E fu come ritrovarli
dopo secoli. Serrò i pugni sul terreno e continuò a guardarmi, mentre un fulmine d’emozione mi
colpiva in pieno petto.
«Evan», mormorò.
Ricordava.
Le lacrime mi riempirono gli occhi. «Jamie.»
La mia Jamie, l’avevo ritrovata!
Le corsi incontro, uccidendo chiunque si mettesse sul mio cammino, ma uno stormo di farfalle
nere calò su di noi come la più oscura delle profezie, sollevò da terra alcuni Dannati e li squarciò a
mezz’aria, poi si avventò su di me, scagliandomi via.
«Sophìa, no!» urlò Gemma, la voce carica di disperazione.
L’Imperatrice si materializzò di fronte a me, negli occhi tutto il male del mondo. «Tu sei stato la
causa di tutto!» gridò. «Adesso muori, soldato!» Scagliò il suo serpente contro di me e io seppi che per
me era la fine.
Ora che avevo finalmente ritrovato la mia Jamie, stavo per morire.
L’urlo straziante di Gemma irruppe nella notte: «Noooo!!!»
Ci fu un sordo boato, come un’onda di energia che contrastava il tempo, mentre il Dakor di
Sophìa apriva le fauci. La voce di Gemma mi riempì la testa: «Lui deve vivere».
«Sarà per sempre e non ci sarà più ritorno.»
Trasalii, agghiacciato. Erano i Màsala.
«Non mi importa. Purché lui viva, la mia anima sarà in pace.»
Quella strana forza cessò. Scorsi un’altra sagoma che mi sfrecciava accanto, ma, quando scoprii
con orrore che si trattava del serpente di Gemma, era ormai troppo tardi. Mi voltai verso di lei,
disperato, e una lacrima scivolò dai suoi occhi, un istante prima che il Dakor di Sophìa affondasse i
denti sul suo, staccandogli la testa.
Gemma sgranò gli occhi, ancora fissi nei miei, sopraffatta dallo stesso dolore del suo Dakor, e
le sue labbra si mossero appena: «Atyantam». Poi il suo corpo esplose in uno sciame di farfalle nere. La
testa mi girò per lo shock e gli occhi si riempirono di lacrime. Digrignai i denti e lanciai un urlo di
dolore che squarciò il cielo. Stordito, guardai la battaglia che infuriava tutto intorno a me. Ginevra era a
terra, in lacrime, stringendo il terreno dove un istante prima c’era stata Gemma. Sophìa si era
pietrificata, cadendo in ginocchio.
No! No! No! Non poteva essere finito tutto così. Non potevo averla finalmente ritrovata, solo
per perderla un’altra volta. Perché lo aveva fatto? Si era sacrificata per me, morendo al mio posto.
Singhiozzai. Il dolore era troppo forte, mi squassava il petto. Mi voltai verso la battaglia e capii che
avevo intrapreso un viaggio senza più ritorno. Senza Gemma, niente aveva più senso. Mi lanciai in
corsa e sottrassi una spada a uno dei Dannati, tranciando teste e sfogando la mia rabbia su chiunque si
trovasse sul mio cammino. Il grido di dolore di Argas si levò nella notte, mentre volava in cerchio
sopra di noi. Gli corsi incontro e lui si abbassò verso di me, per consentirmi di montargli in groppa e
continuare il mio massacro, lanciando palle di fuoco a quelle maledette Streghe, mentre il Sauro
correva, tentando come me di sfuggire a quel dolore. Sotterranei, Streghe, Dannati, non mi importava
chi colpivo. Non mi importava più di niente, avevo perso tutto. Nessuno meritava di vivere più di
Gemma. Dovevano morire tutti. Sguainai la spada e mi lanciai verso un gruppo di soldati, ma una voce
mi riempì la testa.
«Evan, fermati.»
Mi bloccai, un brivido che mi percorreva lento. Era Gemma.
Mi voltai e i suoi grandi occhi neri si incastrarono nei miei. «Basta», mormorò.
Scivolai dalla groppa di Argas e le corsi incontro, asciugandomi le lacrime che mi impedivano
di vederla. Crollai in ginocchio, ai suoi piedi, e piansi. Lei mi prese la testa e io la strinsi forte. Anche
lei s’inginocchiò e io le accarezzai i capelli, con la disperazione di un condannato a morte. Appoggiai
la fronte alla sua, i nostri occhi che si scambiavano promesse proibite.
«Come...» Era l’Anima di Gemma quella che stringevo. Non era lì per restare.
«Sei libero. La tua anima non mi appartiene più.» Gemma si toccò il collo, dove prima c’era il
Dreide, col quale mi aveva rivendicato.
«Non voglio essere libero da te. La mia anima ti apparterrà sempre.»
«Evan...» mormorò, e mi prese la mano.
Serrai gli occhi, mentre altre lacrime li riempivano, copiose, e scossi la testa perché sapevo già
cosa stava per dirmi. Cosa stava per succedere.
«No. Non dirlo, ti prego, non dirlo», la supplicai.
«Sono qui per dirti addio.»
La strinsi forte a me, serrando i pugni. Non lo accettavo. Non potevo lasciarla andare via.
«Resta con me», sussurrai, sull’orlo della follia. «Resta con me, ti prego. Non posso perderti adesso che
ti ho ritrovata.»
«Non posso restare. Ho invocato il perdono e mi è stato concesso.» Lei mi fissò, negli occhi la
mia stessa disperazione. «Ma non potevo andarmene senza prima averti detto grazie per aver lottato per
me fino alla fine.»
Scossi la testa. «Tutto quello che ho fatto non ha più senso, senza di te.»
«Ha senso per me, Evan. Tu mi hai liberato.»
«Non doveva finire così. Dovevamo stare insieme per sempre.»
«È così che doveva andare, sin dall’inizio. Ma nel frattempo tu mi hai regalato il mondo. La
morte ha intonato per me il suo ultimo canto.»
«Non sono riuscito a salvarti.»
«Sì, invece. La mia anima adesso sarà in pace.»
Una figura incappucciata apparve alle spalle di Gemma. Era uno dei Màsala. Il suo grande
sacrificio l’aveva salvata dalle tenebre, ma passare alla luce me l’avrebbe portata via per sempre.
La strinsi più forte, rifiutandomi di lasciarla andare. «No. Non ti lascio.» Una lacrima scivolò
sul mio viso. Non ero mai stato così disperato. «Non doveva succedere.» Scossi la testa. «Non doveva
succedere.»
«Abbiamo lottato per impedirlo, ma il destino era contro di noi, Evan. Non rimpiangerò mai di
averci provato perché con te ho vissuto dei momenti che non dimenticherò mai.»
«Non ce ne saranno più. Non ci saranno più momenti insieme!» mormorai. «Conosci la
maledizione. Se tu trapasserai, ti perderò per sempre. Perché lo hai fatto? Perché hai smesso di
lottare?»
«Ho solo smesso di lottare per me stessa. Adesso, è il momento che sia io a proteggere te. Se tu
fossi morto, oggi, io non me lo sarei mai perdonato. Non ci saranno più guerre da combattere, Evan.»
«Questa è la fine, la fine di tutto.»
Gemma mi prese la mano e la sollevò, osservando i nostri palmi uniti, le nostre promesse che si
intrecciavano per l’ultima volta. «Non ci sarà mai una vera fine per noi.»
I nostri palmi si toccarono, si sfiorarono, si studiarono per l’ultima volta. Osservai le sue dita, le
accarezzai, cercando di memorizzare il suo tocco perché non lo avrei mai più provato.
Il Màsala avanzò dietro di lei. Gli occhi di Gemma mi scrutarono a fondo nel loro ultimo addio,
mentre una lacrima scivolava silenziosa dai miei.
Poi Gemma scomparve. E io crollai in ginocchio.
L’avevo persa per sempre.
«Basta!» Una voce autoritaria tuonò nella notte e la battaglia tutto intorno a me cessò. Io ero
ancora a terra, incredulo e a pezzi.
Alzai piano la testa, ma solo perché era stata Ginevra a parlare.
Trasalii, quando vidi che era al fianco di Sophìa.
«Che la guerra si fermi. Adesso!» ordinò, e tutti si guardarono intorno, liberi dal suo sortilegio
scuro.
La fissai, perplesso, e lei captò i miei pensieri.
«È finita, Evan», mormorò, lo sguardo affranto. «Abbiamo perso, ma almeno voi potete
salvarvi.»
«Non c’è più niente da salvare in me.»
«Sì, invece. Io ho guidato questa rivolta. Sarò io a pagare il prezzo. In cambio delle vostre vite.»
«No!» Simon avanzò, uscendo dalla folla.
Ginevra si voltò a guardarlo e una lacrima scivolò sul suo viso. «La Terra non è un buon posto
per quelli come noi. Mi dispiace. Non ho altra scelta.»
«Io invece ce l’ho», replicò Simon, e lei annuì. Se Ginevra aveva deciso di restare all’Inferno
per porre fine alla guerra, Simon sarebbe rimasto insieme a lei.
Una schiera di pantere mi circondò e una Strega mi legò i polsi dietro la schiena. Mi alzai e
lasciai che mi guidassero, lanciando un’ultima occhiata a Simon e Ginevra.
L’aria tremò di fronte a me, mentre un portale si apriva. Vidi Drake che mi fissava, al comando
del nostro esercito.
Era sporco di sangue e cenere e il suo possente corpo era davanti a quello di Stella, per
proteggerla. Ci guardammo per l’ultima volta. Poi attraversai il portale, spinto dalla Strega e dalle
pantere, e tutto il caos svanì. La Strega non parlò, le pantere non emisero nessun suono. Anche loro
erano in lutto. Lasciai che mi conducessero al centro del Dànava, i miei occhi persi nel vuoto mentre il
meccanismo si azionava e un vortice di farfalle prendeva vita intorno a me, trascinandomi via
dall’Inferno.
Ma un Inferno peggiore dimorava dentro la mia anima ormai nera.
Avevo perso Gemma. Avevo perso tutto.
Tuoni. Fuori e dentro di me.
Lampi. Si abbattono sui confini della mia ragione.
Luce. Oscurità. Tenebre.
Vana Speranza.
52
L’ULTIMA PROMESSA
Fissai la bara di Gemma, mentre veniva ricoperta di terra. Era vuota, come il mio cuore e tutto
ciò che restava di me. Anche il cielo piangeva, bagnando gli ombrelli neri di tutta la comunità, riunita
per l’ultimo saluto a mia moglie e al nostro bambino. Io lasciai che le sue lacrime cadessero su di me.
Non meritavo la sua consolazione.
Informare i genitori di Gemma era stata la cosa più difficile che avessi mai fatto perché il loro
dolore era come sale per la mia ferita sanguinante. Suo padre era crollato a terra, in lacrime. Sua madre
mi aveva colpito più e più volte, rifiutando di crederci. Infine si era aggrappata a me e insieme
avevamo pianto. Lacrime amare, che bruciavano come il più feroce dei veleni.
Strinsi più forte il violino, serrando gli occhi mentre muovevo l’archetto sulle corde, intonando
l’ultima ninnananna per Gemma e Liam prima di dir loro addio per sempre. Non li avrei mai più rivisti.
Le note scavavano dentro di me, tirando fuori il mio dolore, mentre gli occhi di Gemma tornavano a
riempirmi la mente. Ogni volta che mi guardava, il mio cuore si spaccava in due metà, per lasciarla
entrare. Lei era dentro di me e nessuna sentenza avrebbe potuto spostarla da lì. Ma la morte aveva
soffiato su di lei il suo ultimo canto. Non ci sarebbe stato lieto fine per noi. Per nessuno di noi.
Ginevra aveva sacrificato la sua libertà per salvare la mia vita e quella di Simon. Anche lui
aveva fatto la sua scelta, rifiutandosi di lasciarla. Così era rimasto all’Inferno insieme a lei.
Qualcuno mi appoggiò una mano sulle spalle. Era Peter. Quando sollevai gli occhi, mi accorsi
che la folla si era diradata ed eravamo rimasti solo noi. «Mi dispiace», disse.
«Ti hanno lasciato andare», commentai.
«È stato Simon a intercedere per me. Lui è rimasto al castello con Ginevra.»
«Se la caverà, è forte.»
«Lo so. Ginevra ha posto le sue condizioni.»
«Ti sei battuto bene. Grazie per aver protetto Gemma.»
«Non l’ho fatto per te», replicò. Poi abbassò la testa. «Sai, al mio ritorno dall’Inferno sono
andato lì per nutrirmi», mi confessò. Era chiaro che si riferisse all’Eden, ma nemmeno lui osava
pronunciare quel nome, quasi fosse diventato un luogo proibito. «È strano sapere che lei è lì e che io
non posso vederla.»
Chiusi gli occhi. Io non avevo avuto tanto coraggio.
«Sono rimasto per un po’, in ascolto. Ho provato a immaginarla accanto a me, magari c’era
davvero e io non lo sapevo. È frustrante. Tu, invece, non ti sei ancora nutrito da quando sei tornato
dalla guerra. Non è così?»
Non risposi. Peter aveva ragione, ma io non potevo tornare là. Una volta avevo detto a Gemma
che non esisteva un mondo in cui potevamo stare insieme. Dentro di me, avevo sempre sperato che non
fosse così, invece era vero. Eravamo separati in due mondi diversi. Anime disperse che non si
sarebbero più rincontrate. Era successo. Quello che avevo sempre temuto, sin dall’inizio, era successo:
Gemma era trapassata. L’avevo persa. Come un sogno che svanisce al mattino. Era la fine. La fine di
tutto. La fine di me.
«So che non posso sostituire i tuoi amici, come nessuno potrà mai sostituire quella che io ho
perso», continuò Peter. «Ma puoi contare su di me, per tutto.»
Annuii, in segno di ringraziamento.
«Devo andare, adesso.» Peter mi diede le spalle, lasciandomi solo con Gemma.
Guardai l’incisione sulla sua lapide. Mi chinai e sfiorai la pietra, che si trasformò sotto le mie
dita, forgiando per lei la mia ultima promessa.
ATYANTAM
Un anno dopo
Abbassai il volume dell’autoradio, fermandomi al semaforo. I Pink Floyd suonavano Whish You
Were Here. Fuori dal finestrino, ferma sul marciapiede, Gemma mi guardò. Mi sorrise... e poi
scomparve. Strinsi i pugni sul volante. La sua anima viveva dentro di me.
53
ETERNA BEATITUDINE
Mi avvicinai alla riva del lago a osservare le increspature dell’acqua, mentre il vento la
accarezzava come se fosse la sua amante. Riempii i polmoni d’aria, chiudendo gli occhi. Sorrisi,
l’immagine di Gemma era ancora vivida nella mia mente, un balsamo per la mia anima tormentata
dalla sua assenza. La cercavo dentro di me ogni volta che il dolore mi riempiva il petto, in attesa che
tutto finisse.
Avevo aspettato a lungo, ma ormai la fine era vicina, lo sentivo. Anch’io avrei trovato presto la
mia pace.
Guardai la casa sul lago e immaginai Gemma sulla porta, ad aspettarmi con il nostro bambino
tra le braccia. Era una bugia, lo sapevo, una menzogna che attenuava il mio dolore, ma non potevo
essere sincero con me stesso.
Dopo il funerale di Gemma, avevo raccolto le sue cose. Poi avevo dato fuoco alla casa e l’avevo
guardata bruciare finché non era rimasto più nulla. Drake, Simon, Ginevra, Liam... Gemma, uno alla
volta si erano dissolti tutti, come fantasmi. Quella grande casa ormai era vuota. Una volta in cenere, ero
tornato alla casa sul lago, rifugiandomi nel ricordo di noi, e lentamente avevo atteso che la morte si
decidesse a portar via anche me. Non mi ero più nutrito e avevo perso prima i miei poteri, poi le forze,
lottando contro i morsi della fame, il sangue che bruciava nel disperato bisogno dell’Ambrosia.
Negli ultimi giorni, Devina era tornata da me, proponendomi di stare con lei, parlandomi per la
prima volta con serietà e persino con un barlume di tristezza negli occhi. Mi aveva promesso pace, ma
la mia pace aveva un solo nome. Un nome che era stato cancellato da quel mondo. E io non volevo più
starci. Ero rimasto solo. Ecco dove mi aveva portato la mia scelta. Quel pomeriggio di marzo in cui
Gemma aveva perso il suo appuntamento con la morte, avevo distrutto la vita di tutti quelli cui tenevo.
Drake, Simon e Ginevra erano rimasti all’Inferno, Gemma e il bambino erano in Paradiso, lontano da
me. Io ero rimasto intrappolato qui, a metà strada fra tutto ciò che amavo. Sarei dovuto andare
all’Inferno a scontare la pena che meritavo, ma non ero tanto coraggioso. Non per le torture, no. Avrei
potuto affrontare per l’eternità le torture delle Streghe purché ci fosse stata una speranza, ma non
riuscivo a vivere un solo altro giorno sapendo che avevo perso Gemma e Liam per sempre. Il mio cuore
si era disintegrato e i granelli erano troppo piccoli per poterli rimettere insieme. Così avevo deciso che
mi sarei dissolto. Ancora qualche ora e tutto sarebbe finito nell’Oblio. Avrei avuto la pace, una pace
che non meritavo, ma senza la quale non riuscivo più a vivere.
Ginevra era venuta di nascosto a trovarmi, implorandomi di nutrirmi, ma io avevo fatto la mia
scelta.
Non avevo più nemmeno eseguito gli ordini. Che senso aveva? E, ancora peggio, l’idea di far
trapassare un’anima era insopportabile. Sapevo che chiunque altro avrebbe potuto vederla, tranne me.
Fin dall’alba dei tempi, il sole sorgeva e tramontava ogni giorno, il tempo scorreva inesorabile
mentre milioni di anime si susseguivano. Gemma era una di quelle. Il suo tempo era scaduto. E, anche
se avevo cercato di trattenerla con me, la natura – quella natura che lei amava così tanto – l’aveva presa
con sé per ristabilire l’equilibrio. Nell’ordine dell’universo, lei non era che una delle migliaia di anime.
Per me, lei era l’universo.
Sfilai dal collo la mia piastrina militare, cui avevo legato anche il ciondolo di Gemma, e li
guardai un’ultima volta, leggendo le incisioni.
Gevan. Atyantam.
Legai le due catenine in un nodo inestricabile, testimoni eterne del nostro amore, e le lanciai.
Brillarono, nel punto più alto, al bacio della luce del sole che dava loro la sua benedizione. Poi si
inabissarono, depositandosi sul fondo, dove nessuno le avrebbe più separate. Insieme. Come io e
Gemma non avevamo potuto essere. Una lacrima scivolò sul mio viso, solitaria.
Abbassai la mano e la osservai ai raggi del mattino. Era quasi trasparente. Sorrisi. Iniziavo a
svanire. E non c’era posto migliore dove potesse succedere. Al nostro rifugio, il nostro posto speciale.
Era lì che avevamo fatto l’amore per la prima volta. Lì era nato il nostro bambino. Ed era lì che volevo
che terminasse tutto. Sarei finito nell’Oblio, ma una scintilla di me avrebbe vagato per quei boschi per
l’eternità, rivivendo la magia dei nostri incontri. La prima volta che si era promessa a me, mentre la
stringevo proprio contro quell’albero. Sfiorai la corteccia, dove un tempo c’era stata lei, come se avessi
potuto toccarla ancora... soltanto un’ultima volta prima di scomparire per sempre.
L’aria era ancora piena della sua risata, il suo sguardo bruciava dentro di me ogni volta che
chiudevo gli occhi.
Sei qui per proteggermi? È questo il tuo compito?
Un Angelo avventato e sconsiderato.
Il mio cuore ti apparterrà per sempre.
Dentro di me, ero felice perché nessuno avrebbe potuto privarci di quei ricordi. Erano un dono
senza prezzo. Erano la mia espiazione.
Suona ancora per me, Evan.
Ovunque fossi andato, li avrei portati via con me. E, anche se noi due eravamo separati, quei
ricordi sarebbero stati eterni.
Qualcuno mi afferrò la gamba e io mi voltai di scatto.
Sgranai gli occhi, sorpreso. Era un Sotterraneo ed era sul punto di svanire. «A... iu... aiuta...
mi...»
La mia testa si affollò di pensieri. Aveva bisogno di nutrirsi e io potevo farlo trapassare, eppure
non potevo tornare là perché il richiamo del Frutto sarebbe stato difficile da ignorare, nelle mie
condizioni. Dovevo decidere in fretta. Il ragazzo mi fissò, implorando il mio aiuto, e io ripensai a Liam,
all’uomo che sarebbe potuto diventare, a chi un giorno avrebbe potuto scegliere di salvarlo o di porre
fine alla sua vita. Allungai la mano sulla sua spalla e il mondo intorno a noi si trasformò e scomparve.
«Vai. Segui il tuo bisogno», gli dissi nella mente.
«Grazie...» Sentii la sua voce, ma lui era già svanito.
Mi ritrovai nell’Eden. Solo. Guardai il colonnato che mi circondava, dove una volta ero stato
insieme a Gemma. La chiamavano la città celeste, ma dentro di me era tutto nero. Sapere che lei era lì e
che io non riuscivo a vederla mi faceva impazzire. Forse mi stava parlando e io non sentivo la sua voce.
Chiusi gli occhi, pregando che parlasse più forte affinché potessi sentirla. Il profumo del Frutto mi
riempì le narici e io strinsi i pugni. Dovevo essere forte, un’ultima volta. Dovevo andarmene, prima che
la tentazione fosse troppo difficile da ignorare. Presto sarei svanito, non mancava molto ormai. Mi
preparai a tornare sulla Terra, ma un formicolio mi pervase il braccio sinistro. Qualcosa mai provato
prima. La morte era venuta a prendermi? Sarei sparito proprio lì, dove c’era anche lei, nascosta ai miei
occhi dalla mia maledizione? Era un buon posto per morire.
Il formicolio si fece più forte. Ruotai la mano e sgranai gli occhi, confuso. Non stavo svanendo.
Era il marchio dei Figli di Eva a bruciare. I suoi artigli si stavano ritirando, come un laccio che si
scioglieva, liberandomi dalla sua condanna. Lo osservai, scioccato, cercando di capire cosa mi stesse
accadendo e una voce squarciò il mio eterno silenzio: «Finalmente».
Rimasi immobile. Era la follia prima di svanire? Non poteva essere.
Mi girai lentamente e lei era lì.
«Ce ne hai messo di tempo.» Gemma mi sorrise e i miei occhi si riempirono di lacrime.
«Papà!» Scattai con gli occhi verso la nuova voce e Liam mi venne incontro. Lo accolsi tra le
mie braccia e lo sollevai in aria, con il cuore che mi scoppiava di gioia.
«Liam!» esclamai, stringendolo forte.
Gemma ci guardava, un sorriso sulle labbra e l’espressione radiosa. Lasciai giù il piccolo e la
fissai per un lungo, eterno istante. Annullai la distanza e la soffocai tra le mie braccia. E piansi, piansi
tutte le lacrime che mi erano rimaste.
«Ti abbiamo aspettato a lungo.»
Chiusi gli occhi al suono della sua voce. «Sei davvero tu...» mormorai. Le presi il viso tra le
mani e la baciai, mentre la disperazione tornava a tormentarmi dicendomi che non era possibile, che
doveva essere un sogno o un miraggio in cui la mia mente si era rifugiata per affrontare il dolore.
Allora strinsi Gemma ancora più forte, toccai il suo viso, la sua pelle, per assicurarmi che fosse reale.
«Ho paura che se ti lascio andare svanirai un’altra volta», le confessai, serrando gli occhi.
«Sono qui», mi rassicurò lei. «Non vado da nessuna parte.»
«Ma... Com’è possibile?» Il marchio dei Figli di Eva era scomparso e io riuscivo a vedere le
anime.
«Hai avuto la tua espiazione, Evan. La tua maledizione è spezzata.»
«Sei stata tu?»
«Non capita tutti i giorni che una Strega rinunci alle tenebre, scegliendo di morire in nome
dell’amore. Ho mantenuto la mia promessa: ho cercato me stessa e lì ho trovato te.»
L’abbracciai forte. «Cosa succederà adesso?»
«Le nostre anime saranno immortali.»
«Tu eri qui e io... Mi dispiace averti fatto aspettare.»
«Ti avrei aspettato per l’eternità.»
«Jamie.» Appoggiai la fronte alla sua e sorrisi, gli occhi pieni di lacrime.
Lei mi prese la mano, mordendosi il labbro. «C’è qualcun altro che ti stava aspettando.»
Aggrottai la fronte e una donna in abito bianco si mostrò a me. Sgranai gli occhi. «Mamma.»
«Ciao, Evan.» Mia madre mi sorrise e mi venne incontro.
Mi sembrava impossibile poterla finalmente riabbracciare. La strinsi forte, poi invitai anche
Gemma a unirsi a noi. Liam si aggrappò alla mia gamba e tutti risero. Avevo ritrovato la mia famiglia.
Ero in Paradiso. E stavolta sarebbe stato per sempre.
EPILOGO
Dall’alto del nostro grande albero, appoggiai la mano su un piccolo ramo, aiutandolo a crescere,
mentre guardavo Gemma giocare con Liam in riva alla Laguna Rossa, dove le Dame di Luna
cantavano, inviandoci il loro caldo soffio.
La casa era quasi pronta, ormai. Avevo plasmato un angolo di Paradiso solo per noi, che
sarebbe presto diventato il nostro nuovo rifugio. Per costruirlo, non avevo dovuto abbattere alberi, al
contrario, li avevo fatti crescere, in modo che i rami si intrecciassero sopra le nostre teste, lasciando
ampi spazi per vedere i giochi di luce nel cielo. All’interno, tutto era fatto di rami intrecciati. Un grande
letto che avrei presto ricoperto di morbidi petali, un angolo per la lettura per Gemma, e soprattutto una
grande libreria dove avrebbe potuto conservare i libri che le avrei portato.
Saltai giù e corsi da loro. «Allora, che te ne pare?» domandai a Gemma, rubandole un bacio.
«È deliziosa.» I fiori sbocciarono sul davanzale, riempiendola di colori. Mi sdraiai a pancia in
giù accanto a lei e l’acqua mi bagnò fino alla vita. Gemma mi guardò, con un sorrisino sulle labbra.
«Era davvero necessario che ti togliessi la maglietta per sistemare il nostro rifugio?»
Sorrisi. «No, in effetti. Quello era per te, speravo di scatenare i tuoi pensieri peccaminosi»,
replicai, con un sopracciglio sollevato. «Allora, ha funzionato?»
Lei si morse il labbro e cercò la mia bocca. «Tu che ne dici?»
«Papà! Guarda che cosa faccio!»
Ci voltammo entrambi verso Liam, che era scomparso sott’acqua e cercava di sollevare i piedi
in verticale, senza riuscirci. Io e Gemma scoppiammo a ridere, ma quando lui riemerse, pieno di
entusiasmo, ritornammo subito seri.
«Sei bravissimo, tesoro. Continua a provarci», gli raccomandò Gemma.
Per qualche istante, restammo in silenzio a guardarlo. Liam era un bambino molto sveglio ed
esuberante. Non passava giorno che non imparasse nuove cose o scoprisse nuovi posti. Era cresciuto di
un anno, lì nell’Eden. Esattamente il tempo che era trascorso dalla sua morte, come se non fosse mai
avvenuta. Non era un’Anima come le altre e nessuno di noi riusciva a capire il perché. A volte, pensavo
che forse dipendeva dal fatto che la sua anima era stata presa da uno dei Màsala, ma poi mi convincevo
che non aveva senso.
Era trascorso qualche giorno, da quando ci eravamo ritrovati. Simon, Drake e Ginevra
mancavano a entrambi, ma la nostra famiglia era finalmente e per la prima volta unita e questo era ciò
che più contava. Ognuno di loro aveva fatto delle scelte e le nostre strade si erano separate, ma nessuno
può distruggere certi legami, né la morte, né il destino, e un giorno avremmo trovato un modo per
tornare tutti insieme.
In quella lontana mattina di aprile, la mia scelta di salvare Gemma dal TIR che avrebbe dovuto
investirla aveva cambiato i nostri destini fino a condurci a quell’ultima, straziante battaglia.
All’Inferno, la situazione era precipitata e sembrava che per noi non ci fosse più speranza, ma una
prova di grande amore aveva messo fine a tutto. Un sacrificio che era stato ripagato con la redenzione:
quella di Gemma e la mia.
La mia paura non era mai stata che Gemma morisse, ma il fatto che, una volta trapassata, non
l’avrei più rivista perché la morte ci avrebbe separati a causa della mia maledizione. La soluzione al
problema non era l’immortalità di Gemma, ma la mia espiazione.
Lei mi aveva raccontato cos’era davvero successo in quei terribili attimi in cui io l’avevo persa.
Prima di cadere in ginocchio sul campo di battaglia, la sua mente si era inondata di ricordi: le grida di
dolore che riempivano la foresta, il pianto di Liam appena nato. La mia voce che la calmava. La gioia
che le riempiva il cuore mentre Liam la guardava. Ricordava che io ero lì a stringerle la mano.
Quando Sophìa aveva scagliato contro di me il suo letale serpente, Gemma aveva lanciato un
urlo disperato di aiuto ai Màsala e il tempo intorno a lei si era fermato, mentre loro la circondavano.
Aveva chiesto che io venissi salvato. I Màsala le avevano risposto che tutto era iniziato con lei e solo
lei poteva porre fine a tutto. Poteva salvarmi, scegliendo di rinunciare al male, sacrificando la sua vita
per la mia. Nessuna Strega lo aveva mai fatto, prima. Il veleno di Sophìa l’aveva generata e, allo stesso
modo, solo il suo veleno avrebbe potuto spezzare il Legame e liberarla dal male. Sophìa era stata la sua
condanna e la sua espiazione insieme. Quando il tempo era tornato a scorrere, Gemma aveva lanciato
senza esitazione il suo serpente contro quello dell’Imperatrice.
Uccidi un Dakor e la sua Strega morirà con lui.
Il suo sacrificio ci aveva salvati entrambi. In quel momento, nemmeno lei sapeva che,
chiedendo di salvarmi, avrebbe redento anche la mia anima.
«Liam, guarda chi è venuta a trovarti», lo richiamò Gemma.
Lui emerse dalla laguna e sputò l’acqua con cui si era riempito le guance. «Nonna!»
«Bentornata, Danielle», la salutò Gemma.
Mia madre veniva spesso da noi. Liam la adorava e l’aveva avuta accanto quando io non c’ero.
«Ciao, mamma.»
Lei mi sorrise, chinandosi a darmi un bacio sulla testa. «Liam, che ne pensi se io e te ce ne
andiamo per una passeggiata? Ho visto delle farfalle rosse, giù alla valle.»
Liam sgranò gli occhi, estasiato, prima di correre da Gemma. «Posso andare, mamma?»
«Ma certo, piccolo mio.»
«Andiamo! Andiamo, nonna!» esclamò, tirandole un braccio.
Mia madre rise per il suo entusiasmo. «Ve lo riporto più tardi.»
Lei e Gemma si scambiarono una strana occhiata e poi mia madre le fece l’occhiolino, prima di
svanire insieme a Liam.
«Cos’era quello?» le domandai, sospettoso.
Gemma fece finta di niente. «Cosa? Non capisco di cosa tu stia parlando.»
«Ah, no?» Mi misi a cavalcioni sopra di lei e le feci il solletico, per costringerla a confessare.
Lei riuscì a liberarsi e invertì le nostre posizioni, bloccandomi sotto di sé. «Tua madre è solo
felice di vederci insieme.»
«Ho capito, invece», sussurrai, avvicinandomi alla sua bocca. «La storia della maglietta ha
funzionato. Volevi stare da solo con me», la provocai. «Ti avverto, il rifugio non è ancora pronto.
Potrebbero vederci.»
Lei fece scorrere le mani sul mio petto nudo e i suoi occhi mi sfidarono, sensuali. «Solo perché
siamo in Paradiso, non vuol dire che non dobbiamo più trasgredire le regole.»
Sollevai un sopracciglio e la attirai a me. «Streghetta», mormorai, bramando le sue labbra.
Lei mi accontentò e il nostro bacio divenne caldo e passionale. Rotolai sulla sabbia e la
intrappolai sotto di me. I suoi occhi mi folgoravano, ogni volta che si posavano nei miei.
Gemma non era più una Strega, ma io ero ancora preda del suo sortilegio. La mia anima era sua.
«Baciami, Evan», sussurrò, e io obbedii.
L’acqua calda della laguna bagnava i nostri corpi intrecciati l’uno all’altro, mentre noi
facevamo l’amore, nascosti nel nostro angolo di Paradiso a contemplare il nostro amore eterno.
Il fuoco dentro di noi si attenuò, lasciando il posto a un dolce tepore mentre noi ci stringevamo
l’uno all’altra, ascoltando il suono delle Dame di Luna.
«Te l’avevo detto, Jamie», sussurrai, guardando il pulviscolo che brillava nell’aria. «All’ombra
di quell’acero, quando ci siamo promessi il nostro amore per la prima volta, te l’avevo detto.»
«Cosa?»
«Che avremmo trovato un mondo dove poter stare insieme. Sarà questo il nostro mondo.»
Gemma sfregò la testa contro il mio petto. Poi prese a canticchiare un motivetto sottovoce.
«Cos’è?» le domandai, curioso. D’un tratto ricordai che l’Eden era pieno di alberi con tronchi
simili a canne sovrapposte che producevano incredibili melodie. Io mi ero soffermato spesso lì a
comporre, usando il mio soffio, e presto li avrei mostrati anche a Gemma.
«Ce l’ho in testa da un po’. È una canzone che mi ha sempre fatto pensare a noi. Si chiama
Uncover di Zara Larsson.»
«Ti mostrerò un posto straordinario, qui in Paradiso, dove tutto è musica.»
«Esiste davvero? E potrò ascoltare ciò che voglio?»
«Tutto quanto. Ogni forma d’arte è una finestra per il Paradiso. Possiamo andarci adesso, se ti
va.»
«No, stiamocene qui ancora un po’. Solo noi.»
Appoggiai il mento sulla sua testa. «Cantala ancora.»
Gemma sospirò e mi prese dolcemente la mano. «Nobody sees, nobody knows, we are a secret,
can’t be exposed. That’s how it is. That’s how it goes. Far from the others, close to each other.»5
«Hai ragione, è perfetta. Non smettere, ti prego.»
Eravamo nascosti, come in un sogno solo mio e di Gemma. Un sogno che non sarebbe mai
finito. Nessuno poteva vederci, in quel nostro nuovo mondo. Io e Gemma eravamo un segreto che non
poteva essere svelato. Lontano da tutti, vicini tra noi.
Una farfalla dalle ali trasparenti si posò sulla sua mano e lei la contemplò, affascinata.
Chiusi gli occhi, quando lei riprese a cantare sottovoce. Non avrei mai voluto smettere di
ascoltare la sua voce. Stare lì con lei era così bello che mi sembrava ancora tutto un sogno e temevo
che potesse finire da un momento all’altro.
Un sussurro mi riempì la mente e io seppi che dovevo andare. Quelli erano i momenti più
difficili, quando ricevevo una missione e la paura di non ritrovare Gemma al mio ritorno riprendeva a
tormentarmi.
«Evan, le Anime possono tornare sulla Terra?» mi domandò d’un tratto. «Ci ho provato, quando
tu non tornavi.»
«Le Anime non possono trapassare.»
Gemma si rattristò.
«Non da sole... ma tu hai me. Sono un Traghettatore, ricordi? Se lo desideri, possiamo tornare,
ogni tanto.»
Il suo viso si illuminò. «Pensi che anche Ginevra e Simon potrebbero tornare, qualche volta?»
Risi per il suo entusiasmo. «Doveva essere una sorpresa, ma a questo punto non mi resta che
vuotare il sacco. Io e Ginevra ne abbiamo già parlato. Le manchi e vuole vederti. Ci incontreremo al
nostro rifugio di nascosto, un giorno di ogni mese in cui stare di nuovo tutti insieme.»
«Quando?»
«Presto. E... ci sarà anche Drake. È ansioso di conoscere Liam.» Sorrisi. La Terra, che ci aveva
divisi, adesso sarebbe stata il nostro punto d’incontro.
Gli occhi di Gemma si riempirono di lacrime. «Com’è possibile? E Stella?»
«Le Anime Dannate non sono come i Sotterranei. Simon e Drake possono passare attraverso il
portale grazie a Ginevra, ma per Stella sarebbe troppo pericoloso.»
Gemma annuì. «Adesso devi andare», annunciò, senza che le dicessi niente.
Mi alzai. «Tornerò presto, te lo prometto.»
Lei si strinse le ginocchia al petto. «Non preoccuparti, sarò qui ad aspettarti.»
Le sorrisi e poi svanii.
Sebbene fossi ormai libero dalla maledizione dei Sotterranei, non avevo mai smesso di ricevere
gli ordini nella mia testa, così avevo deciso di continuare nella mia missione, benché non fossi più
obbligato. Nessun soldato smetteva mai davvero di esserlo. Ero stato all’Inferno, avevo visto il male
corrodere il mondo, avevo visto le anime dei mortali perdersi nell’oscurità, ma io potevo aiutarle a
ritrovare la luce, potevo salvarle. Mi era stato concesso un dono, quello di ritrovare coloro che amavo
quando sembravano persi per sempre. Tutti avevano diritto a quella possibilità. E io li aiutavo a
ottenerla, facendoli trapassare.
Mi ritrovai in una strada desolata, la stessa dove qualche giorno prima avevo preso un ragazzo
che correva sulla sua moto. La macchina che aspettavo apparve alla fine della curva. Dentro c’era una
coppia di anziani. Non avrei preso le loro anime, non era ancora giunto il loro momento. Ero lì solo per
assicurarmi che il loro destino prendesse la giusta direzione. Dovevo fare in modo che tornassero
indietro, così da evitare l’incidente che più tardi avrebbe preso la vita di altre persone.
Eseguii la mia missione e indussi la coppia a fare inversione. Un’altra macchina si fermò dietro
la loro, per consentire la manovra. Mi preparai ad andarmene, ma qualcosa mi bloccò. Al volante
dell’auto c’era una ragazza... e guardava me.
Corrugai la fronte e la fissai negli occhi finché non mi superò. Accostò poco più avanti e si
voltò indietro. Allora mi aveva visto davvero? Mi materializzai accanto a lei e la studiai da vicino. No,
non mi vedeva. Il suo sguardo era perso nel vuoto, l’espressione concentrata, come se la sua mente
stesse elaborando in fretta delle informazioni. Prese un fazzoletto dal cruscotto e frugò nella borsa,
tirando fuori una penna e iniziando a scrivere velocemente. Presto tirò fuori un altro fazzoletto e un
altro ancora.
Trasalii, cogliendo alcune parole.
... Occhi incredibilmente grigi. E se potessi vederlo solo io? E se fosse venuto a prendermi?
Studiai ancora la ragazza, ma... no. Non mi vedeva, né sembrava essere consapevole della mia
presenza.
Scossi la testa, ridendo di me stesso. Doveva trattarsi di una coincidenza. Mi voltai e mi
concentrai su Gemma.
Lei mi accolse a testa in giù, con le gambe appese al ramo di un albero e il capo che penzolava
davanti al mio. «Hai fatto in fretta», esordì.
La guardai e sorrisi. «Vieni giù, scoiattolo.»
Gemma si lasciò cadere nel vuoto, sfidandomi a prenderla al volo.
«Allora? Dove sei stato?» mi domandò infine. Ora che la morte non le dava più la caccia,
Gemma aveva smesso di temere la parte più oscura di me e voleva sempre che le raccontassi ogni
dettaglio.
«In un paesino della Sicilia.»
«Sicilia? Affascinante», esclamò, entusiasta.
«Già.»
«Che c’è? Sembri turbato.»
«È successa una cosa bizzarra», le confessai, e lei mi ascoltò con attenzione. «Ero lì per
assicurarmi che una coppia di anziani prendesse la decisione giusta, ma poi è passata una ragazza e lei
mi ha... visto.»
«Che vuol dire ’ti ha visto’?» chiese Gemma, perplessa.
«Ho avuto l’impressione che guardasse dritto nei miei occhi. Ha anche accostato per guardarsi
indietro.»
«Credi che stia succedendo un’altra volta?»
«No, non credo. Non è stato come quando eri tu a vedermi. È stato diverso. Come se mi vedesse
con gli occhi della sua mente... Come se mi avesse solo immaginato. Non so come descriverlo.»
«E poi?»
«Ha preso una penna e ha iniziato a scrivere.»
Gli occhi di Gemma si illuminarono. «E se fosse una scrittrice? Forse la sua immaginazione ha
spinto la sua mente oltre i confini del mondo mortale!»
Mi gettai sul prato e iniziai a ridere. «Devi smetterla di leggere libri sul paranormale.»
«Molti scrittori non sanno di esserlo, finché non trovano la giusta storia. Magari l’hai ispirata e
potrebbe diventarlo», continuò lei, ignorandomi. «Raccontiamole la nostra storia, Evan! Sussurriamola
nella sua mente. Sai quanto io ami i libri. Potremmo averne uno tutto nostro.»
Guardai Gemma, dubbioso. «Stai dicendo sul serio?»
Non fu necessaria una risposta. I suoi occhi parlavano per lei, brillavano per lei.
Sorrisi. «Va bene, facciamolo. Così tutto il mondo conoscerà la nostra storia e saprà che il vero
amore esiste.»
Gemma ricambiò il mio sorriso e mi prese la mano. «E che la morte non è la fine.»
La stanza era illuminata dalla luce di una finestra. Fuori, gli uccelli cinguettavano sui limoni in
fiore.
La ragazza era lì, di spalle, china su un foglio bianco.
«È lei», dissi a Gemma.
«Sono così emozionata!»
«Perché bisbigli? Lei non può sentirci», la presi in giro. Era così, ma allora perché la penna
della ragazza si era fermata? Sembrava come in ascolto.
«Guarda, sta scrivendo di te. Avevi ragione, ti ha visto.»
Mi avvicinai e lessi ciò che la ragazza stava scrivendo.
I suoi occhi... come un incantesimo oscuro mi avevano rapita trascinandomi nelle segrete delle
loro prigioni. Trasparenti come cristallo, ma ardenti come il fuoco, avevano provocato in me un
turbinio di emozioni incontrollabile. Li guardavo stringersi, affilati come il ghiaccio, mentre mi fissava
con aria sorpresa. Eppure non c’era niente della freddezza del ghiaccio in quello sguardo... al
contrario. Lo avevo subito trovato caldo, come un magnete che mi attirava a sé e da cui non riuscivo a
sottrarmi.
Trasalii. Era davvero bizzarro. «Sei sicura di volerlo fare?»
Gemma annuì, con una luce negli occhi. Poi sbirciò nel foglio e si corrucciò. «Ha descritto il
loro primo incontro in un vicolo.»
Risi. «Allora dobbiamo proprio intervenire.»
Gemma mi lanciò un’occhiataccia, come ogni volta quando la prendevo in giro. Poi si chinò
sull’orecchio della ragazza e iniziò a sussurrare al suo cuore. Lei fermò la mano sul foglio, ci pensò un
istante, poi cancellò la parola «vicolo» e ci scrisse sopra «bosco».
Gemma continuò con grande gioia e la ragazza la seguì, correndo sul foglio per non perdere una
parola. Sembrava entusiasta della nostra storia, a volte rideva, altre volte una lacrima scivolava sul suo
viso. Quando Gemma si fermava, lei si innervosiva, guardava il foglio, mordicchiava la penna,
attendendo il suo sussurro. Nel frattempo, io passavo in rassegna i libri della ragazza e ne leggevo
qualcuno. Ogni tanto avevo dato il cambio a Gemma, così la storia avrebbe avuto anche il mio punto di
vista.
«Okay, per oggi può bastare», dissi a Gemma, e lei mi guardò con rammarico. «È già buio, ha
scritto senza fermarsi per più di sei ore. Avrà i crampi alla mano.»
«È già così tardi? Mi divertivo un sacco!» Gemma guardò fuori dalla finestra, la notte era scesa
a oscurare tutto, ma né lei né la ragazza si erano accorte di nulla.
«Torneremo domani», le promisi. «Adesso c’è qualcun altro che non vede l’ora di vederti, non
facciamoli aspettare.» Cinsi le spalle di Gemma e ci voltammo, pronti a lasciarla, ma lei si fermò.
«Aspetta! Non sappiamo nemmeno il suo nome.»
Al mio ordine, una folata di vento si intrufolò dalla finestra, chiudendo le pagine del suo
quaderno.
La ragazza trasalì e si guardò intorno, come se ci avesse percepito.
Strinsi la mano di Gemma: era ora di andare. Lessi il nome scritto sulla copertina del quaderno
e sorrisi, prima di svanire. A domani, Elisa S. Amore.
L’aria era fresca, il rombo delle moto riempiva la notte e Gemma era dietro di me, come ai
vecchi tempi.
«Faresti meglio a salire con me», le disse Ginevra. «È molto meglio guardare gli altri dal
traguardo.»
«È una lezione che ti ho insegnato io, sorellina. Prova a prendermi.» La mia moto si impennò e
Gemma strinse le braccia attorno a me.
«Ragazzi, quanto mi siete mancati!» esclamò Drake.
«Anche tu ci sei mancato, fratello», replicò Simon, inchiodando con la ruota anteriore per
sollevare l’altra.
«Non mi riferivo a voi. Parlavo delle moto. Non era ovvio?»
Gemma scosse la testa. «A me mancavano le nostre sfide notturne. Siete fortunati che io non
abbia una moto tutta mia per stracciarvi tutti.»
«Io non sfiderei mai una che ha montato un cavallo preistorico», scherzai.
«Non era un cavallo preistorico!» Gemma rise, ripensando con affetto ad Argas. «Okay, in
effetti si potrebbe definire così.»
Ci guardammo, le moto allineate sulla riga di partenza.
«A chi percorre la Tri-Lakes Region e torna indietro per primo?» ci sfidò Simon.
«Lake Placid, Saranac Lake e Tupper Lake. Una passeggiata», replicai.
«Preparati a mangiare la mia polvere.» Ginevra mi fece l’occhiolino.
«Io ci sto.» Drake diede gas al motore, facendo fumare la moto sotto di sé. «Diamo inizio alla
festa.»
Le moto ruggirono, sfrecciando come dardi verso il nostro nuovo futuro.
«Tieniti stretta, Jamie.»
«Sono un’Anima, non posso più morire, ricordi?»
«Non lo dicevo per te, ma per me.»
Gemma si strinse più forte e io impennai.
In sella, tre Sotterranei, una Strega e un’Anima redenta. Separati da mondi diversi, ma uniti
dallo stesso sentimento. Perché i legami, d’amore o d’amicizia, non conoscono confini.
Nobody sees, nobody knows, we are a secret, can’t be exposed.
That’s how it is. That’s how it goes.
Far from the others, close to each other.
Atyantam.
Qualche anno dopo
«Liam! Dove ti sei cacciato?»
«Sono qui!» replicò lui alla madre.
Giocare con le farfalle era il passatempo che Liam preferiva. Le studiava quando si posavano
tra le sue dita, le osservava volare e passava ore sdraiato nei prati a lasciarsi ricoprire da loro.
«Liam!»
«Arrivo!»
Il bambino lasciò a malincuore la sua farfalla rossa, promettendole che sarebbe tornato, poi si
allontanò, obbedendo alla madre.
Sulla pietra su cui giaceva, la farfalla lo guardò allontanarsi. Era successo qualcosa, dopo che
lui l’aveva toccata. L’animale mosse le sue grandi ali rosse, mentre si trasformava. Poi le aprì e si levò
nell’aria mostrando al mondo cos’era diventata.
Una magnifica farfalla nera.
...
.
...
FINE.
...
.
...
RINGRAZIAMENTI.
.
Eccoci alla fine di questo lungo viaggio, per me indimenticabile. La storia di Gemma ed Evan
mi ha regalato incredibili emozioni, ha toccato il mio cuore e come ogni volta spero che un po’ di
quelle emozioni siano arrivate fino a voi. Sono grata per l’affetto che voi lettori e blogger avete
dimostrato a questi due innamorati dal destino avverso e soprattutto a voi dico GRAZIE dal profondo
del mio cuore per aver letto la mia storia. Grazie per tutti i messaggi, le mail o le notifiche, per il
sostegno e il passaparola... Grazie per aver amato Evan e Gemma, per aver gioito e sofferto insieme a
loro. Grazie per aver creduto fino in fondo nel loro amore vero. Significa molto per me!
E tutto questo viaggio non sarebbe stato possibile senza il supporto di mio marito Giuseppe.
Grazie, amore, per la fiducia che hai riposto in me e per la comprensione durante le mie intense
sessioni di scrittura. E grazie soprattutto al mio piccolo, grande tesoro Gabriel Santo. Sei la ragione di
tutto. Spero che da questa mia esperienza tu possa imparare a inseguire sempre i tuoi sogni e a lottare
con tutte le tue forze per raggiungerli, perché nessun obiettivo è mai troppo lontano se non si smette di
rincorrerlo.
Grazie alla mia famiglia per il sostegno e l’amore incondizionato. E per tutte le commissioni di
cui si occupano al mio posto permettendomi di dedicarmi alla scrittura! Grazie mamma e papà, vi
voglio bene con tutto il mio cuore!
Un ringraziamento dovuto al fantastico team della Casa Editrice Nord per la fiducia e
l’entusiasmo che hanno dimostrato per la storia di Evan e Gemma sin dall’inizio. Il mio sogno era solo
una passione, ma grazie a voi è diventata anche una professione e non potrei esserne più felice. In
particolare, grazie a Cristina Prasso, che sceglie ogni singolo titolo con estrema cura e passione. Ci
vuole una grande persona per dirigere una grande casa editrice e io sono onorata di essere stata scelta.
Grazie a Riccardo Gola per le magnifiche copertine e soprattutto grazie alla mia editor Giorgia di Tolle
per essere stata tra le prime a vivere insieme a me quest’ultima avventura di Evan e Gemma.
Un ultimo e sentito saluto a Luigi Bernabò, che ha creduto in me dal primo momento. Non
dimenticherò mai le sue parole quando, dopo aver letto la prima bozza della Carezza del destino mi
disse che c’era ancora da lavorare sul testo, ma che la mia storia lo aveva colpito perché aveva «una
voce». Grazie, Luigi, ovunque tu sia.
Grazie alla mia traduttrice americana Leah Janeczko e alla mia editor Anne Crawford perché
grazie a loro la storia di Evan e Gemma ha varcato il confine, e ha così potuto conquistare migliaia di
lettori americani in poco tempo. Okay, forse è anche un po’ colpa di Evan, lo ammetto!
Ancora una volta grazie al prof. Saverio Sani, per le sue traduzioni in sanscrito e devanagari. E
grazie a tutte le lettrici che se le sono tatuate sulla pelle! Se ne avete uno anche voi o avete in mente di
farlo, mandatemi una foto, mi raccomando!
Un infinito GRAZIE ad Alex McFaddin e a Rhiannon Patterson che con il loro indispensabile
aiuto mi hanno permesso di arricchire la Touched Saga di dettagli reali di Lake Placid e della sua
scuola, la Lake Placid High School. Grazie agli artisti che ho citato nei libri perché se ho voluto far
ascoltare le loro canzoni a Evan e Gemma è stato perché mi hanno ispirato proprio per quelle scene.
Quindi grazie a Lana Del Rey, a James Blunt, a Hans Zimmer, ad Amy Lee e a Zara Larsson.
Grazie alle amministratrici della pagina ufficiale italiana della saga: Cristina Di Mauro, Ilaria
Fiamma, Altezza Emmanuela e Alessia Garbo, siete GRANDI e il vostro aiuto è infinitamente prezioso
per me!
E non posso non ringraziare anche il mio carlino Bam Bam – che ha ispirato il personaggio di
Iron – per avermi fatto compagnia durante le ore di scrittura, dal primo all’ultimo libro (anche se
dormiva tutto il tempo!).
Vi confesso che ho temporeggiato nel consegnare i ringraziamenti, forse perché non mi sentivo
pronta a scrivere l’ultima pagina di questa grande storia d’amore. In fondo, però, Gevan continueranno
a vivere nella mia mente e spero anche nelle vostre. Se volete condividere con me i vostri pensieri su di
loro, scrivetemi, mi trovate sulla mia pagina Facebook! Leggo sempre tutti i messaggi che ricevo e
cerco di rispondere alla maggior parte di essi. E non dimenticate di passare dal sito ufficiale della saga,
www.touchedsaga.it, dove troverete quiz, sondaggi e molti contenuti esclusivi pensati apposta per voi.
Ancora una volta grazie a tutti i blogger che hanno ospitato Evan e Gemma nei loro salotti letterari e a
tutti quelli che vorranno ospitarli in futuro. Il vostro sostegno è davvero prezioso!
Ed eccoci alla conclusione. Quando ho immaginato la storia d’amore di Evan e Gemma per la
prima volta, ferma sul ciglio di quella strada, non sapevo ancora bene come si sarebbe conclusa, ma ora
so che non poteva esserci un finale più giusto per loro perché l’amore, quello vero, quello che ci
portiamo dentro e in cui crediamo fermamente, quello per cui siamo disposti a combattere contro tutto
e tutti, quell’amore non muore mai.
Alla prossima avventura!
Con affetto,
Elisa
...
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...
Note.
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1. I colori dell'anima
1. Trad. lett.: «Perché tutto di me ti ama tutta. Amo le tue curve e i tuoi spigoli, tutte le tue
imperfezioni perfette». (N.d.A.) 2. Trad. lett.: «Dammi tutto quello che hai e io ti darò tutto di me. Tu
sei la mia fine e il mio inizio. Anche quando perdo, vinco». (N.d.A.)
12. Resta con me
3. Trad. lett.: «Che cosa farei senza la tua arguzia che mi attira, e tu che mi respingi? Mi gira la testa,
non scherzo, non riesco a capirti. Cosa ti frulla in quella bella testolina? Sono il tuo magico tour del
mistero. Sono frastornato, non so cosa mi abbia preso, ma starò bene. Ho la testa sott’acqua ma respiro
bene. Tu sei matta e io sono fuori di testa». (N.d.A.) 4. Trad. lett.: «Dammi tutto quello che hai e io ti
darò tutto di me. Tu sei la mia fine e il mio inizio, anche quando perdo io vinco». (N.d.A.)
Epilogo
5. Trad. lett.: «Nessuno vede, nessuno sa, siamo un segreto, che non può essere svelato. È così che
stanno le cose. È così che va il mondo. Lontani dagli altri, vicini tra noi». (N.d.A.)
...
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...
FINE.